Locarno Festival 2015. I 4 film che ho visto mercoledì 12 agosto

The Sky Trembles and The Earth Is Afraid and The Two Eyues Are Not Brothers

The Sky Trembles and The Earth Is Afraid and The Two Eyues Are Not Brothers

1) The Sky Trembles and The Earth Is Afraid and the Two Eyes Are Not Brothers di Ben Rivers. Concorso internazionale.
Meraviglia. Uno delle cose più belle di questo Locarno 2015. Peccato che non se lo sia filato quasi nessuno, nonostante il credito accumulato negli ultimi anni presso i cinefili più intransigenti dal suo regista Ben Rivers, e sono ancora qui a chiedermi il perché, stavolta, di tanta sottovalutazione. Azzardo un’ipotesi: The Sky Trembles… non è abbastanza politicamente corretto, mostrando un Marocco pericoloso e letale dove a un occidentale può capitarne di ogni, ed essendo oltretutto privo di ogni minima indulgenza filoterzomondismo. Usando ancora una volta il vetusto e glorioso 16 mm, Ben Rivers gira nei modi del documentario etnografico, e però fictionalizza e racconta una storia che, dichiara lui stesso, si ispira a un racconto di Paul Bowles. Il titolo, così bello da meritare già di suo un premio, proprio dall’expat americano insabbiato a Tanger deriva. Narra Bowles che un giorno, seduto in un caffè, ha sentito per caso quella frase prounciata da un marocchimo e intorno a quella suggestione ha imbastito una narrazione. Il film di Ben Rivers reinterpreta tutto a modo suo, mantenendosi assolutamente fedele però allo spirito dello scrittore americano, al suo amore-terrore, alla sua attrazione-repulsione per il Nord Africa, per il suo Marocco fascinoso quanto insidioso e mortale. Sui monti dell’Atlante, in un paesaggio prima pietroso e poi nevoso, una piccola troupe capitanata da un giovane regista sta girando un film. Un giorno, seguendo un misterioso uomo in djellaba (ma perché lo segue?), il regista finisce in una trappola e viene rapito da una banda di nomadi. Che lo martirizzano, gli tagliano la lingua (prontamente gettata ai cani), lo deridono, lo umiliano, lo vestono di una strana veste fatta di coperchi di lattine trasformandolo in una specie di giullare tintinnante. I suoi aguzzini lo costringeranno a dare spettacolo, a ballare per loro. Raramente ho visto al cinema così bene rappresentata, e in modi tanto allamanti e strazianti, la riduzione-degradazione di un uomo a schiavo, a oggetto, a niente. Ben Rivers mette in scena esemplarmente gli ambigui rapporti di attrazione e repulsione tra l’Occidente e il mondo arabo e berbero. Ricordandoci, come Il té nel deserto di cui il suo film è quasi un remake, che là, in quel mondo di folgorante bellezza, noi possiamo anche perderci per sempre. Voto 8+
2) Topophilia di Peter Bo Rappmund. Fuori concorso.
Docu di quelle assai cool del giorno d’oggi che non ti danno mezza spiega, zero parole, zero interviste e mezzibusti dichiaranti, zero voci fuori campo, solo immagini e immagini. Belle o bellissime, in grado di intessere sì una partitura visuale, ma una narrazione mica tanto. Sicché si capisce poco o niente di questo Topophilia, viaggio bordeggiando e intorno a una delle più lunghe pipeline petrolifere d’America, il (o la) Trans-Alaska. Naturalmente si attraversano paesaggi che una volta il cattivo e pigro scrivente avrebbe detto maestosi, presenze umane niente, manco una stazioncina di controllo in mezzo alle foreste, alla neve, o inriva ai plumbei laghi, che tanto ormai ci sono le tecnologie signora mia “e fanno tutto i computer”. Di rara noiosità, e il lavoro, quello che fa tribolare e sudare e smadonnare, insomma la fatica, sparisce completamente insieme agli umani. Restano solo i paesaggi. Tanto siamo nell’era dell’immagine, no? Voto 4 e mezzo
3) Right Now, Wrong Then (Jigeumeun matgo geuttaeneun teullida) di Hong Sangsoo.
