Mostra di Venezia 2015. Recensione: RABIN, THE LAST DAY. Amos Gitai prenota il Leone d’oro

19570-Rabin_the_Last_Day_1_-_AssassinationRabin, The Last Day, un film di Amos Gitai. Concorso.
19576-Rabin_the_Last_Day_2_-_Commission_1Il cinema torna alla sera maledetta del novembre 1995 in cui il premier israeliano Yitzhak Rabin fu ucciso da un estremista religioso che lo accusava di aver svenduto Israele ai palestinesi dopo gli accordi di Oslo firmati con Arafat. Amos Gitai, maestro del cinema israeliano, racconta con assoluto rigore – con documenti visivi d’epoca e ricostruzioni con attori – cosa successe, gli interrogativi aperti dall’inchiesta, il clima d’odio in cui maturò l’attentato. Senza scadere in complottismi alla JFK di Oliver Stone. Film necessario, ma anche magnificamente girato e di rara potenza. Da Leone. Voto 8
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Yitzhak Rabin

Yitzhak Rabin

Gran film, signori. il più bello e importante tra tutti quelli visti finora del concorso. Si sperava che l’israeliano Amos Gitai, un virtuoso della macchina da presa e della cine-messinscena, lasciasse da parte certi manierismi e virtuosismi degli ultimi film (vedi Tsili e anche Ana Arabia, meraviglioso tecnicamente ma in forte sospetto di autoreferenzialità) e ci raccontasse finalmente una storia, si misurasse con la forza delle cose. Lo ha fatto, cimentandosi addirittura con la Storia (sì, maiuscola, please), con il giorno in cui il premier del suo Israele Yitzhak Rabin venne colpito da tre pallottole durante una manifestazione politica a Tel Aviv sparate da un attentatore a distanza ravvicinata. Rabin sarebbe poi morto di lì a poco in ospedale. Era la sera del 4 novembre 1995, e da allora Israele non sarebbe più stato lo stesso. Perché l’assassinio di Rabin è di quei tornanti che cambiano il panorama mentale di una nazione, lo ridisegnano, stabiliscono il confine tra un prima e un dopo, inoculano nella psiche collettiva fatasmi sconosciuti e demoni e paure che non se ne andranno più via. Traumi come la morte di Kennedy, l’11 settembre, l’edificazione del Muro di Berlino. Esattamente vent’anni dopo Amos Gitai si confronta con quel fatto, con quella sera dannata, con quel che seguì e quello che lo precedette. Film politico quant’altri mai, rigoroso, minuzioso e fedelissimo nella ircosruzione dei fatti, rischiando con qualche ungaggine di allontanare il pur disponibile pubblico festivaliero. Senza forzature, e con la massima naturalezza, Rabin, The Last Day alterna i documenti video e audio di quei giorni a parti ricostruite (magnificamente) da Gitai con attori, e questa fluidità nl passare dagli uni agli altri è il segno che all’opera c’è un maestro vero del cinema. Che poi Gitai non rinuncia mai, neanche qui che aderisce massimamente ai fatti, che si dà per mission quella di ricostruire un pezzo di storia, al suo riconoscibile al modo suo fare cinema, al suo stile. Come i piani sequenza in lente carrellate orizzontali, l’attraversare ambienti e anche tempi diversi senza mai staccare la macchina da presa creando continuità e compatezza, legando sotterraneamente e stabilendo connessioni di senso tra ciò che sarebbe potuto sembrare sconnesso. Vecchie abitudini da cinema sperimentalista d’epoca che però Gitai sa nascondere dietro un’assoluta semplicità. Scelte formali e di linguaggio che si mettono al servizio di ciò che deve essere raccontato ed esposto, di quello che un tempo si diceva contenuto e adesso chissà (tutt’al più lo si tollera nella versione inglese contents, che fa meno vetusto impegno). Non aspettatevi un film tipo il JFK di Oliver Stone, qui non ci sono fantasiose e deliranti ipotesi complottistiche, non ci sono visioni paranoiche. Del resto, il mistero è scarso, l’attentatore fu subito arrestato, confessò immediatamente, pochi furono i dubbi sulla dinamica dei fatti, immediatamente ricostruiti grazie a una gran massa di materiali video e ai molti testimoni (si era su una pubblica piazza durante un comizio).
