Recensione: THE LOBSTER. Un film importante davvero, premio della giuria a Cannes. Correte

60f23db7ed444595359656b64d4f0d6cIMG_0092.CR2The Lobster, un film di Yorgos Lanthimos. Con Colin Farrell, Rechel Weisz, Olivia Colman, Ashley Jensen, Ariane Labed, Léa Seydoux, John C. Reilly, Angeliki Papoulia, Ben Whishaw. Al cinema da giovedì 15 ottobre.
46cf0fe726c40cddef8057c1a9292db4Il fondatore del nuovo cinema greco realizza una parabola in forma di distopia sul totalitarismo e l’intolleranza. In una società dove i single son considerati fuorilegge, chi non sta in coppia viene recluso in un hotel dove ha qualche settimana di tempo per redimersi e trovarsi un partner stabile, altrimenti verrà trasformato in bestia. Tra Ovidio, Kafka, Tati e The Hunger Games. Prima parte strepitosa, poi The Lobster si ingarbuglia, ma resta tra le cose importanti di questa annata cinematografica. Voto 8 e mezzo
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Arriva da Cannes, dove si è portato a casa meritatamente il premio speciale della giuria, questo The Lobster (e complimenti a Good Films per averlo messo in listino), di sicuro uno dei meno scontati e più interessanti di questa annata cinematografica. Di un regista, il greco Yorgos Lanthimos, che ha tutte le credenziali per entrare nella fascia di chi oggi nel cinema cerca di esplorare, lui che come padre fondatore della new wave greca ha dato due titoli tra i più disturbanti degli anni recenti. Prima Dogtooth (Canino), vincitore a Cannes 2009 a Un certain regard e poi finito incredibilmente, vista la sua radicale alterità, nella cinquina all’Oscar del migliore film straniero, quindi quell’Alpis dato a Venezia in concorso nel 2011 e vincitore di un premio se ricordo bene alla sceneggiatura. Gente che ama spiazzare, anche puntando sul sordido e sul laido, quelli del cinema greco ultima generazione (e non ditemi che è un riflesso della crisi, questa new wave è nata prima del quasi-default e ha, oltre a abbondanti echi della locale tragedia classica, una perversa aria centroeuropea alla Haneke). E son film, quelli di Lanthimos, che indagano gli aspetti umani al margine della civilizzazione e delle buone regole che cementano la convivenza sociale. In Dogtooth un padre tiene reclusa la propria famiglia, in Alpis un’agenzia presta impersonator a gente colpita da un lutto che vuole riavere vicina la persona defunta, e fa niente se a interpretarla è un attore (con tanto di sesso finto-coniugale e in realtà mercenario). Tutto messo in scena e ripreso con un’ impassibilità che per qualcuno è voyeurismo malato. Come dice un mio amico che lo odia: Lanthimos è il Male, Lanthimos è l’Anticristo. Immagino per come sa estrarre il peggio dalla media umanità e sbattercelo in faccia non senza compiacimento. Per questo nuovo film ha avuto evidentemente a disposizione un budget superiore al passato, ha girato in inglese, puntando al mercato internazionale anche grazie a un cast di famosi: Colin Farrell (irriconoscibile, in una parte che ricorda molto gli ultimi ruoli di Joaquin Phoenix), John C. Reilly, Ben Whishaw, Rachel Weisz, Léa Seydoux, più le fedelissime al regista Ariane Labed e Angeliki Papoulia. Risultato notevolissimo, di sicuro The Lobster (L’aragosta). Purtroppo imperfetto e dunque non capolavoro, al solito troppo lungo (due ore, difettaccio ricorrente ormai in molti film autoriali). Con una prima parte sorretta da un’idea bizzarra ma di fulminante precisione e incisività drammaturgica, con dialoghi acuminati e insieme allusivi e obliqui, capaci di restituire lo sgradevole del banale quotidiano, con una messinscena surreal-grottesca ma di segno nitido e di kafkiana paradossalità, sospensione e stupore. The Lobster perde quota nella seconda parte, quando esce dall’albergo-lager di rieducazione e controllo e scopre la finta libertà dei boschi dove si annidano i ribelli. Che si riveleranno feroci tanto quanto i carnefici dell’hotel. La cristallina coerenza, la compattezza della prima ora si sfrangia, anche se il film grazie a Dio non implode. E nell’ultima parte si rialza fino alla grandissima scena finale. Però, pur con i suoi difetti, avercene signori miei.
