Recensione: A BLAST. Famiglia greca travolta dalla crisi (ma il film è troppo trucido per farsi prendere sul serio)

OC762526_P3001_184717A Blast, un film di Syllas Tzoumerkas. Con Angeliki Papoulia, Vassilis Doganis, Maria Filini. Grecia. Al cinema da giovedì 27 agosto.
OC761502_P3001_184568Una famiglia greca sconvolta dalla crisi e piena di debiti. Che fare? Ci pensa la figlia più tosta, Maria, elaborando un piano sciagurato. Ma saranno disastri su disastri. Tutto raccontato non linearmente, mescolando i fatti e i piani temporali. Film di alte ambizioni autoriali, ma così esagitato e trucido da trasformarsi in involontario guilty pleasure. Scene cultissime: lei che si guarda siti porno e sogna di replicare con il fichissimo marito, purtroppo lontano in quanto marinaio imbarcato su cargo. Marito che intanto ha altri pensieri per la testa. Presentato in concorso (e visto e recensito) al Festival di Locarno 2014. Voto 3 (però 8 come straculto)
OC762529_P3001_184719“Il film contiene scene che potrebbero urtare la sensibilità di alcuni spettatori”: l’avvertenza sul catalogo aveva fatto accorrere un’insolita quantità di giornalisti alla proiezione stampa di A Blast l’anno scorso (2014) al festival di Locarno. Ci si attendeva chissà quale sporcaccionata benché d’autore, o chissà quale violenza estrema, e invece poco, quasi niente. Giusto qualche immagine tremolante di un paio di video porno di quelli che trovi al primo clic in rete, genitali in primo piano e una gang bang de’ noantri, più le scopate – molte ma dall’aria fintissima – della protagonista Maria con il marito figaccione (però quasi sempre assente in quanto capitano di una nave, e dunque da sfruttare al massimo a letto nei suoi rari ritorni a casa). Deluso anche chi si aspettava da questo film un altro prodotto importante di quella nouvelle vague greca che molto ha dato negli ultimi anni con il suo cinema disturbante da Haneke sull’Egeo, intendo i vari Lanthimos, Tsangari, Avranas. Invece A Last, Un’esplosione, di un regista emerso qualche anno fa alla Settimana della critica di Venezia, di quelle fondamentali cine-esperienze condivide solo certi dati di superficie, non la profondità, non il rigore, non lo sguardo implacabile. Non la visione né lo stile. Anche A Blast tratta di famiglie patologiche, di claustrofobie in cui si instaurano pensieri malati e insani, di esplosioni mentali – come in Dogtooth di Lanthimos o Miss Violence di Avranas -, ma lo fa con un’esagitazione da gonfio, turgido e trucido melodramma, accentuando gli aspetti più volgari, esteriori ed effettistici. Anche se l’intenzione che chiaramente traspare è quella, virtuosa, del film di denuncia. Di denuncia della crisi economica greca, ovvio, e delle sue devastazioni e dei suoi guasti. E se non si incolpano l’Unione europea e il Fondo monetario internazionale e la Troika tutta poco ci manca. Maria è sposato al bel capitano Hannes, ha tre figli uno più a posto dell’altro, ma è ancora assai legata alla famiglia di origine, sorella ciospa e ordinaria finita in sposa a un neofascio filo-Alba dorata, e legata soprattutto al padre, un brav’uomo conculcato dalla ferrigna moglie, su sedia a rotelle ma padrona lo stesso della casa. Si scoprirà che proprio la matriarca ha dissennatamente gestito il loro piccolo supermercato, accumulando centinaia di migliaia di euro di debiti con le banche e il fisco e mandando sul lastrico la famiglia. Urge trovare una soluzione, ma quale? Maria escogita un piano criminale, in combutta con certi speculatori pronti a tutto per mettere mano su un’area inedificabile per vincoli ambientali. Saranno disastri su disastri. Niente narrazione lineare. Per far più figo e alta autorialità il regista frantuma, dissocia, destruttura, decostruisce, rimescola i fatti e i piani temporali. Riuscendo a creare una certa sospensione su quanto sta succedendo, ma son più espedienti da narratore furbetto che una vera scelta linguistica, e di forma. Urlato e volgare com’è, A Blast annulla quanto di buono vorrebbe comunicarci. A momenti perfino imbarazzante e ridicolo, fino a trasformarsi (per noi spettatori) in goduriosissimo guilty pleasure. Tutta la costruzione del personaggio di Maria è puro trash. Trash è lei che zompa addosso al marito bbono non appena sbarcato dalla nave e subito gettato sul letto, trash è lei che, catatonica e depressa (per motivi che poi scopriremo), in un internet café clicca su siti porno immaginando di replicare le porconaggini con il marito ahilei lontano, per mare, lassù nel freddo Baltico. Quando poi a un gruppo di self-help, cui peraltro non capiamo né come né perché sia arrivata, si alza e proclama: “ho avuto finora una vita felice, un marito che mi ha sempre amato e non mi ha mai tradito” ecco che vediamo in montaggio alternato lui che, sulla nave, si tromba furiosamente e con gran godimento un suo marinaio. Allora realizziamo definitivamente che questo è un nostro guilty pleasure, basta non prenderlo sul serio come compunto film di denuncia della crisi greca. Onore comunque all’intrepida Angeliki Papoulia (che è ovviamente Maria), l’attrice-feticcio del nuovo cinema greco e del suo capofila Yorgos Lanthimos, di cui ha interpretato il fondamentale Dogtooth, Alpis e il recente The Lobster.

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