CHANTAL AKERMAN: La folie Almayer (recensione)

È morta oggi 6 ottobre la regista belga Chantal Akerman, nome storico del cinema sperimentalista. Aveva 65 anni. Il suo film fondamentale, quello che l’ha fatta entrare nella storia del cinema, resta Jeanne Dielman, 23, quai du commerce, 1080 Bruxelles  del 1975. Ha presentato fuori concorso a Venezia 2011 La folie Almayer, dall’omonimo libro di Joseph Conrad. Ripublico la recensione scritta allora.
folie-almayer-2La folie Almayer
, regia di Chantal Akerman. Interpreti: Stanislas Merhar, Marc Barbé, Aurora Marion, Zac Andrianasolo.

folie-almayer-3Un film eccentrico, assolutamente non medio, sghembo, non del tutto riuscito, eppure formidabile. Chantal Akerman racconta alla maniera del cinema d’avanguardia anni 60/70 un mélo coloniale di occidentali insabbiati in un qualche luogo dell’Asia, di ragazze mezzosangue, di loschi avventurieri, di fiume lenti e minacciosi, di tempeste tropicali. Immagini che non si dimenticano, una sequenza iniziale e un primo piano finale da antologia del cinema. Quando uscirà in Italia, non perdetevelo.
folie-almayerUno dei film più stravaganti, sghembi, autenticamente eccentrici degli ultimi tempi. La signora del cinema d’avanguardia Chantal Akerman – una che nel suo Belgio ha importato non tanto la vicina Nouvelle Vague o i modi nouveau roman alla Robbe Grillet-Resnais, quanto gli sperimentalismi americani anni Sessanta, quel cinema di asettica osservazione che aveva (ha) il suo campione in Andy Warhol -, ecco, la signora Akerman si inabissa stavolta con questo La folie Almayer in un mélo colonial-tropicale denso (ah, che voglia di scrivere lussureggiante) di passioni, avidità, vite insabbiate laggiù da qualche parte del Pacifico, avventurieri riusciti, avventurieri falliti, ragazze mezzosangue, servi devoti oltre ogni ragionevolezza, fumatori d’oppio, fiumi maestosi, piogge tropicali, paludi insidiose. Una materia flamboyante che più distante non si può immaginare dal suo cinema di esteriore descrizione, di minima fenomenologia quotidiana, di puro sguardo. Non poteva che uscirne un film sbilanciato, perfino sconnesso, e difatti La folie Almayer così è, ma è anche uno strano oggetto cinematografico, qualcosa di unico, anomalo, interessante, molto interessante, e che quando riesce a centrare l’obiettivo davvero apre lo spettatore a una visione diversa. Film da vedere, anche amare, comunque da non perdere.
Forse l’obiettivo di Akerman era altro: cimentandosi con La follia di Almayer, il primo romanzo di Joseph Conrad, meno conosciuto dei successivi ma già percorso da tutte le ossessioni del suo autore, probabilmente pensava di trarne un film perfettamente conradiano. Ma il cinema di osservazione e di superficie dell’autrice belga ha poco o niente a che spartire con Conrad, con la sua epica della vita interiore, i tumulti e le follie dei suoi personaggi, i sensi di colpa, gli abissi dell’anima, le lacerazioni. Riuscirono a essere film conradiani il formidabile e dimenticato Lord Jim di Richard Brooks, anno 1965, con un Peter O’Toole mai così convincente, divorato dal rimorso fino alla distruzione, e ovviamente Apocalypse Now, con quel Marlon Brando che ci faceva toccare con mano cosa fosse il cuore di tenebra. Ma questo La folie Almayer no, si ferma al di qua degli abissi, il suo protagonista non è un pazzo in grado di conquistarci con la sua autentica sofferenza, ma un essere isterico perennemente agitato e survoltato e che stupidamente passa da un errore all’altro, sbagliando sempre, sbagliando tutto. Difficile stare dalla sua parte. Non sono di maggiore consistenza, e più convincenti, i personaggi che lo circondano, il misterioso Lingard, l’avventuriero francese che ha spinto Almayer al matrimonio con una locale, e la figlia meticcia Nina, figurine di scarso spessore se non addirittura bidimensionali, come icone bizantine spalmate sullo schermo. Akerman ha il talento della descrittività, ha un occhio formidabile nel comporre in una inquadratura elementi umani e naturali, nel fissare il fluire della vita in immagini di squisita eleganza e anche potenti, ma il dono della profondità (e di penetrare nell’interiorità), quello non lo possiede proprio. Così il magma ad alta temperatura del romanzo di Conrad qui si derubrica piuttosto a feuilleton, a romanzo popolare (cinematografico o cartaceo) nella sua versione coloniale e tropicale, siamo insomma più dalle parti di L’amante e La diga sul Pacifico di Marguerite Duras, di La luna e sei soldi e Pioggia di Somerset Maugham (e i film che ne sono stati tratti), e stando solo al cinema, molto dalle parti di Indochine con Catherine Deneuve. Piantagioni, coloni sempre in bilico tra ricchezza e fallimento, e signora mia la forza della natura che tutto sovrasta e che può distruggere vita e ricchezze in un solo attimo. Bello, anche abbastanza appassionante, ma di conradiano poco davvero. Vedendo la figlia meticcia di Almayer, seguendone il dramma di mezzosangue che non si sente né di qua né di là, mai accettata e sempre rifiutata dai bianchi e dai malesi, si pensa perfino a certe eroine di Jennifer Jones, la Pearl mezzo indiana e mezzo bianca di Duello al sole e la mezzo cinese di L’amore è una cosa meravigliosa. Solo che Akerman filma tutto come uno dei suoi classici lavori avanguardistici, lunghi silenzi, scene con la ripetizione dello stesso dialogo, piani sequenza, camera fissa su primi piani interminabili (quello finale di Almayer, strepitoso, dura quasi un quarto d’ora), parecchie ellissi nel racconto, raccordi narrativi allegramente trascurati, primato dell’immagine sulla chiarezza e la forza della narrazione. Tutto il repertorio di un cinema che fu di sperimentazione applicato a una materia romanzesca che ne sembra la negazione, tanto è, dovrebbe essere, turgida, densa, traboccante. Così La folie Almayer fallisce come grande spettacolo, nonostante le location maestose e la potenziale forza emotiva del plot, ma è qualcosa di visivamente superbo, con momenti che non si dimenticano.

