Recensione: AMY. Al cinema il docu su Amy Winehouse. Fino al 17 settembre

Amy – The girl behind the name, un  documentario di Asif Kapadia. Al cinema il 15, 16 e 17 settembre 2015. Distribuito da Nexo Digital e Good Films.
07d3bcc481c8bd27092feb1a5fb681e4Bio non autorizzata e pochissimo ufficiale delle grande tragica Amy Winehouse, una dele voci più belle e potenti delle ultime decadi. Nulla viene taciuto, in questo film che ricostruisce successo e autodistruziono di una star. Con video poco o mai visti. Voto tra il 6 e il 7Amy ragazzina con un'amicaBiopic per fortuna non autorizzato, anzi per niente amato dalla famiglia, di Amy Winehouse. Per fortuna, perché almeno non c’è l’obbligo al santino ufficiale e si può andare a indagare anche i lati in ombra del personaggio. Kapadia – già regista di un docu su Ayrton Senna – nasconde poco delle travagliata vita pubblica e privata di Amy, voce nera e jazz nel corpo di una ragazza nata nel quartiere ebraico di Londra da una madre molto presto tradita dal marito. Il tono sta tra la ricostruzione documentaria e un certo gusto scandalistico nel mostrarci di che dolore è fatto il successo. Ci sono chicche come Amy giovanissima che canta Happy Birthday alla festa di compleanno di un’amica, ed è già pienamente Amy Winehouse. Poi l’ascesa verso il successo, che arriverà massiccio e forse inatteso, con Back to Black, e la parallela discesa verso la disintegrazione psichica e fisica. Un amore con un ragazzo di nome Blake, poi anche marito, di quelli folli e maledetti in cui ci si salva o si affonda insieme, e lei e Blake affondano. Per Amy è l’alcol, la bulimia, l’eroina, il crack. Finirà come sappiamo. Certo le ultime immagini in video e foto sono sconvolgenti, corpo scheletrico, occhi che non vedono più niente, graffi e lividi su tutto il corpo, il trucco colato sulla faccia ridotta a un mascherone. Come se fosse già morta da viva. Forse non un gran film, anche con qualche compiacimento voyeuristico di troppo. Però Winehouse è Winehouse, e vederla e sentirla vale la pena, eccome. AW è ormai definitivamente una delle grandi tragiche degli anni Duemila.
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