Recensione: PECORE IN ERBA. Si può far commedia sull’antisemitismo? Questo film ci prova

20564-Pecore_in_erba_5Pecore in erba, un film di Alberto Caviglia. Con Davide Gordano, Ana Ferruzzo, Omero Antonutti, Bianca Nappi, Lorenza Indovina, Paola Minaccioni, Josafat Vagni, Massimiliano Gallo, Vinicio Marchioni, Francesco Pannofino, Carolina Crescentini. Con la partecipazione speciale (nella parte di se stessi) Tinto Brass, Corrado Augias, Vittorio Sgarbi, Ferruccio De Bortoli, Elio, Fabio Fazio, Carlo Freccero, Enrico Mentana, Claudio Cerasa, Gianni Canova, Mara Venier (e altri). Al cinema da giovedì 24 settembre 2015.
20562-Pecore_in_erba_2Il romano Alberto Caviglia usa la chiave del paradosso e del rovesciamento per mettere alla berlina l’antisemitismo. E si inventa la biografia immaginaria di un antisemita dei nostri tempi, onde ripercorrere e esporre al pubblico ludibrio i peggiori cliché contro gli ebrei. Prendendo a modello Sacha Baron Cohen e Woody Allen. Intenzioni lodevoli, operazione coraggiosa, ma non così riuscita. Per la scrittura cinematografica non eccelsa, per quell’aria un po’ troppo fai-da-te. Voto 5

il regista Alberto Caviglia

il regista Alberto Caviglia

Si potrà parlare di antisemitismo, e costruirci sopra un film, senza ripetere i codici comunicativi consolidati? Alberto Caviglia, romano, ci prova, ed è una sfida di quelle che fan tremare. Lo dico subito: il film non mi è piaciuto, generosissime intenzioni e un’audacia anche intellettuale rare nei panorami nostri, ma risultati non adeguati. Caviglia – suo il progetto oltre che la regia – usa la tecnica (la retorica?) del rovesciamento, del paradosso, del sostenere una tesi presentandone l’opposto. Prendendo a modello, mi pare, l’oltraggiosità di un Sacha Baron Cohen o di certi comedian ebreo-americani, e ricorrendo all’espediente narrativo della biografia di un personaggio immaginario, e qui non si può non pensare allo Zelig di Woody Allen. Pecore in erba si presenta come un (falso) documentario, come la ricostruzione della vita di “un eroe dei nostri tempi” chiamato Leonardo Zuliani. Eroe della libertà d’opinione, per aver sdoganato e reso presentabile, e accettabile alla sensibilità corrente, l’antisemitismo. Sì, avete capito bene, Caviglia per stigmatizzare l’antisemitismo si inventa la vita di un antisemita italiano tra fine Novecento e primi anni Duemila ripercorrendone le gesta, che altro non vuol dire che riattraversare tutti i cliché più biechi e vieti contro gli ebrei, da quelli ereditati dalla tradizione di matrice cristiana ai più recenti e insidiosi. Si commemora la scomparsa di Zuliani in quanto alfiere dei diritti civili, colui che –  avendo in sé speciali geni (inteso letteralmente come patrimonio genetico) – non poteva che provare una naturale e radicale repulsione per tutto ciò che è ebraico. A rievocarlo, a piangerlo e parlare di lui sono la madre, la sorella, gli amici. Ecco Leonardo da piccolo manifestare già una vocazione antiebraica spiccata in classe, ecco il suo diventare fumettista di successo con strisce ovviamente contro l’odiato giudeo. Per lui si conia il neologismo di antisemitofobia, ovvero l’impegno inesausto per la libertà di essere antisemiti. Basta con le accuse, basta con le leggi che limitano le opinioni. Su questo periglioso crinale si muove il film, con il rischio di sfracellarsi al suolo (rischio non del tutto evitato, anzi). Si susseguono vertiginosamente le trovate, alcune brillanti, molte altre per niente. Certo, si ride parecchio qua e là quando vengono tirati in ballo, esponendoli al pubblico ludibrio, tutti i possibili luoghi comuni sul popolo d’Israele (e su Israele, e sul sionismo). Ma, duole dirlo, la scrittura cinematografica è abbastanza sgangherata, tutto sembra un po’ sciatto e tirato via secondo lo stile delle vetuste goliardate più che del neodemenziale, siamo insomma lontani dai modelli evocati di un Baron Cohen o di un Woody Allen. Circola ovunque un odore di chiuso da piccolo cinema italiano, di messinscena fatta in casa, con ampio utilizzo di amici. Poi, scusate, siamo sicuri che l’uso del paradosso sia così efficace nel sensibilizzare le masse (sempre che le masse accorrano)? Si pensa davvero che un simile repertorio di luoghi comuni sull’antisemtismo aiuti a contenere la mala erba? E se invece, paradosso del paradosso, il film venissse adottato e fatto proprio da chi invece dovrebbe esserne il bersaglio e che l’ebraismo lo detestano? Rischio eterogenesi dei fini. Soprattutto nella parte finale il gioco, già così complicato da reggere, si avvita su se stesso, e il film si fa sempre più contorto, vischioso, opaco, labirintico. Perdendo la bussola e facendola perdere anche a noi. Francamente, la scena della manifestazione di piazza in ricordo dello scomparso Zuliani ho faticato a digerirla, e ho trovato assai discutibile mettere in bocca agli esponenti della comunità ebraica lì intervenuti certe ambigue (mi pare) dichiarazioni conciliatorie sul suddetto eroe. Cos’è, si voleva ironizzare su certi eccessi di cautela e diplomazia dell’ebraismo italiano per caso? E se ho capito male, coreggettemi, che così mi tolgo questa brutta sensazione di dosso. A Venezia dov’è stato presentato nella sezione Orizzonti il pubblico ha applaudito con entusiasmo, ma purtroppo non sono così sicuro che Pecore in erba (uno degli anagrammi inventati dal perfido e astuto Zuliani per contrabbandare in curva allo stadio lenzuolate di slogan antisemiti) abbia centrato il bersaglio che si prefiggeva. E però, sarei lietissimo di sbagliarmi, anzi mai come stavolta vorrei avere torto marcio. Già, dimenticavo, c’è anche uno stuolo impressionante di famosi, soprattutto opinionisti, che intervengono nella parte di se stessi a commentare vari aspetti dell’affare Zuliani, e non sempre l’uso del paradosso da parte loro è così efficace. Apparizione cultistica, che da sola vale il film, di Tinto Brass.

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