Mostra di Venezia 2015. Recensione: SANGUE DEL MIO SANGUE di Marco Bellocchio, film coraggioso ma non così convincente

19572-Sangue_del_mio_sangue_1Sangue del mio sangue, un film di Marco Bellocchio. Con Pier Giorgio Bellocchio, Lidiya Liberman, Ivan Franek, Roberto Herlitzka, Toni Bertorelli, Alba Rohrwacher, Filippo Timi, Elena Bellocchio. Concorso. Dal 9 settembre al cinema.
19578-Sangue_del_mio_sangue_4Incredibile Bellocchio. Parte come in un gotico di Bava o di Freda con la storia di una monaca processata per stregoneria a Bobbio (la sua città natale). Prosegue con una seconda parte nella Bobbio di oggi nei toni della commedia grottesca, con esiti francamente discutibili. E anche la parte storico-streghesca non è mica così convincente. Però molti gli entusiasti qui al Lido, che stamattina al press screening hanno fragorosamente applaudito. Voto 5
19566-Sangue_del_mio_sangue_5

Marco Bellocchio

Marco Bellocchio

Se Marco Bellocchio voleva spiazzarci c’è riuscito in pieno. Questo è il suo film più fuori-rango, risqué, anarchico, irregolare, di un autore e di un signore che a settant’anni può permettersi tutto e ha deciso di rimettersi in gioco e pure divertirsi. E fin qui tutto bene, châpeau. Però, in questa sua coraggiosa impresa Bellocchio deraglia, infrange ogni regola di minimo buonsenso e anche minimo buongusto e ci consegna un film sincero e nudo, urticante nel suo esibito estremismo, ma anche imbarazzantissimo per cose che mai avresti voluto vedere e sentire. Sincero e insieme impudico. Grideranno entusiasti, e già hanno applaudito freneticamente in sala alla proiezione stampa, i ragazzi e i ragazzacci che adorano il cinema di genere o i Bellocchio-dipendenti che in questa sconclusionata storia di streghe, vampiri, révenants lassù nella piacentina Val Trebbia, in questo plot confusissimo e con voragini narrative, hanno ritrovato o hanno creduto di ritrovare il repertorio delle loro passioni schermiche. Ma mica basta un processuccio per stregoneria imbastito in una modesta simil-sagrestia a fare horror e cinema fantastico e visionario. E nemmeno basta far cantare il Dies Irae a un coro di voci d’angelo per fare Dreyer. Anche se per un po’ Bellocchio riesce a mantenerci nell’illusione, fabbricando un racconto che sembra un gothic di Mario Bava o Riccardo Freda anni Cinquanta-Sessanta, però senza i loro mezzi, senza il loro infallibile senso per lo spettacolo e i gusti delle platee popolari, e pure senza il loro fulgore figurativo. Siamo a Bobbio, luogo in cui Bellocchio è nato e dove ha girato e continua a girare parecchie sue cose, dal primo e fondativo I pugni in tasca a questo Sangue del mio sangue. Bobbio, la piccola patria da cui lui non s’è mai staccato davvero e a cui eternamente ritorna, luogo chiuso che riflette però l’universo, microcosmo che racchiude già il tutto. “Bobbio è il mondo” dice a un certo punto un personaggio del film (mi pare il vampiro Roberto Herlitzka), tanto per chiarire a chi non avesse capito. Dunque, in questa città-mondo, nel suo convento, in un tempo che mi è parso essere il Seicento, una monaca è sospettata di commercio col demonio, di aver stregato un sacerdote di nobile casato facendone il proprio amante e inducendolo alla morte. Se la presunta rea confessasse di essere indemoniata, il reietto verrebbe discolpato post-mortem in quanto ingannato dal maligno e finalmente sepolto in terra consacrata. Ma lei non confessa, sicché le si manda il gemello del defunto che, facendola re-innamorare, la spinga ad ammettere le colpe su e quelle del suo satanico padrone. Poco più che un pretesto perché l’aristocratico uomo d’arme Federico provi turbamento di fronte a quella femmina e precipiti in un gorgo di insane passioni (tant’è che lo vedremo a letto con due signore ancora vergini, in una delle scene di straculto del film, e una delle due è Alba Rohrwacher!). Ci sarà un processo alla strega, condannata a essere sepolta viva per il resto dei suoi giorni dietro una parete del convento. Ora, questa prima parte (perché poi ne arriverà una seconda in tempi moderni anzi odierni, e sarà terribile) la si può reggere, anche se gli omaggi al genere stregonesco-fantastico-horror si rivelano assai tenui e al di sotto delle attese suscitate dalle prime sequenze. Più che a un Bava o a un Freda, la messinscena ha un che di domestico, di paesano (che non è un insulto), di poveristico. Attori non sempre impeccabili, magari con la faccia giusta ma l’intonazione no, e una recitazione che resta quella volutamente naturale e quotidiana, così stridente in un film in costume, di certo cinema autoriale anni Sessanta. Con un che da recita di paese, come se, scoperti nella canonica i documenti su un caso di stregoneria di secoli addietro, la comunità (per usare un termine oggi molto amato) decidesse di metterne in scena la storia per riscoprire e insieme fare i conti con il proprio passato e i propri fantasmi. Con ovvie goffaggini, ma pure con straniamenti interessanti e in ogni caso molto bellocchiani. La situazione peggiora, anzi precipita con la parte seconda, nella Bobbio d’oggidì, dove  scopriamo che gli inquisitori di allora sono ancora lì, vampiri oltre ogni possibile età che occultamente muovono e governano i destini individuali e collettivi della città. Una cupola, ecco. Come dire, il potere che dominava allora ai tempi della caccia alle streghe eccolo qui anche oggi. Chssà perché Bellocchio abbandona le strizzate d’occhio al cinema di genere per buttarla invece sulla commedia grottesca, che non mi pare gli sia mai stata così congeniale, con macchiettoni tremendi come quello di Filippo Timi o della moglie del vampiro. Con scene che si fa fatica a guardarle. Vogliam parlare del nosferatu Roberto Herlitza (chi se no?) che a letto intona con i suoi servi la canzone degli alpini Tapum Tapum? O della sbrigativa e incredibile spiega dell’incaricato della regione: “questo russo ha visto su internet che le prigioni sono in vendita e si è precipitato a comprarle per farne un hotel di lusso”? Che poi, è mai possibile che tutte le parti di slavo in un film italiano vadano invariabilmente a Ivan Franek che qui naturalmente fa il bilionario venuto a Bobbio dal freddo? Non tutto è chiaro, anzi molti passaggi restano oscuro, ma ce se na fa una ragione. Fino allo scioglimento finale che, devo dire, un minimo di coerenza e di senso lo apporta al film fino a quel momento assai scombinato (diciamo anarchico). E però con fastidioso messaggio incorporato. Quello secondo cui a salvare il mondo (inteso come Bobbio) son le donne, anzi le streghe. Già, le streghe son tornate, gridavano le femministe anni Settanta. Ecco, siamo rimasti lì, almeno in Val Trebbia. (Sì, il protagonista Pier Giorgio Bellocchio è il figlio del regista).

Questa voce è stata pubblicata in cinema, Container, Dai festival, festival, film, recensioni e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

2 risposte a Mostra di Venezia 2015. Recensione: SANGUE DEL MIO SANGUE di Marco Bellocchio, film coraggioso ma non così convincente

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.