The Lobster ci mette di fronte a una delle tante distopie cinematografiche di questi anni, un futuro vicino in cui vediamo riflessi appena distorti i modi del nostro vivere, come se la nostra odierna normalità si fosse dissolta e scissa nelle forze oscure che la sorreggono e ne fosse portata alla deriva. Si tratta anche di un intelligente riuso da parte di Lanthimos e dei suoi sceneggiatori delle convenzioni del distopian movie per young adults genere The Hunger Games e surrogati vari. In una società che è domani ma quasi oggi, in una plumbea atmosfera da nord Europa o da Nord Europa insulare (Irlanda? qualche parte di Scozia?) i single non sono ammessi, son considerati fuorilegge, perseguitati, sottoposti a programmi rieducativi. E non si può non pensare a quel pezzo di storia italiana novecentesca detto fascismo in cui gli scapoli erano colpiti e disincentivati con una tassa speciale. Ecco, in The Lobster i singoli vengono reclusi in un albergo dotato di tutti i comfort dove hanno a disposizione un lasso di tempo – 45 giorni – perché si convertano alla vita di coppia e trovino un partner stabile, altrimenti verranno puniti con la trasformazione in animali (con però la possibilità di scelta, e quasi tutti dicono cani e gatti, mentre il protagonista è il solo a optare per l’aragosta). Per almeno tre quarti d’ora The Lobster si mantiene a livelli stratosferici per quantità di invenzioni e qualità della messinscena, in una commedia tragica e paradossale che frulla Kafka, Chaplin, Tati, Keaton. Quelle feste nella sala da ballo dell’hotel, quei siparietti per mostrare ai reclusi come sia disgraziata la vita di un/una single e fortunata quella degli accoppiati. Punizioni e angherie verso chi non si adegua, o sgarra, o inganna gli occhiuti reggitori dell’hotel-lager. Ogni tanto si organizzano cacce ai singoli passati alla macchia per sfuggire alle retate, e ogni vittima ammazzata vale agli ospiti dell’albergo qualche giorno in più per trovarsi un compagno o una compagna e sfuggire alla metamorfosi in bestia. La forza del film sta nel farci entrare in questo clima alterato, malato, stralunato, in questo universo abnorme ma assolutamente coerente, e nel farcelo accettare e digerire come una normalità altra, come una realtà parallela. I toni son spesso quelli della commedia surreale, e il senso di Lanthimos per il sordido mostrato nei due film precedenti qui vien tenuto a freno o messo al servizio di paradossali piccoli quadri narrativi. Poi il protagonista ce la fa a scappare, finisce nel bosco dove si aggirano i singoli irriducibili nemici degli accoppiatori, gli esaltati della singletudine, opposti e però speculari agli oppressori dell’hotel. Totalitari anche loro, non tollerano che qualcuno del gruppo si metta in coppia, e chi lo fa viene punito con le peggio torture e mutilazioni. Leader di questo totalitarismo pro-single è una Léa Seydoux che nel suo fanatismo ricorda quelli dei peggiori regimi del secolo scorso. Il povero Colin Farrell naturalmente finirà con l’innamorarsi (di Rachel Weisz) e saranno guai. La meravigliosa linearità e trasparenza della prima parte lascia il posto a qualche confusione di troppo, ma la parabola c’è, è eloquente, funziona molto bene.

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