Mostra di Venezia 2015. Recensione: MA, il primo (tremendo) film che ho visto

023072015221513_media1Ma, di Celia Rowlson-Hall. Com Celia Rowlson-Hall, Andrew Pastides, Amy Seimetz. Giornate dgli autori.
E011_C015_010185Un’ora e mezza tra videoart, performance, modern dance e teatro danza. Con una ragazza catatonica che vaga tra deserti e motel con modi ieratici (abbandonandosi però di tanto in tanto anche ai piaceri della carne). Un pasticciaccio pretenzioso di una coreografa americana considerata assai cool. Mah. Voto 4
A055_C016_01019LGià non eravamo in moltissimi alle ore 14,30 in Sala Perla a vederci questo americano Ma. Le fughe sono cominciate dopo nemmeno dieci minuti, poi son diventate un esodo. Alla fine, parafrasando la sciura del mystery Agatha Christie, non rimase nessuno, o quasi ( nel quasi rientriamo io e qualche altro masochista). Un non film, di una signora americana affetta da egolatria e iper protagonismo, in quanto interprete principale e pressoché unica, essendo gli altri poco più che comparse, oltre che regista e coreografa dei molti movimenti coporei suoi e degli altri. Nome, Celia Rawlson-Hall, e stando al pressbook assai stimata dai meglio media statunitensi, compresi i più glamorous e più cool, in quanto coreografa-danzatrice di talento e successo. Vediamo una ragazza (lei, ovvio) percorrere catatonica strade e deserti assolatissimi laggiù nel SouthWest finché, avvistata la macchina di un tizio, lei si rannicchia sul cofano e da lui si fa portare in un motel. Segono sogni, incubi, visioni, surrealismi e qualche porconaggine, che in fondo in un prodotto arty di molte pretese ci sta sempre bene, purché mantenuta nei limiti consentiti dallo chic. La nostra catatonica, nipotina della monicavitti di Deserto rosso però più mistica, ha lo sguardo stralunato e la pupilla rivoltata, sicché si supongono serie turbe mentali, forse da uso di sostanze psicotrope. Invece no, la regista-protagonista ci suggerisce, attraverso certa gestualità da D’Origlia-Palmi della sua eroina, che trattasi di una specie di santa, di invasata da Dio, che attraversa sì le plaghe di questo mondo ma come mantenendosene al di fuori o galleggiandovi sopra (o forse è un’aliena alla Under the Skin, chissà). Sempre il pressbook ci informa che trattasi, il film, di una rivisitazione del pellegrinaggio di Maria (pellegrinaggio?), ed è proprio quella Maria là degli altari che si vuol rifare, però nella chiave di post e iper modernità quale emblema di tormenti contemporanei. Difatti la nostra partorirà alla fine, attorniata da signorine discinte dei peggio club di Las Vegas però immobilizzate come in una sacra rappresentazione o in un’Adorazione del Salvatore bambinello. Citazioni che si direbbero bibliche (la donna che attraversa il deserto con la brocca in mano), contrappuntate da un viaggio nel mondo qui e ora rappresentato da camere di motel, piscine putride e/o vuote, gentaglia che fa le orge e ruba i mobili. Siamo tra la videoart, la performance, la modern dance e il teatro danza. Sconnessione e delirio, però con l’ambizione di cavar fuori un racconto di perdizione e insieme di redenzioni irto di rimandi iconografici più o meno sacri. Quanta confusione, signora. Non manca il coté carnale con la santa diventata donna-donna che se la fa con lui grufolante come un maiale (eh, gli uomini son tutti dei porci!). Quando poi la catatonica si taglia i capelli e si veste da masculo somiglia tutta a Mateo Kovacic, il talentino ex Inter ora Real Madrid. A voler essere buoni, due o tre sequenze sono anche belle a vedersi, ma noi si va al cinema, e ai festival di cinema, per vedere cinema. Mica certa supponente (pseudo)videoart estrogenata a un’ora e mezza.

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