Recensione: SILVERED WATER, SYRIA SELF-PORTRAIT. Un documentario-capolavoro sulla Siria. Imprescindibile

10668880_723063647787165_5699067527367899202_oSilvered Water, Syria Self-Portrait, un film di Ossama Mohammed e Wiam Simav Bedirxan. Al cinema Beltrade di Milano.
184390Se vi capita, correte. Il più importante documentario degli ultimi anni, quello che insieme a The Act of Killing ha riscritto i modi del cinema politico di denuncia. Gli orrori del primo anno di guerra civile in Siria attraverso le immagini girate – col cellulare, il tablet, la videocamera – dagli stessi siriani, da una parte e dall’altra. Autoritratto di un paese martirizzato che diventa un’esperienza cinematografica radicale. Attenzione: qui si testimonia solo la prima fase della guerra, quando bene e male erano ancora riconoscibili. Da allora tutto è diventato più complicato e ambiguo. E noi? Voto 8 e mezzo

i due registi

i due registi

silvered-water-syria-self-portraitVisto solo adesso – questo documentario fondamentale – dopo che me l’ero perso a Cannes 2014, dov’era stato proiettato fuori concorso, e nei vari festival successivi (Torino e Filmmaker, se ricordo bene). Lo ammetto, l’avevo sottovalutato, pensavo che Cannes l’avesse messo in programma solo come atto dovuto. Per correttezza politica, per non negarsi a far da cassa di risonanza a un film su una questione incandescente come la guerra (la si potrà chiamare civile?) in Siria. Mi sbagliavo clamorosamente. Me ne rendo conto dopo averlo finalmente intercettato al cinema Beltrade di Milano (Dio sia lodato per la sua esistenza e anche resistenza) dov’è ancora in programmazione, e non dovete perdervelo, è una visione imprescindibile. Silvered Water, Acqua argentata (è quanto vuol dire Simav, il nome curdo dell’autrice del film insieme a Ossama Mohammed) non è il solito, per quanto nobile e necessario, film di denuncia, o almeno, non è solo quello. Del documento miltante votato e finalizzato a una causa rispetta tutti i codici, dall’informazione puntuale sui fatti all’indignazione all’intento didattico e didascalico nei confronti dello spettatore, quel volerlo sensibilizzare e sottrarlo al torpore dell’indifferenza per incitarlo all’azione, o almeno alla consapevolezza. In questo senso, missione compiuta. Ma a distinguere Silvered Water (sottotitolo appropriato Autoritratto siriano) dal cinema engagé è che non si limita a ottemperare passivamente alle convenzioni del genere cui appartiene o sembra appartenere ma le oltrepassa, le sublima, le trasmuta, fors’anche le mina dal di dentro per penetrare in un’altra zona, in un’altra forma cinema. Insieme all’immenso The Act of Killing di Joshua Oppenheimer – uno dei titolo più importanti di questa decade – Silvered Water riscrive lo stesso film politico di documentazione così come si è configurato a oggi esplorando territori sconosciuti di ibridazione e confronti stilistici e linguistici, là il musical, il noir, l’horror, qui l’alto-autorialismo francesizzante e nouvellevaguistico e il diario personale. In un’operazione che è priva, e qui sta il miracolo, della minima forzatura intellettualistica e di ogni autocompiacimento e che ci appare invece come la naturale estensione, il naturale e perfino necessario risultato della stessa materia narrata. Che sono gli orrori della prima fase della guerra in Siria, mostrati attraverso le mille e una immagine (e anche il riferimento al più famoso libro della letteratura araba situa già Silvered Water in un’area di documentario altro, non solito) girate da siriani dell’una parte e dell’altra del conflitto – quella della rivoluzione iniziale antiregime e quella del regime e del suo esercito – attraverso cellulari, videocamere, tablet. L’autoritratto siriano è questo. Immagini sporche – in ogni possibile senso -, anche mosse, incerte, imperfette, pixelate, annebbiate, a restituire facce, corpi maciullati, paesaggi di macerie con un’impressionante adesione al reale, al fattuale. Da restare tramortiti. Non ricordo di aver mai visto al cinema un simile materiale, così perturbante e insostenibile. Si comincia con