INSIDE OUT (recensione). Un Pixar movie sui processi della mente. Sofisticato e inquietante

88a5ad123af42594cd9fb0ade117e24c-700x433Inside Out di Pete Docter e Ronnie del Carmen. Al cinema da giovedì 17 settembre 2015.
INSIDE OUTDentro la mente di una ragazzina di nome Riley, a conoscere le emozioni che la governano. Con Gioia che cerca di arginate la cuperrima Tristezza. Forse il più raffinato film animato mai concepito, ma segnato da un determinismo allarmante. E di una complessità labirintica. Voto 7 meno
INSIDE OUTSi son lette recensioni strabilianti di questo nuovo Pixar movie dopo la prima mondiale di Cannes lo scorso maggio. Per molti il miglior film del festival e il migliore film di sempre di casa Pixar. Dissento. Il concept è straordinario, di una raffinatezza e complessità come poche volte nel cinema di massa. Ma non tutto funziona, anzi. Storia di una ragazzina di nome Riley di undici anni, e delle emozioni di base che regolano il suo cervello, il suo umore, la sua vita. Emozioni che diventano personaggi, e che vediamo agire alla console di un quartiere centrale cerebrale determinando con le loro decisioni quello che capita a Riley e come lei lo percepisce. Idea semplicemente pazzesca, che pure diventa un film di massima godibilità. Leader delle emozioni al lavoro è Gioia, mentre il suo opposto è la cuperrima e sfigata Tristezza. Ma ci sono anche Paura, Rabbia e Disgusto. Si resta ammirati per il coraggio degli autori, e per la sottigliezza della trovata, e per le meravigliose invenzioni narrative (quella trasformazione astratta e cubista di Gioia e i suoi compagni!). E però. Però bisogna pur dire che la trama è contorta e lambiccatissima, che le zone oscure son più di quelle chiare e comprensibili, che il personaggio di Tristezza non si capisce che funzione abbia (e perché Gioia, che l’ha sempre osteggiata, alla fine la apprezzi). Diciamo che siamo, in versione Pixar, tra Il mago di Oz e Inception. Con un aspetto molto, molto inquietante. Che la povera Riley è una marionetta priva di libero arbitrio, il cui agire dipende solo da quel che fanno le Emozioni alla console. E questo, consentitemi, è agghiacciante, è il frutto di una visione meccanicistica e veterodeterministica del funzionamento della mente umana. Tant’è che se nel film al posto delle Emozioni ci fossero, poniamo, delle figure che rappresentano ciascuna uno psicofarmaco, il risultato sarebbe lo stesso. Sopravvalutato.

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