Titolo coreano impossibile, meglio la english versione che sta a significare più o meno Prima bene, poi male. Apparentemente ermetico, in realtà il suo significato si chiarirà alla perfezione con il procedere della visione. Hong Sangsoo, autore già consacrato, adorato dai Cahiers du Cinéma, regular dei vari festival, mancava però dai tempi di Venezia Orizzonti 2014, dove si era visto forse il suo film più bello e stratificato, Hill of Freedom. Adesso eccolo tornare a Locarno, dove due edizione fa aveva vinto il premio per la migliore regia per Our Sunhi, con questo che è forse il suo film più immediato, più accessibile, e i molti applausi alla proiezione stampa lo dimostrano. E che potrebbe rivelarsi un discreto successo anche nelle sale italiane, se solo qualcuno osasse importarlo. Niente di nuovo, Hong Sangsoo ripropone il suo usuale cinema di conversazione, un maurivaudage estremo-asiatico che ha parecchi punti di contatto con certo Rohmer, anche se non ne raggiunge le altitudini di raffinatezza e grazia. E, come sempre, anche stavolta il regista di Seoul esplora le molteplici possibilità della vita, i giochi del caso e della necessità, con storie che si duplicano e si rifrangono in più varianti, secondo il principio della ripetizione differente. Rifrazione e rispecchiamenti in cui finiamo col perdere di vista il reale, soppiantato dai suoi simulacri, dalle sue virtualità. Questo suo nuovo lavoro è esemplare, quasi un manifesto teorico del suo fare cinema. Film spaccato in due, la prima che porta il titolo Right Now, Wrong Then, la seconda che lo capovolge, et pour cause, in Wrong Now, Right Then. La stessa storia, con gli stessi personaggi, raccontata con molti elementi comuni e qualche differenza, a sottolineare la mutevolezza e l’ambiguità del reale. Un regista arriva in anticipo in una città di provincia per presentare in un cineclub il suo ultimo film (con tanto di “seguirà dibattito”). Per ammazzare il tempo se ne va in giro (il camminare senza meta è una delle costanti dei personaggi di Hong Sangsoo), finendo con l’imbattersi in una bellissima ragazza che si rivelerà essere un’aspirante pittrice ed ex modella. Chiaro che tenterà l’approccio, ma a cena lui, ormai ubriaco, incautamente rivelerà di essere sposato con figli facendola scappare. La parte seconda ripercorre la stessa pista narrativa: incontro, tentato acchiappo, ma stavolta la faccenda si evolverà in un altro modo. Assai gradevole. Con dialoghi non raffinatissimi, ma di massima eficacia. E lui, con le sue goffaggini e i suoi stupori naïf (difficile però crederlo un raffinato autore di cinema) è incantevole.Voto 7
4) La Vanité di Lione Baier. PIazza Grande.
Molti applausi in Piazza Grande per questo film svizzero di lingua francese che butta in commedia e poi in dramma sentimentale il tema sempre assai sensibile e bruciante dell’eutanasia, detta anche con orrendo e ipocrita eufemismo la buona morte. Pratica che, come si sa, in Svizzera è consentita, secondo un protocollo che prevede la somminisrazione finale di una pozione letale composta da non so quale intruglio. Regista di buona fama e buon successo presso il pubblico elvetico, Baier anche stavolta centra il bersaglio, grazie soprattutto a un buon trio d’attori tra cui emerge una Carmen Maura in trasferta. La quale è una signora spagnola emigrata da temo immemorabile in Svizzera che, dopo il pensionamento, si dedica al volontariato in un’associazione impegnata a procurare la morte (senza fini di lucro) a chi ne abbia la voglia e i requisiti previsti dalla legge (già, i requisiti ci vogliono sempre, e anche per morire bisogna compilare una serie impressionante di moduli, anzi di modulistica come si dice adesso). In una sera d’inverno va dove il dovere la chiama, in un motel fuori città a somministrare il beverone fatale a un architetto di Losanna il quale, apprendiamo, quel motel aveva progettato negli anni Sessanta insieme alla defunta moglie, ed è per quello che l’ha scelto come luogo dell’addio. Però ci vuole secondo la legge un testimone, e siccome quello previsto è saltato, ecco che a tappare il buco vien chiamato il vicino di motel, un ragazzo russo di professione marchettaro con clientela gay più o meno abbiente. Un pezzo di pane, nonostante il mestiere (che peraltro pratica con la massima coscienziosità). Lo strano trio è formato, ed è quello che tra imprevisti, malintesi, cambi di programma e di prospettiva darà corpo alla narrazione. Ci saranno parecchi colpi di scena e l’angelo della morte Esperanza (questo il nome del personaggio di Carmen Maura) svelerà un’altra identità. Non manca una pista omosessuale appena appena allusa per non tramortire il pubblico borghese svizzero. L’idea di base è brillante, la regia onesta e discreta, a latitare è il ritmo. Cinefili astenersi, questo non è cinema autoriale e di innovative visioni. Potrebbe funzionare bene anche in Italia. Voto 6

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