A sparare i trecolpi è un giovane colono di vent’anni e qualcosa, Yigal Amir, profondamente religioso (non mi piace dire ebreo ortodosso), studente di una yeshivà e appartenente a un milieu politico-religiosi diciamo così oltranzista. Un milieu in cui il premier Yitzhak Rabin è accusato, dopo gli accordi da lui firmati a Oslo con Yasser Arafat in cui Israele riconosce un’autorità palestines sui territori della West Bank e su Gaza, e una parziale autonomia, di aver tradito la causa di Israele, del popolo d’Israele tutto, di aver svenduto al nemico parti inalienabili della terra dei padri. Son cose che si sapevano, certo, ma Gitai ce le mostra nella loro fattulità quotidiana e nelle loro fatali conseguenze sulla storia del paese, ci fa vedere le facce e i corpi, le parole e gli atti. Vengono i brividi se pensiamo a quanto sarebbe successo a Rabin, nel vederein una scuola ultrareligiosa (la scena è ricostruita da Gitai con attori) un maestro dichiarare Rabin non solo traditore, ma nemico. E, citando i sacri testi (scusate, vado a memoria), “l’ebreo che mette a rischio la vita di altri ebrei e ne causa la morte può essere egli stesso punito con la morte”. Perché lo si possa colpire, eliminare, occorre una procedura, occorre pronunciare una condanna che in qualche somiglia – scusatemi ancora per l’approssimazione – a una fatwa. Ecco, Rabin viene dichiarato un nemico interno, un ebreo nemico, dunque giustiziabile. Yigal Amir è il risultato di questo clima. Attraverso Gitai penetriamo nella galassia degli oppositori a Oslo, oppositori di vario grado e intensità. Compresi i molti sostenitori del Likud, il partito di destra, che di lì a non molto manderanno al governo il loro leader Bibi Netanyahu, il quale, conviene ricordarlo, è ancora oggi il premier di Israele. È questa la parte del film più tesa e anche più avvincente. Perché se prima stentavamo a capire il solo apparente paradosso di un israeliano che ammazza un suo primo ministro, adesso dinamica, cause e e effeti risultano più intellegibili. In parallelo Gitai indaga, msotrandoci al lavoro la Comissione incaricata di far luce sui fatti. Dagli interrogatori di testimoni, poliziotti, gente dei servizi, addetti alla sicurezza saltano fuori zone buie. Le minacce a Rabin erano ben conosciute, com’è stato possibile allora che l’attentatore, armato di una Beretta, sia riuscito a infilarsi e arrivare a mezzo metro dalla vittima designata? Ci sono state colpevoli egligenze? O addirittura, come pare adombrarsi in certi passaggi del film, collusioni e comlicità? Gitai non esclude nessuna pista, non smorza e non silenzia, e però non cade nel complottismo, non tira in ballo chissà quali forze occulte che avrebbero armato la mano di Yirgal Smir. Il quale – e le scene ricostruite con un attore del suo interrogatorio sono tra le più istruttive e agghiaccianti – non si dichiara pentito, anzi, ammete subito di essere lui il responsabile rivendicando con fierezza l’attentato quale atto dovuta di giustizia. Se una tesi questo film politico ma per niente militante ce l’ha è quella di individuare nella amplissima parte dell’opinione pubblica impaurita dagli accordi di Oslo e sostenitrice del Likud il terreno di coltura degli estremismi e fanatismi dei vari Amir. Gitai, figlio dell’Israele laica e liberal (il padre, venuto dalla Germania, fu l’architetto che progettò in stile Baugaus una parte di Tel Aviv), appartenente all’élite culturale askenazita, guarda con allarme all’altra parte del paese, quella che si raggruma intorno al Likud ed è sensibile ai suoi richiami nazionalisti, una parte che non appartiene all’aristocrazia askenazita e perlopiù proveniente dai paesi arabi, e assai meno disponibile verso i palestinesi. Un film come questo fa fatica a interpretare gli umori dell’altra metà della nazione e credo che, quando uscirà in patria, le discussioni saranno accanite. Ma il cinema è anche questo, serve anche a questo. Gitai sembra suggerirci che con la morte di Rabin il paese ha perso la grande occasione di pace. Sarebbe potuto andare diversamente, se lui fosse vissuto, e invece la sua scomparsa ha aperto la strada a Netanyahu, più volte mostrato mentre arringa la folla. Tesi più che comprensibile, ma a mio modesto avviso (non sono mica uno storico, tantomeno del Medio Oriente) tutto sarebbe stato comunque maledettamente complicato e la pace non così vicina. Quel che è venuto dopo, le intifade e gli attentati kamikaze da parte dei palestinesi, l’espansione degli insediamenti e la costruzione del muro da parte di Israele, dimostra l’abisso che separava e separa gli uni dagli altri, e che ha più a che vedere con i popoli e le loro pulsioni profonde con che con i rispettivi leader. In ogni caso, un film possente, di quelli che non si possono trascurare. Sicuramente in zona Leone d’oro. Nota: come spesso nei film di Gitai appaiono donne di meravigliosa bellezza vera: una giornalista, un’avvocatessa, una poliziotta portavoce.

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