Locarno Festival 2015. Recensione: THE SKY TREMBLES… è una meraviglia, uno dei film più belli visti al festival

get-22The Sky Trembles and The Earth Is Afraid and The Two Eyes Are Not Brothers di Ben Rivers. Con Oliver Laxe. Concorso internazionale.
get-21Ispirandosi a un racconto di Paul Bowles, il cult director Ben Rivers racconta di un europeo rapito sull’Atlante marocchino da una banda di nomadi che lo ridurranno in schiavitù. Nello stile sporco-immediatista del documentario etnografico, un film che mette in scena, come Il tè nel deserto, gli ambigui rapporti di’attrazione-repulsione tra Occidente e mondo arabo. Voto 8+
get-20Meraviglia. Uno delle cose più belle di questo Locarno 2015. Per me una folgorazione. Peccato che non se lo sia filato quasi nessuno, nonostante il credito accumulato negli ultimi anni presso i cinefili più intransigenti dal suo regista Ben Rivers, e sono ancora qui a chiedermi il perché di tanta sottovalutazione stavolta. Azzardo un’ipotesi: The Sky Trembles… non è abbastanza politicamente corretto, non soddisfa il giornalista medio e unico, non lo conferma nelle sue certezze, osando mostrare un Marocco pericoloso e letale dove a un occidentale può capitarne di ogni (altro che multiculturalismo e pacifica convivenza tra diverse identità) e astenendosi da ogni indulgenza filoterzomondista. Usando ancora una volta il vetusto e glorioso 16 mm, Ben Rivers gira nei modi del documentario etnografico, e però fictionalizza e racconta una storia che, dichiara lui stesso, si ispira a un racconto di Paul Bowles. Il titolo, così bello da meritare già di suo un premio, proprio dall’expat americano insabbiato a Tanger deriva. Narra Bowles che un giorno, seduto in un caffè, sentì per caso quella frase pronunciata da un marocchimo e intorno a quella suggestione decise di imbastirci una narrazione. Il film di Ben Rivers reinterpreta tutto a modo suo, mantenendosi assolutamente fedele però allo spirito dello scrittore americano, al suo amore-terrore per il Nord Africa, per il suo Marocco fascinoso quanto insidioso e mortale. Sui monti dell’Atlante, in un paesaggio prima pietroso e poi di neve, una piccola troupe capitanata da un giovane regista sta girando faticosamente e tra mille probemi un film. Un giorno, seguendo in un villaggio un misterioso uomo in djellaba (ma perché lo segue?), il regista finisce in una trappola e viene rapito da una banda di nomadi. Che lo martirizzano, gli tagliano la lingua (prontamente gettata ai cani), lo deridono, lo umiliano, lo vestono di una strana veste fatta di coperchi di lattine trasformandolo in una specie di giullare muto e tintinnante. I suoi aguzzini lo costringeranno a dare spettacolo, a ballare per loro. Raramente ho visto al cinema così bene rappresentata, e in modi tanto allamanti e strazianti, la riduzione-degradazione di un uomo a schiavo, a cosa, a niente. Ben Rivers mette in scena esemplarmente gli ambigui rapporti di attrazione e repulsione tra l’Occidente e il mondo arabo e berbero. Ricordandoci, come Il té nel deserto di cui il suo film è quasi un remake, che là, in quel mondo di folgorante bellezza, noi possiamo anche perderci per sempre. Il regista rapito è interpretato da Oliver Laxe, a sua volta regista da anni impiantato e operante in Marocco.

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