la tortura di un ragazzo reo di aver manifestato contro Bashar al-Assad, corpo piegato, faccia sanguinante, fino allo stupro anale con un manganello. Si va avanti con gente in fuga – civili: uomini donne, bambini, vecchi – falciati sulla strada. E cadaveri disseminati tra le rovine, gonfi, lacerati, chiazze di sangue fresco e rappreso dappertutto, e cani e gatti rinsecchiti dalla fame e mutilati, e gatti che divorano cadaveri di cani, e i sopravvissuti a bombe, sparatorie, cecchinaggi, assedi che vagano come spettri, o forse sono zombie già morti senza saperlo. Da non crederci. Da indignarsi e arrabbiarsi e urlare e anche piangere, per la nostra impotenza e il nostro senso di colpa. Perché li abbiamo abbandonati? Perché Europa e America hanno fatto così poco, anzi niente? Perché si è girata la testa dall’altra parte? E please, non si dica che mettere le mani, e gli stivali sul terreno, the boots on the ground, in quel ginepraio avrebbe peggiorato le cose, le nostre e le loro, perché è un alibi di cartavelina al nostro non agire, che poi peggio di così cosa mai poteva essere? Ecco, di fronte a immagini così spaventose la complessa e anche sofisticata operazione, l’invenzione di stile e linguaggio messa in atto dai due registi funziona da filtro, da indispensabile distanziazione, rendendo visibile e compatibile con la nostra percezione ciò che altrimenti, per il suo carico, non lo sarebbe stato. O che sarebbe potuto diventare equivoco, sado-voyeuristico spettacolo del sangue e del massacro. Ossama Mohammed è tra i nomi più conosciuti del cinema siriano, il suo dissenso al regime dell’halawita Bashar è noto da tempo. Nel 2011 lascia Damasco per raggiungere Cannes. Gli consigliano di non tornare, lo avvertono che il suo nome è sulla lista dei non allineati da perseguitare. Resta in Francia (e nel film trapelerà il senso di colpa del transfuga, e del sopravvissuto, del salvato rispetto ai sommersi, alle vittime), e intanto, nei primi mesi del 2011, cominciano sull’onda di altre rivoluzioni e primavere arabe – prima la Tunisia, poi l’Egitto – le manifestazioni in Siria contro il dittatore, che non cede, anzi risponde mandando l’esercito. Sono massacri, prima a Dera’a, la città in cui si è registrato il massimo dell’insorgenza, poi via via in altri centri come Homs, sottoposta a un assedio che farà cumuli di vittime tra i civili. Ossama Mohammed ha portato via parecchio materiale di documentazione in immagini, altro gli arriverà in Francia,. Si stabilisce intanto un contatto via internet con Wiam Simav Bedirxan, una giovane donna curda intrappolata a Homs che con la sua camera ha deciso di filmare quanto sta vivendo e vedendo. La sua famiglia verrà massacrata, lei si salverà cominciando la sua vita di sopravvissuta, mentre con Ossama, nel frattempo trasferitosi a Parigi, continua lo scambio di parole e immagini via email, sms, skype e quant’altro possibile. Il film che vediamo è il distallato di questa relazione a distanza, e di altri documenti visivi cercati o capitati in mano ai due autori. A lasciare stupefatti è il riuso che ne fa Ossama Mohammed, intellettuale siriano – di un paese fortemente legato a Parigi, alla sua lingua, alla sua cultura fin da quando i francesi ne erano la potenza mandataria – che il cinema l’ha fatto e l’ha amato (anche) secondo il modello nouvellevaguistico. Ossama in un passaggio di Silverede Water (o Eau argentée), parlando di un ragazzo appassionato di cinema che avrebbe voluto aprire un cineclub a Douma, sobborgo di Damasco, e poco dopo ucciso dagli sgherri del regime – ricorda come il film di riferimento di lui fosse Hiroshima, mon amour di Alain Resnais. Eccola, la chiave che ci viene fornita per penetrare l’operazione Silvered Water. La Siria martoriata e devastata come duplicazione (cinematografica) della Hiroshima nuclearizzata di Resnais ripercorsa nel ricordo dalla protagonista Emmanuelle Riva e dal suo amante giapponese lì incontrato. I dialoghi a distanza tra Ossama Mohammed a Parigi e la coregista Wiam Simav Bedirxan chiusa nella Homs assediata hanno la stessa esplosiva carica