Chantal Skerman a Venezia nel 2011 con due interpreti di 'La folie Almayer'

Chantal Skerman a Venezia nel 2011 con due interpreti di ‘La folie Almayer’

Inutile cercar di capire dove si svolga davvero. Si intuisce solo che l’azione è stata spostata negli anni Cinquanta (mentre il romanzo di Conrad era ambientato almeno mezzo secolo prima), nella stagione dell’agonia dei vari colonialismi, ad accentuare il senso di follia e decadenza. Si parla francese, ma anche inglese, malese e perfino un po’ di arabo (i versetti del Corano che accompagnano il ricco musulmano, venuto con la sua barca illuminata a chiedere invano la mano di Nina). Tutto è volutamente lasciato nel vago: il luogo è astratto, un non luogo, un incrocio immaginario tra Malesia britannica, Indocina francese, Borneo settentrionale, colonie olandesi. Scorre un fiume lento e fangoso e qua e là paludoso, prossimo al mare. Sgangherati boat lo percorrono trasportando uomini e merci. In una casa coloniale vicino al fiume vive Almayer, arrivato lì non si sa come, non si sa quando, che ha sempre cercato la ricchezza e non l’ha mai trovata, e ora è bloccato lì, come imprigionato, insieme a una moglie malese che non ama e a una figlia, Nina, che invece adora. Nina verrà portata in città per essere educata come una francese e una borghese, ma non riuscirà mai ad essere né l’una né l’altra cosa. Uscirà grande dal collegio, e ormai bellissima, ma infelice e rancorosa, tornerà nella casa sul fiume dal padre sempre più sprofondato nel suo delirio, se ne andrà di nuovo via con un ragazzo che la ama, che lei non ama, ma che può darle un’altra vita.
Nonostante certe analogie esteriori, siamo lontani dai film africani e autenticamente coloniali di Claire Denis, una che il mondo delle ex colonie francesi lo conosce bene per esserci nata e che lo sa descrivere con minuziosa, quasi antropologica esattezza. Akerman usa invece il racconto solo per estrarne immagini potenti, atmosfere sospese di minaccia, senza alcuna pretesa realistica né tantomeno di fedeltà storica. Gli attori sono piuttosto medi, quasi soltanto puri elementi visuali, e anche questo contribuisce a fare del film qualcosa di non conradiano. Stanislas Merhar non è Peter O’Toole, non è Marlon Brando, al suo Almayer non sa dare grandezza, è anche fisicamente troppo ragazzo per essere davvero credibile e dominare lo schermo come figura paterna alla deriva, è solo una figurina isterica e piccola piccola. Aurora Marion è una Nina bella ma priva di ogni fascino autenticamente travolgente, il migliore è Zac Andrianasolo nella parte di Daïn, il ragazzo  dai loschi traffici e dall’equivoco passato che si porta via Nina, l’unico a trasmetterci una certa complessità. Nell’approccio soprattutto visuale della Akerman si perdono anche certi snodi del racconto, molto rimane non spiegato, qualche passaggio è brusco o oscuro, non si capisce bene chi sia davvero Lingard e cosa l’abbia legato ad Almayer, non si capisce come Almayer sia capitato lì.
Eppure La folie Almayer, nonostante questi evidenti limiti, è in molti momenti un film grandissimo, magnifico. Succede quando Akerman dalla sua materia estrae immagini di abbacinante bellezza. Il letto-bara con quel cadavere che galleggia sull’acqua e intorno le candele a rischiararlo. Nina e Daïn che lasciano Almayer sulla spiaggia e raggiungono (in tempo reale) la barca che li attende al largo. Il piccolo mondo di Almayer, con le sue vestigia arrivate dalla lontana e sognata Francia: un giradischi, le fotografie, le stoffe pregiate. Le acque del fiume, ora scure, ora immobili. I cieli di nuvole e tempesta. Il buio pauroso della foresta intorno. E quell’intermiabile primo piano finale, con la faccia di Almayer che sembra avvizzire davanti alla macchina da pesa come un fiore tropicale bruciato dal troppo sole. E quella meravigliosa sequenza iniziale, con Daïn e Nina che cantano un Dean Martin anni Cinquanta su un palco di un qualche sgangherato bar, di una qualche balera in qualche Sud-Est asiatico, e sembra di vedere i numeri musicali di Tropical Malady del gran thailandese Apichatpong Weerasethakul, o i siparietti canori di The Hole di Tsai Ming Liang. Poi una lama luccica, qualcuno colpisce, qualcuno è colpito, e Dean Martin lascia il posto all’Ave Verum Corpus di Mozart cantato da Nina. Signori, questo è cinema, cinema vero come se ne vede poche volte, e bastarebbe questa sequenza a giustificare La folie Almayer e a farne qualcosa che non si può perdere.

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