Recensione: SICARIO. Film di genere e d’autore. Da non perdere

EmilyBluntSicarioSicarioSicario di Denis Villeneuve. Con Emily Blunt, Benicio Del Toro, Josh Brolin. Al cinema da giovedì 24 settembre 2015.4a7671870de9d4d1a7710dbd96131927Arriva in sala dopo i molti applausi a Cannes il nuovo film di Denis Villeneuve, un film di genere con però impressa la forte impronta autorialistica del suo regista. Una missione americana contro i cartelli messicani del narcotraffico si rivela una faccenda sporchissima dove il bene non sta da nessuna parte e il male dappertutto. Con un massacro finale da teatro elisabettiano. Voto 7 e mezzo

Denis Villeneuve sul set

Denis Villeneuve sul set

Presentato in concorso a Cannes 2015 tra molte diffidenze – la sua appartenenza al genere crime & noir non era certo il miglior lasciapassare presso la critica più istituzionale – Sicario se l’è cavata invece molto dignitosamente uscendo salvo dalle proiezioni stampa (anzi, pure con qualche applauso). A dirigerlo uno di rispetto come il québecois Denis Villenueve, già regista del capolavoro Incendies – La donna che canta e del tortuoso e malato Prisoners, e qui prestato – non è la prima volta –  al cinema Usa. Luridissima storia, sporca e cattiva, et pour cause, essendoci di mezzo la guerra statunitense, con pericolose e ambigue alleanze però nel Latinoamerica, ai cartelli messicani, clan ormai paramilitari e padroni di intere regioni, e tra le realtà più feroci sulla faccia della terra. Sicario è un crime-action che si incrocia con il genere bellico, tant’è ch nelle prime sequenze di invasione militare dei territori messicani sotto controllo dei narcos sembra di vedere il cinema degli ultimi quindici anni sulla guerra allo jihadismo e sui conflitti irakeno e afghano. Juarez, cittadella dei signori della coca, come la Baghdad di The Hurt Locker, la Falluja di American Sniper o, per tornare più indietro, la Mogadiscio di Black Hawk Down. Denis Villeneuve tira fuori tutto il suo senso per il male e per il massacro, per la strutturale, genetica violenza umana, in una messinscena che trasforma una storia di genere in discesa all’inferno. Con parecchi twist, e, molto à la Villeneuve, con l’abbattimento di ogni barriera tra buoni e malvagi, essendo tutti malvagi, a parte l’angelica agente Fbi Emly Blunt cui tocca, come dire, rappresentare il raggio di luce nelle tenebre. Qualcuno a Cannes ha comunque mugugnato lamentandosi che un film così non è da festival, non è da concorso. Non sono d’accordo. Villenueve imprime il suo segno su ogni scena, e autorialmente fa proprio il film, pur rispettando le convenzioni del noir fino in fondo. Con ricorso oltre la media e la norma al campo lungo, a confondere i protagonisti con il paesaggio e la folla, minimizzandone quando non necessario gli atti e le parole. Perché tutti, protagonisti e comprimari e anonimi, sono ugualmente partecipi, vittime o carnefici, del grande massacro, tutti sono dei vivi già all’inferno. Una squadra speciale di agenti americani messa in piedi non si sa bene da chi, ma di sicuro con l’avallo dei massimi vertici, appronta una missione che non intende solo arginare il narcotraffico, ma distruggere  i potentati messicani che lo organizzano e controllano esercitando il terrore. Si ingaggia un’agente dell’Fbi (Emily Blunt) già adusa a missioni impossibili e un suo collega e amico, ma i due sono tenuti all’oscuro di molti segreti e retroscena. A guidare l’impresa, insieme al capo americano della squadra, un uomo che si dice procuratore messicano, ma che si rivelerà essere ben altro. Fino alla resa dei conti finale, un bagno di sangue che è pura tragedia greca e/o teatro elisabettiano, dove anche gli innocenti pagheranno. Il bene non sta da nessuna parte, sembra dirci Villeneuve con un altro dei suoi cupi affreschi. Benicio Del Toro è il misterioso uomo venuto da oltre la Frontera, Josh Brolin il disincantato responsabile dell’operazione. Ma a far suo il film è Emily Blunt, che sa dare al suo personaggio sfumature infinite.

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