Recensione: HOTEL TRANSYLVANIA 2, integrazione o no per i mostri?

HTR2-les1901073-lm-w1_rgbHotel Transylvania 2, un film di Genndy Tartakovsky. Sceneggiatura di Dan Hageman, Kevin Hageman, Robert Smigel, Adam Sandler.
mkt012-LUAU-lm-v5_rgbIn questa parte seconda la draculina Mavis si sposa col pel di carota californiano (e umano) Jonathan e partorisce un pupo. Che fare? Rimanere nel tenebroso castello del papà vampiro con gli altri mostri o emigrare dai suoceri in America? Ovvero, come ti spiego subliminalmente l’integrazione del diverso al pubblico popcorn globale che, si sa, non tiene e non vuole pensieri. Voto 6 e mezzo
HTR2les1301051-lm-v2_rgbM’era piaciuto il primo – e fondativo della serie che, viste le milionate di dollari incassata anche da questo numero 2, promette di continuare parecchio – Hotel Transylvania. Meno complesso e stratificato di affini prodotto Pixar come Monsters & Co. o Toy Story 3, ma con una sua lezioncina precisa fatta senza metterla giù troppo dura su quanto sia complicata la differenza per chi è (socialmente, etnicamente, esistenzialmente) differente, e su come ai differenti bisogna guardare con rispetto. Quel castello transilvanico del Dracula più simpatico e perbene mai visto sullo schermo (e che anche nel sequel si conferma il personaggio più amabile, molto di più della sua un po’ troppo decisa e assertiva figlia Mavis) diventato rifugio per mostri di ogni tipo perseguitati laggiù nelle tenebrose valli da umani armati di forconi e roncole tagliatesta, non poteva non farci pensare ai pogrom antiebraici che funestarono Europa centrale e orientale nell’Ottocento e primi Novecento, e che furono la causa prima della massiccia fuga dagli shetl soprattutto verso le Americhe. Mostri che erano, e sono anche in questo numero 2, in gran parte quelli creati e/o consacrati dal cinema, dalla creatura di Frankenstein all’Uomo Invisibile alla Mummia e così proseguendo su e giù per le decadi hollywoodiane. Stavolta il risultato è meno felice, si stenta a ridere, le trovate comiche sono macchinose e la scena se la prendono tutta Mavis e il suo ora marito umano e non vampiresco Jonathan, relegando i mostridella corte del signor Dracula detto Drac a mere comparse pochissimo coinvolte nel gioco narrativo e nella produzione di risate. La storia stavolta è quella del matrimonio tra la draculina Mavis e il simpatico ma un filo tonto Jonathan, pel di carota venuto dalla California, e la cerimonia in Translvania con i genitori e parenti di lui capitati tra i monsters è subito un trattatello sulla differenza e sulle contorte relazioni di repulsione-attrazione tra quelli che si situano nella cosiddetta normalità e chi ne sta, o è posto, fuori. Poi Mavis resta incinta, e insieme al suo Jonathan comincia a pensare che sarebbe il caso di trasferirisi dai suoceri in California, abbandonando il ghetto – fino a quando sicuro? – del castello vampiresco per vivere in sicurezza e negli agi moderni esattamente come gli altri, né più né meno. Secondo quell’ansia di integrazione e di confusione con il mondo che attraversa prima o poi ogni diverso. Sicché la posta in gioco del film è questa, è quanto sia da perseguire o meno l’assimilazione, con il prezzo inevitabile che ne segue, la perdita della propria identità originaria. Mavis raggiunge l’America (ebbene sì, ripercorrendo il tragitto dei molti migranti che ci arrivavano nel primo Novecento lasciandosi alle spalle i porgom o la miseria dell’Italia mediterranea o dell’Irlanda), ma naturalmente quel quieto comfort californiano non le basterà, e la nostalgia del tenebroso castello e di papà Dracula e dei mostri tutti si farà fortissima. E poi, come sarà quel bambino appena nato? Un umano o un vampiro? In quale schiera si collocherà, o verrà collocato, quella dei chiamiamoli normali o dei mostri? Hotel Transylvania lucidissimamente – immagino che fosse questa la vera intenzione degli sceneggiatura tra cui compare Adam Sandler – prosegue sorridendo e facendoci sorridere nell’esplorazione di una questione mica da poco, lasciandola come sottotesto fortemente avvertibile per chi ha le antenne direzionate ma astutamente occultata al pubblico popcorn che non tiene pensieri, e non ne vuole avere. Il guaio è che la costruzione narrativa è abbastanza prevedibile e i momenti di vero divertimento sono al di sotto della quota obbligata per questo tipo di prodotto. Però il signor Dracula merita da solo la visione, un padre e un nonno da rubarselo e portarselo a casa. Entra in scena a un certo punto anche il venerando genitore di Dracula, dunque bisnonno della creatura di Mavis e Jonathan, temutissimo in quanto conservatore e massimo custode della tradizione vampiresca e antiumana di famiglia, e contrario a ogni métissage. Ma pure lui si rivelerà un buon diavolo, come tutti i mostri del castello che, ci mandano a dire Hotel Transylvania 1 e 2, son meglio e più affidabili degli umani con i forconi a caccia di capri espiatori. Abbastanza maltrattato dai recensori americani, HT2 si rifatto molto bene al box-office, rendendo molto probabile un numero 3.

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