Mostra di Venezia 2015. HELMUT BERGER, ACTOR (recensione). Il vero film dell’orrore visto a Venezia

20996-Helmut_Berger__Actor_1Helmut Berger, Actor. Un documentario di Andreas Horvath. Con Helmut Berger. Proiettato alla Mostra del cinema 2015 nella sezione Venezia Classici.
21020-Helmut_Berger__Actor_3Ci si aspettava un Helmut Berger impegnato a ricordare il suo passato di attore viscontiano e non, a raccontarci storie, cose, persone. Invece HB ci inchioda al suo presente di decadenza e degrado, al suo essere un uomo vecchio, solo, rancoroso, prigioniero del proprio passato remoto come la Norma Desmond di Viale del tramonto. Un documento agghiacciante. Con tanto di masturbazione finale (vera). Helmut Berger, Actor è una danza di spettri, una galleria di orrori. E però, che film. Voto 8
21016-Helmut_Berger__Actor_2Uno dei vertici, o degli abissi (perché in questa danza di spettri, in questo film di veri zombie, si va giù all’inferno dei vivi e dei morti), della mostra del cinema appena finita. Nessuno credo si aspettasse qualcosa di così estremo, puro cinema della crudeltà di scuola austriaca (Haneke, e soprattutto Ulrich Seidl), e c’è da chiedersi se la crudeltà sia del protagonista Helmut Berger, o del regista Andreas Horvath che impassibilmente ne osserva e filma il degrado, il disfacimento fisico e psichico. O se la crudeltà sia nostra, appartenga a noi spettatori ridotti a voyeur ora orripilati ora compiaciuti. Vedi nel programma festivaliero il titolo Helmut Berger, Actor, piazzato oltretutto nella sezione Classici, e naturalmente ti immagini il solito film-intervista, il solito docu-bio su uno che la sua stagione di grande del cinema l’ha vissuta, insomma un qualcosa di simile a quanto si era visto a Venezia il giorno prima con l’assai interessante, ma tutto sommato quieto e per niente sorprendente, film di Noah Baumbach e Jake Paltrow su/con Brian DePalma. Ecco, ti aspetti che Helmut Berger si metta a rievocare i suoi tempi belli tra fine Sessanta e Settanta, a raccontarti storie di set e fuori set, e di Luchino (Visconti), Florinda (Bolkan), Marina (Cicogna), Marisa (Berenson) e tutti i famosi, e spesso belli e famosi, le cui traiettorie si sono incrociate con la sua. Un io c’ero, e c’era questo e c’era quello, con una bella spruzzata di glamour come si addice a un ragazzo venuto dal nulla austriaco e entrato nella storia del cinema grazie a un formidabile trittico in cui lo collocò il suo mentore, scopritore, anche amante Visconti, vale a dire (in ordine di apparizione) La caduta degli dei, Ludwig e Gruppo di famiglia in un interno. Macché. L’Helmut Berger che vediamo qui è un vecchio non gradevole, un settantenne disfatto, cicondato da flaconi di pillole e bottiglie (soprattutto vodka) vuoti, scatarrante, rancoroso, dalla voce impastata, carico di livore, spettro di se stesso e dell’attore che ricordavamo. E pieno di livore anche nei confronti del regista, il connazionale Andreas Horvath, che lo sta filmando, resistendo con una pazienza da stoico ai repentini cambi di umore di chi sta al di là della mdp, alle sue ingiurie, al suo disprezzo (e però, per portare a casa una testimonianza così che rischia davvero di passare alla storia del cinema val la pena sopportare). La clamorosa sequenza d’apertura ci dice già chi sia il Berger di oggi, e che film vedremo, ridimensionando bruscamente le nostre aspettative. Via con lui che si rigira ghignante nel letto, in una casa di massimo disordine strapiena di oggetti di una vita dissipata e anche voluttuosamente dissoluta, e che si mostra a culo nudo alla macchina da presa e poi eccolo (faticosamente, appesantito da un hangover che pare non solo di quella mattina ma eterno) rivolgersi alla camera e quasi gridare fiero: “Sono un attore!” (da qui, immagino, il titolo).  Come a volerci convincere che quella scena di massima laidezza è solo l’ennesima performance di uno che ha per mestiere attraversato e interpretato infiniti ruoli. Ma non gli crediamo, neanche per un momento. Sappiamo bene che questa non è rappresentazione, non è finzione, ma solo brutale registrazione del reale. In questo piccolo, claustrofobico appartamento alla periferia di Salisburgo ecco lo spazio saturo di foto personali (innanzitutto quella di mamma, ovviamente), di cose collezionate nel corso di una vita al limite, i memorabilia di sé, e di coloro che son stati vicino. Lamentandosi, Berger, che gli eredi di Visconti gli abbiano impedito di tenersi cose importanti del loro pezzo di vita insieme. Visconti, di cui campeggia sulla parete un ritratto maestoso. Visconti, di cui Berger parla (in un paio di acccenni veloci, ma che si imprimono lo stesso nella nostra memoria) con nostalgia e un rispetto timoroso, come se l’ombra di quel grande ancora si allungasse su di lui. Uno dei pochi nomi famosi che l’attore tira fuori, perché per il resto non ci sono amarcord, non si sfoglia l’album delle rimembranze, non si danno rivelazioni succulente. No, implacabilmente Berger ci inchioda a questo suo orrido presente, al suo qui e ora, senza permetterci vie di fuga. Tutt’al più rievocando la grandeur passata per confermare, innanzitutto a se stesso, il proprio periclitante status. Come la Norma Desmond di Viale del