emotiva e le stesse accensioni liriche (anche se in questo caso non amorose) dei dialoghi scritti da Marguerite Duras per Hiroshima mon amour. Aggiungendo un pathos, e un sovrappiù di strazio, alle immagini del martirio di un paese che non è solo derivazione da Resnais ma che attinge, in proprio, alla tradizione del cinema (e della letteratura) arabo, assai più fiammeggiante e, ebbene sì, poetica del nostro. Ossama Mohammed dissemina qua e là altre citazioni cinefile, da Do-de-ska-den di Akira Kurosawa a un film-manifesto del disgelo sovietico, Ballata di un soldato di Grigori Chukhrai, alle comiche chapliniane che consiglia a Simav per intrattenere i ragazzini della sua scuola. Ma il riferimento, la matrice concettuale resta sempre Resnais. Il risultato è mirabile, sofisticata operazione di consapevolezza e citazionismo cinefili e insieme documento dell’orrore di massima efficacia, cinema del reale che si transustanzia in cinema-cinema senza più specificazioni. Il che fa di Silvered Water un’opera diversa e capitale, un lavoro spartiacque e anche un possibile modello per film futuri. Sono infinite le sequenze che non si dimenticano. Certo, i colpi straziati, i civili braccati e colpiti dai cecchini o dall’esercito schierato a bloccare ogni via di scampo, il tunnel nelle fogne percorso da chi vuole scappare dalla città assediata, ma anche i vecchi dischi di vinile di canzoni francesi, Piaf in testa, scovati in una casa abbandonata. E il piccolo Omar, protagonista di un segmento inportante di Silvered Water. Rimasto senza il padre, ammazzato dai soldato di Bashar, Omar non ha perso nonostante tutto la sua innocenza né la sua vitalità, e lo vediamo muoversi in quel panorama di macerie con un’inesausta curiosità, intelligenza, perspicacia. Omar, che ha una speciale sensibilità per la vita vegetale, Omar che nelle fosse destinata ad accogliere altri cadaveri vede solo le rose, che raccoglie papaveri tra le rovine e le more dei gelsi. Ci resta in mente del flm soprattutto lui, che stringe il suo mazzo di fiori, e dietro di lui una maestosa moschea con i segni dell’abbandono. Ma, al di là dei turbamenti che il film suscita occorre fare esercizio raziocinante. Per ricordare che: a) Silvered Water racconta sì e no il primo anno del conflitto siriano, i mesi delle prime proteste, della cosiddetta rivoluzione, e della successiva e immediatamente sanguinosa reazione da parte dell’esercito di Bashar; b) da allora le cose si sono parecchie complicate e sono abissalmente peggiorate; c) il film ritrae una contrapposizione tra ribelli e regime che è anche netta contrapposizione tra bene e male. Ma già Simav in un passaggio del suo racconto da Homs ci avverte che il quadro sta diventando assai più oscuro. “La rivoluzione sta forse divorando i suoi figli?” si chiede quando lei stessa diventa il bersaglio di alcuni gruppi di ribelli. Solo l’avvisaglia di quanto nei mesi e anni successiva succederà in tutta la Siria. Adesso sappiamo, vediamo, come il fronte antiregime si sia sfrangiato in una molteplicità di forze anche tra loro avverse. Che tra gli anti-Bashar si sono insediati e sono cresciuti gruppi sunniti jihadisti direttamente o indirettamente riconducibili a Al Qaeda. Che, nel vuoto e nel caos, si è fatto strada l’Isis, e certo quando Ossama Mohammed e Wiam Simav Bedirxan hanno realizzato il loro film un simile esito non lo potevano neppure prevedere. Oggi la Siria è molto, molto peggio del pur tremendo ritratto che ne fa Silvered Water, e tutto è più incerto, sfumato e ambiguo, perché nel frattempo bene e male, ragione e torto si sono rimescolati, e alcuni dei ribelli si son dimostrati più efferati del regime.
Resta la domanda che non possiamo non farci: perché non abbiamo fatto niente? perché abbiamo girato la testa dall’altra parte? Io son dell’idea che se dimentichi la storia, sarà la storia a non dimenticarsi di te e a venirti a cercare. L’ignavia di cui han dato prova finora Europa e America di fronte al groviglio siriano rischiamo di pagarla in futuro, e con gli interessi.

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