Mostra di Venezia 2015. Recensione: HEART OF A DOG di Laurie Anderson. Ti ricordi di Lolabelle?

Lolabelle

Lolabelle

Heart of a dog, un film di Laurie Anderson. Concorso.

Laurie Anderson

Laurie Anderson

Diario secondo i modi della vieoart di Laurie Anderson, signora di molte avanguardie newyorkesi. Che in questo film riflette sulla scomparsa di chi ci sta accanto, e sulla morte tout-court. Dedicando gran parte di Heart of a Dog alla sua adorata cagnetta Lolabelle. Per una ventina di minuti si risce anche a provare un qualche interesse, poi però la celebrazione di Lolabelle scade in eccessi francamente imbarazzanti. Voto 4 e mezzo

Lolabelle suona

Lolabelle suona

Signora di molte avanguardie assai newyorkesi – musica, videoart e altro ancora -, Laurie Anderson ha portato in concorso a Venezia questo lungometraggio, credo il primo della sua carriera, certo non mainstream e del tutto coerente con il suo passato e la sua fama di sperimentatrice più o meno ardita. Naturalmente trattasi di film con un asse narrativo labile e sfrangiato. Naturalmente trattasi di un docu ibrido e mescolato che procede per associazioni visuali. Ma per raccontare cosa? Diciamo che Heart of a Dog è una specie di diario di Laurie Anderson nei modi della videoart, con un montaggio di materiali diversi e un’organizzazione in capitoli ognuno introdotto da un breve testo tra l’evocativo, il descrittivo e il poeticizzante. Comunque molto, molto elegante. E a connettere il tutto la voce fuori campo sempre presente, dal primo all’ultimo fotogramma, della stessa Laurie Anderson. Cinema (cinema?) di flusso e fulminee connessioni tra cose anche eterogenee e altrettanto fulminee sconnessioni, con però, nell’apparente anarchia del non-racconto, una traccia decisa, che è poi quella della morte, della scomparsa delle presenze più care, e della morte in sé. Il tutto filtrato e visto attaverso il caso dell’adorata cagnetta, un rat terrier di nome Lolabelle vicina a Laurie per molto tempo e poi defunta, di cui il film è la celebrazione, la nostalgia, la rievocazione, il monumento funebre. Con qua e là citazioni illustri onde conferire all’operazone il giusto tasso intellettual-chic, e via dunque con frasi non sempre pertinenti di Wittgenstein, David Foster Wallace e mi pare anche Kierkaard. Ora, nei primi venti minuti si riesce anche a seguire il film, a interessarsi alla cagnetta Lolabelle, e qualche discorso sulla morte (quel consiglio non ricordo se di un maestro buddista o di altri di riportare nella loro casa i malati terminali e farli morire non in ospedale ma tra le cose che son loro appertenute) induce a riflessioni non banali. Il guaio è quando la commozione dell’autrice per la sua rat terrier, prima malata poi dipartita, porta a rievocazioni quantomeno imbarazzanti. Le parole che LA cercò di insegnarle, e quando la avviò alla musica mettendole a disposizione una tastiera su cui Lolabelle suonava e pure componeva, arrivando a farle incidere un disco natalizio. Ammetto che Lolabelle suonasse anche benino e ottimo senso del ritmo, meglio di certi umani, ma era proprio il caso? Intendo: era proprio il caso di insistere tanto sulla cagnetta compositrice ed esecutrice e coincertista? E vogliamo parlare di quando Anderson le mette a disposizione non so quale plastilina in modo che lei, Lolabelle, possa scolpire? E le sculturine (insomma, ecco) diventano zoccoleti giapponesi da metterle alle zampe. No, grazie, non si può. Non si mette in dubbio la sincertà di Laurie Anderson, ma c’è un limito di buongusto e buonsenso che non andrebbe valicato, mentre qui si va molto, molto oltre con gran sprezzo del ridicolo. Non bastasse, si tira in ballo il Libro tiobetano dei morti con la sua teoria dei 49 giorni che il defunto trascorre in un posto detto bardo non ho capio bene se per purificarsi, o alleggerirsi per il definitivo viaggio o per chissà cos’altro (che volete, io del buddismo non ho mai sentito la fascinazione, dunque son parecchie le cose che mi sfuggono). Così ecco ancora i 49 giorni di Lolabelle con i suoi ricordi post-mortem ecc. ecc. Aveva fatto meglio con Il libro tibetano dei morti Gaspar Noé che proprio su una teoria contenuta in quel testo aveva costruito la prima e vertiginosa parte del suo capolavoro Enter the Void. Qui, spiace dirlo, Laurie Anderson non è poi tanto diversa dalle molte signore che sembrano più affezionate ai cani (o ai gatti) che agli umani. Solo che lei lo fa dall’alto della sua fama e con una certa classe, ma sarebbe il caso di dire sussiego, avanguardistico-newyorkese. Lou Reed? Il compagno di molti anni di vita di Laurie Anderson, morto non molto tempo fa, appare solo per un paio di secondo in un tremolante home video. Si parla anche di un altro lutto, quello per la morte della madre, cui Laurie dedica uno spazio tttosommato ridotto. Che dire? Che il film in due o tre passaggi funziona, quando l’autbiografismo e narcisismo della signora autrice riesce a farsi specchio delle esperienze di molti. Ma non basta a salvare un’operazione che, sotto l’allure chic-intellettuale e politicamente correttissima (buddismo, animalismo ecc.), resta abbastanza imbarazzante.

Questa voce è stata pubblicata in cinema, Container, Dai festival, festival, film, recensioni. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.