Recensione: UN MONDO FRAGILE. Il perfetto film da premi e da festival, non un grande film

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Un mondo fragile (La tierra y la sombra)
di César Augusto Acevedo. Con Haimer Leal, Hilda Ruiz, Marleyda Soto, Edison Raigosa, José Felipe Cárdenas. Al cinema da giovedì 24 settembre 2015.

11053244_1207754042584788_4367805237285085267_oFilm colombiano che allo scorso Cannes si è portato a casa tre premi, compresa la Caméra d’or quale migliore opera prima. Se li merita? No. Questo è il solito film (vedi anche Il sale della terra) che ci presenta le peggio sfighe del mondo – stavolta quelle di un’infelice famiglia di tagliatori di canna da zucchero – in versione alto-autorialistica: ritmi lentissimi, immagini ieratiche e un’insopportabile estetizzazione della miseria. Voto 5
11229922_1208559852504207_1841675937449079277_oUn perfetto film terzomondista-miserabilista da festival, di quelli che commuovono pubblico e giurie e si prendono invariabilmente un qualche premio. Difatti Un mondo fragile (La terra e l’ombra) è uscito dalla Semaine de la Critique all’ultimo Cannes con il Prix SACD e il Prix Révélation France. Non bastasse, si è pure acchiappato la assai prestigiosa Caméra d’or assegnata alla migliore opera prima tra quelle presentate nelle varie sezioni del festivalone (battendo, non so se mi spiego, Son of Saul di Laszlo Nemes). Adesso però qualcuno della distribuzione dovrebbe gentilmente spiegarci perché l’originale La terra e l’ombra con cui è stato presentato sulla Croisette sia diventato in italiano il farlocco Un mondo fragile: sarà per evocare disastri eco-insostenibili che piaccion tanto alle platee ideologicamente a posto? Al di là del titolo più o meno discutibile, il film non si merita i troppi premi guadagnati finora (altri, temo, arriveranno). Storia di poverissimi campesiños in una Colombia Infelix dove spadroneggiano i latifondisti della canna da zucchero, con focus su una famiglia composta da padre, madre, bambino di sei o sette anni, anziana nonna. Il padre è a letto malato, non può più andare a tagliare la canna e dunque ci vanno le due povere donne, senza peraltro essere mai pagate. Un quadro di desolazione, tutto girato dall’ambizioso regista in una stile altissimo-autoriale fatto di tempi dilatati e ritmi ipnotici, interminabili carrellate, paesaggi e persone riprese spesso a camera fissa onde aumentare il tasso di ieraticità. Tra Bela Tarr e il Nuri Bilge Ceylan più anatolico. Arriva il padre dell’uomo malato, andatosene via anni prima mollando la moglie e il figlio. Sarà lui a dare una scossa a quella famiglia inesorabilmente indirizzata verso l’implosione e la morte. Dappertutto polvere, e la cenere dei campi di canna incendiati. E in casa, finestre sempre chiuse perché il malato non respiri quei miasmi e quelle micidiali particole. Il meglio sta nell’atmosfera claustrofobica della casa, il rapporto malato tra vecchia madre e quel figlio come tenuto in ostaggio da lei. Però l’estetizzazione operata sulle sfighe della povera gente ha un che di malsano (come peraltro già successo con Il sale della terra del duo Wenders-Salgado).

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2 risposte a Recensione: UN MONDO FRAGILE. Il perfetto film da premi e da festival, non un grande film

  1. lAURA PAZZATI scrive:

    GRAZIE ! odio questo tipo di film.

  2. Giuseppe scrive:

    È un film poetico, commovente, impregnato di tematiche sociali e ambientali che ricordano molto quelle affrontate da papa Francesco nell’enciclica Laudato si’. Acevedo è riuscito a coniugare alla perfezione il messaggio sociale e la qualità artistica, imponendosi come uno dei giovani cineasti più interessanti degli ultimi tempi.

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