Recensione: MILANO 2015. Sei registi, una città

Cristiana Capotondi mentre gira 'Solferino 28'

Cristiana Capotondi mentre gira ‘Solferino 28’

'Cielo' di Giorgio Diritti

‘Cielo’ di Giorgio Diritti

Milano 2015, un film di Elio, Giorgio Diritti, Walter Veltroni, Roberto Soldini, Cristiana Capotondi, Roberto Bolle. Presentato in prima mondiale alle Giornate degli Autori di Venezia, è adesso al cinema in qualche città (a partire da Milano). In onda su Sky Cinema il 30 ottobre 2015.

'La capitale morale' di Elio

‘La capitale morale’ di Elio

Sei registi all’opera (compresi tre esordienti alla mdp: Elio, Roberto Bolle e Cristiano Capotondi) per raccontare la Milano di questo cruciale 2015. No, niente Expo, e invece parecchio dei nuovi palazzi e grattacieli che hanno ridisegnato la skyline. Grande eterogeneità tra i vari episodi che non ce la fanno mai a costruire un affresco. E il senso di Milano sfugge. Voto 6 meno

Roberto Bolle, 'Prima mondiale'

Roberto Bolle, ‘Prima mondiale’

Mica facile raccontare una città oggi, mica facile raccontare la Milano di questo 2015 di rilancio e mutazione per via dell’Expo e della nuova skyline marcata dal palazzo Unicredit e dal Bosco verticale. Al netto della retorica exponenziale della Milano-che-si-muove-dopo-anni-d’immobilismo-e-traina-il-paese, vale la pena cercare di capire e dire cosa sia diventata la un tempo capitale morale (definizione da intendersi non nel senso strettamente etico, ma di diritto acquisito per meritocrazia e superiore efficienza), e dunque sia benvenuto questo film che assembla molti contributi registici. Reso possibile da un pool produttivo con la presenza determinante di Lumière & Co., società che mi pare faccia capo a Lionello Cerri, il dominus dell’Anteo e dell’Apollo (se mi sbaglio correggetemi, grazie). Ecco, del tormentone Expo qui non c’è traccia, neanche un accenno. Capisco che i tempi di produzione abbiano imposto il tournage prima dell’apertura della gran fiera, ma forse un link lo si sarebbe potuto introdurre. Sicché appare un filo strana e surreale questa mappa, questo ritratto o, come usa dire, questo percorso attraverso la Milano 2015 senza l’evento che l’ha segnata nel bene e nel male. Ma tant’è. La buona idea era di ritentare qui e ora quanto fatto dal glorioso Ermanno Olmi all’alba degli anni rampanti con il suo Milano ’83. Risultato, meglio dirlo subito, abbastanza deludente. Per via della distanza di contenuti, stili, sguardi, linguaggi tra un episodio e l’altro, sei per altrettanti registi, tre di collaudata eperienza, Giorgio Diritti, Silvio Soldini, Walter Veltroni, tre al loro primo film come autori, Elio, Roberto Bolle e Cristiana Capotondi. Solo tre milanesi o stanziati a Milano (Elio, Soldini, Bolle), due romani o basati a Roma (Veltroni e Capotondi). Alla fine l’impressione è che il senso di Milano, di questa Milano, sfugga, che i vari pezzi non si incastrino in un ritratto magari parziale, fazioso, discutibile ma compatto, sorretto da un coerente punto di vista. Qua e là trapelano immagini e storie che accendono lo schermo, e pure la nostra attenzione, ma l’insieme è disorientante. Il meglio è Cielo di Giorgio Diritti, arrampicate della cinepresa lungo le pareti dei grattacieli nuovi nuovi e di meno nuovi palazzi, e poi da lassù in discesa a esplorare il basso, la città a terra, l’interno di dimore (Villa Necchi) e giardini misteriosi (La casa degli Atellani), e a far da contrappunto la voce di una monaca di clausura che invita a guardarsi dentro. Silvio Soldini recupera un qualcosa del suo lungometraggio d’esordio L’aria serena dell’Ovest dedicandosi anche lui in Tre Milano alle architetture, alle facciate, alle linee novecentesche di tanta parte della città, alternandoli con facce e voci di milanesi di seconda generazione figli di immigrati, una corsa in tram, l’interno di un atelier. Tanta roba, e non così omogenea. Elio nel suo La capitale morale manda in giro in bicicletta di notte un ragazzo di origini cinese ma cresciuto qui facendogli toccare i molti cinema e teatri che un tempo facevano vivo il centro e che adesso son chiusi e morti. Con il rischio di cadere nella retorica indignada del signora-mia-guardate-che-fine-ha-fatto-la-cultura (dobbiamo considerare cultura anche il Teatrino degli sbiottamenti mi pare in Corsia dei Servi?). Nostalgico, veltronianamente nostalgicissimo Walter Veltroni con Magica e veloce, un come eravamo (negli anni Cinquanta e Sessanta) localizzato al velodromo Vigorelli, tutto un tempo qui ci correvano i campioni e ci cantavano i Beatles e adesso guardate che decadenza. In my opinion, il meno riuscito dei sei episodi, non tanto per la nostalgia, quanto per la scrittura cinematografica fin troppo classica, con ricorso a interviste e teste parlanti che al guru del documentario senza commenti Frederick Wiseman non piacerebbero. Sorprende abbastanza invece Roberto Bolle, con il suo frugare in Prima mondiale con una cinepresa assai mobile e nervosa, molto contemporanea, dietro le quinte della Scala mentre si prepara uno Schiaccianoci. Niente parole, niente interviste, niente voce off, solo immagini e immagini, benissimo montate. Complimenti, anche se il contenuto è di massima prvedibilità. L’attrice romana Cristiana Capotondi in Solferino 28 va ad esplorare un’istituzione milanese come il Corriere della sera in giorni cruciali, il 25 aprile (e son foto e prime pagine storiche) e quello in cui Ferruccio De Bortoli dà l’addio alla fine della sua seconda direzione. Un saluto a tutta la gente del giornale senza affettazione né sdilinquimenti. Molto Corriere e molto milanese.

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