tramonto, che è il vero archetipo su cui questo film si modella, HB vive nell’autoreferenzialità, circondandosi e rispecchiandosi nei cimeli della propria gloria remota e forse svanita (da un ventenne cui consigliavo a Venezia di correre a vedere questo film mi son sentito chiedere: “Ma chi è Helmut Berger?”), consegnandoci il perfetto (auto)ritratto, o referto, della star che non ha saputo o potuto emanciparsi dalla propria immagine pubblica e ne è rimasta stritolata. Non succede molto, solo una ripetizione coatta e ossessiva degli stessi gesti, degli stessi lamenti e invettive contro il mondo e l’umanità tutta, e quando non vediamo lui in scena vediamo la domestica Viola Techt che riordina, cerca di dare un senso al caos, pulisce come può, si sforza di rendere l’antro dell’orco almeno presentabile, con la pazienza, la dedizione cieca e commovente degli umili che si attengono scrupolosamente al loro dovere. A lei, morta poco dopo la fine delle riprese, e proprio mentre si recava a casa dell’attore a fare il suo mestiere, che Helmut Bergher, Actor è dedicato, ed è una dedica sacrosanta e doverosa perché è stata Viola a fare da estremo argine, nella vita dell’attore, allo sfacelo definitivo. E ci si chiede come Visconti, affascinato com’era dalla decadenza, avrebbe assistito a questo spettacolo offerto dal ragazzo Helmut invecchiato. Ci sarà a un certo punto una partenza per Montecarlo, a festeggiare un Capodanno che a noi spettatori sembra una cavalcata di zombi, e che sarà l’ulteriore occasione per Berger di immaginarsi ancora celebrità tra le celebrità, di esercitare la sua arroganza di star, di illudersi che il tempo si sia fermato là, agli anni Settanta. Uno degli assi narrativi del film è la relazione tra l’attore e il regista, da Berger ora blandito ma il più delle volte maltrattato e insultato: Ma tu non sei altro che un contadino, un bifolco, un provinciale! Ma tu ti stai approfittando di me e della mia fama per prendertio qualche premio a qualche festival! Però nel bipolarismo, nel pendolarismo cui soggiace Berger ecco anche un “io ti amo, mi sono innamorato di te” seguito da avance esplicite a Horvath. Che si avvicini! Che dia la mano! Che faccia sentire la sua presenza al povero vecchio abbisognoso di conforto e di un po’ di sesso! E nella ormai già leggendaria scena finale – quella che issa questo film nella galleria dei massimi orrori cinematografici e tra le testimonianze più perturbanti che il cinema abbia dato di se stesso – Helmut Berger chiama a sé Horvath, ne invoca il contatto, mentre si masturba finendo in un faticosissimo orgasmo sotto l’occhio impassibile della macchina da presa che tutto riprende e niente occulta. Poi, buio. Ho l’impressione che farà molta fatica a circolare, questo film. Come la prenderanno  gli eredi Visconti esplicitamente chiamati in causa? E lui, Berger, non è che si pentirà di aver dato il permesso a Horvath di girare? Alla prima proiezione a Venezia ovviamente l’attore non era presente, e nemmeno Horvath, impegnato a girare il suo primo lungometraggio di fiction in Siberia, c’era solo la moglie del regista, che ha voluto ribadire la gratitudine sua e del marito a Viola Techt la governante. Nella piccola sala Casinò non eravamo neanche tanti a vederlo, anche perché nessuno si immaginava l’impatto che il film avrebbe avuto. Intanto, non si poteva non pensare al documentario Im Keller presentato (fuori concorso) da Ulrich Seidl l’anno scorso a Venezia, viaggio allucinante nelle cantine dei connazionali austriaci, tra bizzarrie e demenze  e pulsioni desideranti in libera uscita a testimoniare inconsci individuali e collettivi alquanto allarmanti tra Vienna, Linz e Salisburgo. Mica per niente Seidl è il produttore del film che Andreas Horvath sta girando, e fors’anche il cineasta di riferimento di questo film. Si vorrebbe, in questa Caduta degli dei di un dio solo e abbandonato, che ci fosse un che di grandioso, il segno, il riflesso della fine di un mondo tutto, di un destino di tanti, invece no, si esce dal cinema con l’impressione che in un simile spettacolo di degrado non ci sia niente che lo oltrepassi e lo sublimi. Che quanto abbiamo visto è solo una triste piccola storia individuale. Fors’anche mediocre. Qualcosa, in effetti, si era già intuito nelle scene finali del Saint Laurent di Bertrand Bonello (quello buono, mica il biopic ufficiale sul couturier di Jalil Lespert), dove genialmente si utilizzava Helmut Berger per interpretare il rovinatissimo YSL della fase terminale. Con, mise en abyme!, Berger/Saint Laurent che guardava Berger en travesti nella viscontiana Caduta degli dei. Vertigine di una doppia, anzi tripla décadence. Dietro alla quale già si intravedeva il vero Helmut, il ragazzo venuto da Salisburgo e lì tornato da vecchio a ripercorrere, in un anonimo condominio di periferia, il labirinto senza uscita della propria gloria passata.

Questa voce è stata pubblicata in cinema, Container, Dai festival, festival, film, recensioni e contrassegnata con , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Una risposta a Mostra di Venezia 2015. HELMUT BERGER, ACTOR (recensione). Il vero film dell’orrore visto a Venezia

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.