Locarno Festival 2015. I 3 film che ho visto giovedì 13 agosto (compreso il giapponese di cinque ore e un quarto)

Suite Armoricaine

Suite Armoricaine

Solo tre film, al di sotto della media (come ha potuto constatare chi ha seguito le mie cronachette da questo LocarnoFF). Però tra i tre c’è il giapponese Happy Hour, durata 317 minuti, vale a dire cinque ore e diciassette minuti. Se vi sembra poco.
1) Suite armoricaine di Pascale Breton. Concorso internazionale.
Bello e squisito questo penultimo film del concorso. Di quei film che solo i e le francesi (la regista si chiama Pascale Breton) sanno fare. Di complessa e sapiente e sofisticata architettura narrativa, con personaggi assai fini e chic che fan mestieri fichissimi e ad alto tasso di intellettualità, dialoghi saturi di reminiscenze letterarie (e qui Proust a manetta) anche quando si parla di banalità e cose qualsiasi. Traiettorie esistenziali che sembrano separate ma finiranno con il collidere: Françoise, che ha mollato Parigi per insegnare all’università di Rennes, nella Bretagna dov’è nata, e Ion, un suo studente, innamorato della cieca Lydie e disturbato, travolto da un’irruzione improvvisa nella sua vita. L’ordine borghese degli integrati insidiato dai disperati. Il passato che, come nei melodrammi, ritorna per tutti. Bellissimo fino a un quarto d’ora dalla fine, quando sprofonda nella nostalgia mielosa, bucolica ed ecologista. Che peccato. Vedi qui la recensione estesa. Voto 7
2) Happy Hour di Ryusuke Hamaguchi. Concorso internazionale.
Il film-mostro di questo Locarno 2015. Cinque ore e diciassette minuti che non molti, almeno tra i giornalisti, hanno avuto voglia di affrontare. Anche perché Happy Hour non presentava i segni dell’alta autorialità, niente bianco e nero, niente storia di umiliati e oppressi, e allora perché mai sforzarsi? Qui non si parla dei mali del mondo, ma di quattro amiche nel Giappone di oggi, seguite e pedinate nel loro essere unite e anche divise, nei loro bovarismi. Parte come una soap opera, che ti viene voglia di mollare, poi però, con la lunga durata, cresce, acquista spessore e si finisce con il legarsi (sarà la sindrone di Stoccolma dello spettatore verso l’autore-carnefice che lo ha preso in ostaggio?) alle quattro signore, tutte tra i trenta e i quaranta, chi accoppiata con marimonio, chi senza matrimonio, chi single di ritorno dopo un divorzio. Con molta capacità di osservazione e penetrazione da parte del regista, che si riallaccia agli scarsi cineasti maschi capaci di descrivere le donne (Bergman, Antonioni, Kieslowski e qualcun altro). Stile rigoroso, spesso fatto di inquadrature frontali. Blocchi narrativi lunghissimi, quasi in tempo reale. Qualche analogia con gli home-drama di Kore-eda. Ma il padre nobile di questo cinema giapponese attento alle minime increspature dell’anima e alle interferenze tra varie esistenze resta l’immenso Ozu. Vedi qui la recensione estesa. Voto tra il 6 e il 7
3) Me and Earl and the Dying Girl di Alfonso Gomez-Rejon. Piazza Grande.
Due premi al Sundance, e recensioni americane entusiaste che lo danno come possibile competitor per la prossima awards’ season. Sicché mi aspettavo molto da questo Me and Earl and the Dying Girl. Invece, parziale delusione. Per carità, la prima parte è irresistibile, travolgente, sceneggiatura e dialoghi così scintillanti e witty che in Italia in un comedy-drama giovanilista ce li sogniamo. Poi però ti viene il sospetto che tanto scialo di talento, tanta smagliante confezione copra qualche vuoto, che non tutto funzioni. Un diciottenne dall’aria nerdissima di nome Greg ha la passione dei vecchi film europei d’autore (il padre l’ha svezzato a Herzog) e con il sodale Earl ha già realizzato più di quaranta parodie di quegli adorati classici. Succede che la loro compagna di scuola Rachel si ammali di leucemia. Greg manco la conosce bene, ma la mamma (di lui) al grido di “fai qualcosa di buono nella tua vita” gli impone di telefonarle, di andare da lei. Diventano amici, il cineasta mattocco e la malata, senza che intercorra il minimo pietismo. Ecco, questa parte è grandiosa, inventiva e insieme pudica. Il film si sgonfia e precipita quando le cose si fanno serie e dure, quando la malattia di Rachel avanza. Allora i due cazzeggioni Greg e Earl sembrano perdere il loro smalto e diventano solo scemi, incapaci di misurarsi con il dramma, o semplicemente con la realtà. Vedi qui la recensione estesa. Voto 6 (8 però alla prima parte)

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