Recensione: LA VITA È FACILE AD OCCHI CHIUSI. In tre a cercare Lennon in Andalusia

Schermata 2015-10-14 alle 15.39.13La vita è facile ad occhi chiusi, un film di David Trueba. Con Javier Camara, Natalia de Molina, Francesc Colmer.
Schermata 2015-10-14 alle 15.39.57Schermata 2015-10-14 alle 15.38.24Spagna 1966. Un prof di inglese pazzo per i Beatles corre ad Almeria, profondo sud andaluso, per incontrare il suo idolo John Lennon arrivato a girare un film (è Come ho vinto la guerra di Richard Lester). Sulla strada caricherà una giovane donna incasinata e un sedicenne in fuga dal genitore severo che diventeranno i suoi compagni d’avventura e complici. Un piccolo film garbato e educato, con una brillante idea di partenza. Peccato che si esageri in patetismo e carineria, soprattutto verso la fine. E però il ritratto della Spagna franchista merita il biglietto. Vincitore di ben sei premi Goya. Voto tra il 6 e il 7
Schermata 2015-10-14 alle 15.39.45Arriva dalla Spagna, dove ha vinto l’esagerazione di sei premi Goya, gli Oscar locali, un film educato, garbato e intelligente, e però anche limitato dalla sua troppa carineria, dal suo indulgere ai buoni e ottimi sentimenti, e anche a un certo bozzettismo. Con però un’idea narrativa di partenza mica male, pure adeguatamente sfruttata in corso di racconto. Quella della caccia da parte di un fan madrileno dei Beatles – siamo nel 1966 – a John Lennon arrivato ad Almeria – profondo sud andaluso, location di tanti mitologici spaghetti western – a girare con il regista Richard Lester quale protagonista Come ho vinto la guerra (film che si rivelerà un flop colossale e che, anziché lanciare Lennon tra le movie-star come sperato, ne bloccherà per sempre la carriera cinematografica; ma qui tutto questo poco importa). Idea ispirata, assicura il pressbook, a una storia vera verissima, e però immagino un bel po’ romanzata, se no che gusto c’è. Nella cupa, soffocata, provinciale Spagna franchista cominciano ad arrivare gli echi delle rivoluzioni canterine e minigonnesche made in Swinging London, e qualcosa timidamente si smuove sotto la coltre e la polvere. Antonio insegna inglese in una scuola di preti ricorrendo alle canzoni degli adorati Beatles per meglio coinvolgere i riottosi alunni, solo che lui quei testi li trascrive faticosamente dalle trasmissioni di Radio Luxembourg (“ma perché non li mettono sugli album?” giustamente si lamenta), ritrovandosi con parecchi buchi e punti oscuri da chiarire. Quando viene a sapere che il suo adorato Lennon è laggiù nell’andalusa Almeria a girare il suo primo film da solista, prende qualche giorno di ferie e con quella che m’è parsa una 850 Fiat verde in versione Seat (però io di macchine non capisco niente, aspetto lumi, e conferme o smentite da chi sa) lascia Madrid e parte verso il sud e il set. Con l’obiettivo di incontrare il suo idolo e farsi correggere e completare i testi delle canzoni. On the road prende su due autostoppisti che diventeranno i compagni-complici della sua avventura beatlesiana. Belen, ragazza bellissima scappata, come presto scopriremo, da una casa di accoglienza per ragazze incinte (e ovviamente non sposate), al quasi quarto mese di gravidanza. E Juanjo, sta per Juan José, sedicenne classicamente scappato di casa da un padre poliziotto alquanto rigido e scarsamente comprensivo verso i suoi sogni e bisogni di adolescente vispo e inquieto. Il trio protagonista è formato. Arrivati in Andalusia si installeranno in un albergo-catapecchia assai primitivo e lontano dalle torri cementizie che oggi riempiono la costa spagnola mediterranea, appoggiandosi per colazioni e pranzi a un ristoratore catalano esule in Andalusia con figlio disabile a carico. Uomo burbero e buono che avrà un certo rilievo negli sviluppi successivi. Mentre Antonio se ne inventa di ogni per vedere il Beatle, assistiamo all’interagire dei vari personaggi, al loro reciproco conoscersi e scoprirsi, in un’avventura umana da cui tutti alla fine usciranno toccati e cambiati, e che per il più giovane, per Juanjo, segnerà uno spartiacque e il passaggio all’essere adulto. Un dramedy, questo La vita è facile ad occhi chiusi (è un verso di Strawberry Fields Forever, uno dei songs più belli dei Beatles, scritto da Lennon dopo il soggiorno in Spagna), che oscilla tra patetismo, annotazioni minime e tenera buffoneria, e che nella sua prima parte promette più di quanto poi verrà mantenuto, ma che resta un piccolo film dignitosissimo. Verso la fine si esagera in convenzionalità e commozioni e lacrime, ogni asperità viene smussata e piallata via, sicché quel che resta davvero del film è la resa assai attendibile e scrupolosa della Spagna franchista ancora tagliata fuori dall’Europa, ignara delle movida e dei sovvertimenti (politici, culturali, sessuali) che la ridisegneranno dagli anni Ottanta in poi, bloccata in un’immobilità apparentemente irrimediabile eppure già solcata nel profondo da nuove sensibilità. Un paese poverissimo, con punte di miseria nera e fame vera. Che oggi, a vedere cosa son diventate Barcellona e le varie Ibize e Formentere, quasi non ci si crede. Anche per questo La vita è facile ad occhi chiusi merita il biglietto. Javier Camara, che avevamo visto quale scatenatissima checca volante in Gli amanti passeggeri di Almodovar, è perfetto come appassionato prof di inglese, piccolo eroe in corpo e faccia da everyman. Natalia de Molina è bella, ma bella davvero, con un che della meravigliosa Stefania Sandrelli anni Sessanta.

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