Recensione: LIFE. Quando James Dean diventò un’icona

show_photo-2Life, un film di Anton Corbijn. Con Dan DeHaan, Robert Pattinson, Joel Edgerton, Ben Kingsley, Alessandra Mastronardi.
LIFE - DANE DEHAAN AND ROBERT PATTINSONQuando il fotografo Dennis Stock realizzò con James Dean uno shooting destinato a diventare leggenda. Il film ricostruisce la difficile nascita di quelle foto, svelandoci qualcosa del privato di un Dean non ancora famoso. Ma non ce la fa ad andare oltre la convenzione e le belle immagini. Dan DeHaan non così convincente come JD, meglio Robert Pattinson come Dennis Stock. Voto 5
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1955, Los Angeles. A un party del regista Nicholas Ray, in procinto di girare Gioventù bruciata e ancora in cerca del suo protagonista (invece l’attrice l’ha già trovata: è Natalie Wood), si sfiorano e poi si scambiano qualche parola James Dean e il fotografo dell’agenzia Magnum Dennis Stock. Son tutti e due in una fase delicata. Dean ha appena girato La valle dell’Eden con Elia Kazan, è in attesa che il film esca in sala, spera che Ray lo scelga per Gioventù bruciata, Stock ha parecchie ambizioni professionali e una vita privata complicata da un matrimonio precoce e successivo divorzio, e da un figlio avuto non ancora ventenne. Due giovani maschi non così conciliati con il mondo, e ansiosi di trovarci un posto, e un riconoscimento sociale. Stock fiuta in quel ragazzo scostante e a momenti sprezzante e intrattabile, di una nevrosi che sembra delle volte sconfinare in un autismo patologico, la stoffa di chi è speciale, e propone al suo capo della Magnum un servizio fotografico su di lui. Da piazzare sperabilmente sulle pagine di Life magazine, il che vorrebbe dire per Stock la consacrazione. Ma le prime foto scattate a James Dean nella sua quotidianità – dal barbiere, a tavola – sembrano in agenzia troppo deboli, poco significative, non commerciabili. Si chiede a Stock di più e di meglio.
Il film è nella sua prima metà la cronaca di una caccia, con Stock nella parte del predatore e Dean in quello della preda, anche se la preda ha parecchie risorse ed è capace di rovesciare la partita con mosse imprevedibili. Succederà che l’attore ancora in cerca di fama inviterà il professionista della fotocamera a seguirlo in un suo ritorno a casa dagli zii che l’hanno allevato, là in una farm nell’Indiana, dove accetterà di farsi riprendere. Saranno scatti di un Dean intimo e lontano da ogni fasto hollywoodiano destinati a diventare famosi, integrati e arricchiti successivamente da quelli che Stock farà all’attore a New York, compresa l’immagine epocale di un Dean ripreso di spalle in una caliginosa Times Square. Il servizio verrà pubblicato da Life, ma in una collocazione non così privilegiata, ben oltre la pagina 100, mentre la cover sarà dedicata a tutt’altro. Oggi sappiamo che quel tormentato shooting ha prodotto foto tra le più famose del secolo scorso, e contribuito fortemente all’edificazione del mito dell’attore-ribelle. Life (il film) ne è la ricostruzione, presentando, oltre ai momenti in cui fotografo e fotografato si incontrano, confliggono, interagiscono, collaborano, anche spezzoni del privato di entrambi. Dean innamorato di Anna Maria Pierangeli – a Hollywood solo Pier Angeli – al punto da chiederle di sposarlo. E loro due sul red carpet alla prima di un film, con i flash che son tutti per lei, la vera diva della coppia (Il calice d’argento l’aveva portata in vetta), mentre a lui, sconosciuto, tocca la parte dell’accompagnatore, del ‘boyfriend di’. Dean che apprende solo in conferenza stampa da un giornalista che Pier Angeli si è fidanzato il giorno prima con Vic Damone. Dean che racconta a Stock della sua disastrosa infanzia, mollato dai genitori presso gli zii farmers, un abbandono che l’ha segnato. Dean che gioca davvero la parte del ribelle senza causa, suscitando le perplessità e anche la rabbia del produttore Jack Warner (grande cameo di Ben Kingsley, che rifà perfettament l’accento yiddish del tycoon), prima ancora di esserlo nel film di Ray. In parallelo scopriamo i guai privati di Stock, il suo bisogno di affermarsi anche per far fronte al mantenimento del figlio, i continui conflitti con la ex moglie (la più fastidiosa del cinema recente insieme a quella di American Sniper: ma lasciateli un po’ in pace ‘sti uomini, smettetela di tormentarli, che stan fotografando James Dean – in Life – e combattendo una guerra ad alto rischio in Iraq – in American Sniper). Il regista Anton Corbijn, mica per niente nato fotografo, anzi fotografo lo è ancora, non ce la fa però ad andare oltre un’impaginazione corretta, finendo con il cadere nella trappola di una ricostruzione feticistica, più che filologica, di quegli scatti che-hanno-fatto-la-storia-della-fotografia. Si resta tutto sommato all’interno del mito James Dean senza mai davverlo discuterlo o almeno riattraversarlo, mostrando un rispetto cauteloso forse dettato dalla necessità, e che sconfina nella reverenza. Il guaio vero di Life è che non ce la fa mai a essere davvero interessante. Non ci dice molto di più sull’attore di quanto già non  sapessimo, rappresentandone il (presunto) maledettismo e la (presunta) irriducibilità al sistema Hollywood in modi ovattati e rimanendo parecchio all’esterno del personaggio. Però alla Berlinale, dove l’ho visto lo scorso febbraio, il film è molto piaciuto a pubblico e stampa, soprattutto italiana, stiamo a vedere se il successo si confermerà adesso che è nelle nostre sale. Gli interpreti: la partita, nei biopic come questo, si gioca in gran parte sulla prestazione degli attori. Dan DeHaan era sulla carta la migliore scelta possibile per James Dean. Buona somiglianza fisica in partenza, accentuata nel film da un lavoro meticoloso di makeup e sul corpo. L’impressione però è che DeHaan, nonostante l’impegno, non ce la faccia a trasmettere quel che fece di James Dean l’icona James Dean, la sua essenza divistica, stellare. Meglio Robert Pattinson che del suo Dennis Strock intercetta bene anche la fragilità, oltre che l’ansiosa voglia di riuscita professionale. Tant’è che, alla conta finale, risulta essere lui il carattere più interessante di un film che immagino ambirebbe a raccontarci la nascita, anzi l’incubazione di un mito, ma che manca l’obiettivo. Ci sarebbe voluto un approccio meno algido, meno formalistico e convenzionale, invece Life resta un film fotografico, ovvero eminentemente visuale, eminentemente di sguardo e di superficie, su un leggendario servizio fotografico. Si osa poca, quasi niente, e anche la parte che sarebbe potuta diventare la più ricca e corposa drammaturgicamente, quella del rapporto tra Stock e Dean, resta oscura e inesplorata. Ebbene sì, c’è anche Alessandra Mastronardi, ed è una credibile Anna Maria Pierangeli.

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