Mostra di Venezia 2015. Recensione: THE ENDLESS RIVER, il peggiore del concorso (insieme a Beasts of No Nation)

19574-The_Endless_River_1____Moonlighting_STU_Productions__Pty__Ltd_2015_All_rights_reservedThe Endless River, un film di Oliver Hermanus. Con Nicolas Dechauvelle, Crystal-Donna Roberts. Concorso.19548-The_Endless_River_4____Moonlighting_STU_Productions__Pty__Ltd_2015_All_rights_reservedImbarazzante psycho-thriller sud africano, con un piacente vedovo cui hanno sterminato la famiglia che si innamora, riamato, della donna del sospetto assassino. Ci sarebbe materia per uno scatenatissimo mélo alla Tennessee Williams, invece il regista Hermanus rarefà, rallenta, raccontando con un sussiego alto-autoriale insopportabile. Fischiatissimo. Voto 3
19536-The_Endless_River_3____Moonlighting_STU_Productions__Pty__Ltd_2015_All_rights_reservedCerto che i film brutti, imbarazzanti, inadeguati del concorso cominciano a essere un po’ troppi, e ben oltre il livello di guardia o della quota fisiologica consentita in ogni festival, e siamo sì e no alla metà. Li elenchiamo? Beasts of No Nation, L’attesa, Equals, adesso questo The Endless River made in South Africa. Per non dire di cose come Looking for Grace appena appena passabili. The Endless River parte, per chi ama il cinema, in modo alquanto promettente: grande schermo, titolo e crediti in un lettering rigorosamente anni Cinquanta, mentre la macchina da presa sta blocata su un panorame maestoso e selvaggio, e dunque ecco che dal tuo inconscio cinematografico riemerge il ricordo degli western più tormentati tipo Il fiume rosso o Duello al sole o i melodrammi potenti di Tennessee Williams (nel senso da lui scritti o ispirati), Elia Kazan, Richard Brooks, George Stevens e via continuando con torride passioni parecchio peccaminose, contorte e sudate. Una scelta da parte del regista Hermanus (il suo curriculum ci avverte di una sua presenza qualche anno fa a Un certain regard a Cannes) che sembra annunciare uno scatenato e torbido mélo. Difatti, torbido mélo avremo, ma per niente scatenato, anzi soporifero per via di una macchina da presa che si muove, quando si muove, con lentezza massima e personaggi che sembrano catatonici manichini paralizzati dai loro drammi interiori, che peraltro noi non riusciamo decifrare. Accolto alla fine dai peggiori fischi mai sentiti a un press screening veneziano e, duole dirlo, stavolta ci stanno. Sulle prime Il fiume senza fine suscita qualche aspettativa. Strade desolate che si perdono all’orizzone, pessimi bar con gentaglia infrequentabile, una villa nel nulla dell’interno sud africano abitata da babbo, mamma e due figlioletti. Persone e cose inghiottiti da quel vuoto minaccioso là fuori, che quando cala il buio ti aspetti il peggio. Da brividi. Difatti ci sarà un massacro, stupro e delitto da parte di tre incappucciati, per un totale di tre cadaveri. Son quelli della famigliola sinistramente alloggiata in quella casa esposta a ogni pericolo, ed è ovvio che il marito cada in una rabbiosa disperazione, con tanta voglia di vendetta. Fin qui il film tiene, è dopo che si perde, imboccando sentieri diversi subito chissà perché interrotti dal regista. Dico solo, per non fare spoiler (ma tanto le chance che il film arrivi nelle sale italiane sono prossine allo zero), che del massacro vien sospettato un certo Percy appena uscito di galera, e che alla moglie di lui comincia a interessarsi il vedovo (che poi è francese, arrivato lì con la famigliola per chissà quali motivi che, come usa adesso nei film da festival, non ci vengono detti). Finirà che i due si innamoreranno davvero, peccato che tra loro due, o meglio, da parte di lei verso il francesino, monti il sospetto. Il sospetto che lui a sua volta si sia macchiato di un’altra orrenda colpa, quella (spoiler!) di aver ucciso per vendetta il marito di lei. Sicché il  melodramma così si configura: come può una donna amare, pur desiderandolo itensamente, colui che potrebbe averla resa vedova? Speri a questo punto in uno psycho-thriller tipo Il sospetto o L’ombra del dubbio di Hitchcock, ma è l’ennesima speranza che andrà subito delusa. Finale aperto, che è un modo gentile per dire che il regista non si decide a sceglierne uno (e questa del finale-non finale è un’epidemia qui a Venezia). Il tutto filmato a passo lento e in tono ieratico neanche Hermanus fosse Dreyer, con i due protagonisti che cavano sì e no una parola ogni cinqu minuti, agiungeteci che anche il più infimo dettaglio vien servito dal regista con il sussiego di chi si ensa monumento della storia del cinema. Micidiale. Se non ci fosse l’orripilante Beasts of No Nation a batterlo (al ribasso), sarebe il peggio di quanto si è visto finora del concorso.

Questa voce è stata pubblicata in cinema, Container, Dai festival, festival, film, recensioni e contrassegnata con , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

3 risposte a Mostra di Venezia 2015. Recensione: THE ENDLESS RIVER, il peggiore del concorso (insieme a Beasts of No Nation)

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.