Recensione. ARCADE FIRE: THE REFLEKTOR TAPES è una delusione

ArcadeFire_TEASER_LOCARCADE-FIRE-REFLEKTOR-TAPESArcade Fire: The Reflektor Tapes. Con gli Arcade Fire. Regia di Kahlil Joseph. Uscito nelle sale italiane il 14 e 15 ottobre 2015.
11872264_10153461915515225_4040700363457016110_oDoveva essere un film sul tour degli Arcade Fire. Ma il regista e forse la stessa band hannno voluto andare oltre il cliché del rock movie tentando un qualcosa di meno ovvio tra videoart e cinema di pura visione. Progetto ambizioso e purtroppo non riuscito. Penalizzata la musica. Voto 4 e mezzo
12015178_10153542221720225_711059922919710801_oMa cos’è questo The Reflektor Tapes? Chi si aspettava legittimamente di vedersi un film sul tour in cui tra 2014 e 2015 (e già con qualche anticipazione nel 2013) i canadesi Arcade Fire hanno portato in giro per il mondo dal vivo il loro – a oggi ultimo – album Reflektor sarà rimasto deluso. L’operazione visiva che la stessa band ha affidato al molto celebrato videomaker e artista-regista di music video Kahlil Joseph non è davvero la classica registrazione di un tour. O se lo è, lo è molto parzialmente. E allora? Forse vorrebbe essere, soprattutto da parte di Joseph, un esperimento di videoart, ma anche in questo caso l’obiettivo non è raggiunto. Se è per questo, non è nemmeno un classico videoclip, per quanto dilatato, che dia (in)consistenza di visione e d’immagine a un pezzo, a più pezzi musicali. The Reflektor Tapes, che ambisce a presentarsi a detta di autore e produttori e dei signori Arcade Fire come cinema-e-basta, mescola i tre generi e linguaggi di cui sopra, ma rimanendo in una zona fluida di indeterminatezza, un po’ di tutti e tre e nessuno dei tre, e, questo è il peggio, senza farcela a dar vita a un qualcosa di nuovo e autonomo. The Reflektor Tapes è un prodotto, magari interessante e però incompiuto, di massima confusione e farraginosità. Certo, si segue il gruppo già fin da quando, in un pazzo castello edificato nell’Ottocento in Giamaica, si inventa i primi brani di Reflektor (senza peraltro risparmiarci la retorica dell’invenzione rock-maledetta con tutti i cliché del caso) e lo segue dopo, in tour, riprendendo scene di stage, backstage e anche di fuori teatro (o fuori arena quando si canta e suona nelle arene) tra Montreal, Hollywood, Londra e la fondamentale tappa ad Haiti che occupa la gran parte del film. Solo che Kahlil Joseph ci frustra in continuazione e, temendo di cadere negli stereotipi del tour filmato, ci mostra solo brandelli delle performance live, mai un brano intero mannaggia, assaggi, e poi zac con il taglio, in un coitus interruptus francamente esasperante. Cos’abbiano detto gli Arcade di quello che si può considerare un massacro del loro live tour non lo so, certo se hanno dato l’ok alla circolazione del film saran stati soddisfatti. Contenti loro (ma i fan no di sicuro). Screen-Shot-2015-07-15-at-6.42.19-PMKahlil Joseph decostruisce completamente non solo la narrazione di un tour con il classico andamento a scandire la performance, i fuori scena, le prove, le interviste ai musicisti e ai fan ecc. ecc., ma ogni qualsivoglia narrazione. Lavora sulla pura immagine, captando, girando e accostando attraverso un editing basato, secondo i codici anche famigerati del videoclip, sulla pura associazione inconscia tra frammento e frammento, e tra immagine e musica. Col risultato di una flusso visivo anche qua e là suggestivo e potente, ma inconcludente e parecchio fastidioso. Almeno il quaranta per cento del film è dedicato ad Haiti, al concerto durante il carnevale, al prima, al dopo, al durante la performance, al vagabondare degli Arcade Fire tra la gente e i paesaggi, alla loro collaborazione con musicisti locali. Con un occhio di riguardo alle parate carnevalesche di uomini e donne mascherati con facce di demoni e mostri, in una sarabanda assai black-caraibica, anche con influssi dei culti della morte messicani e andini. Tanto per non farsi mancare niente Kahlil Joseph ricorre anche a vecchie cineprese filmando molta parte della scena coloratissima in un punitivo e austero bianco e nero, con un bianco assai dominante sul nero, in un’operazione di vacua e inerte estetizzazione da videoart celibe, anzi zitellesca. Si nota l’ambizione di tutti di segnare una frattura, una discontinuità nella storia dei rock movies, di aprire un nuovo fronte per la visualità della musica, e un antipatico quanto affettato senso di superiorità avanguardistica. Ma il risultato resta molto al di sotto, e quando il frontman Win Butler (che dilaga in tutto il film incontrollato) viene a dirci che Kahlil Joseph è stato scelto perché immortalasse a uso dei posteri le invenzioni visive del tour forse non ha ancora visto niente del girato e del montato, perché in The Reflektor Tapes del palco si vede poco, e degli Arcade Fire in azione pure. Colpa anche sua, di Win Butler, che spadroneggia e lascia solo un po’ di spazio alla compagna e cantante Régine Chassagne (che, essendo di famiglia in parte originaria di Haiti, ed essendo innamorata dei ritmi haitiani, ha molto insistito perché il gruppo andasse lì). Gli altri non si vedono quasi, a parte Richard Reed Parry che, negli ultimi quindici minuti post credits, si affianca a Butler e Chassagne per raccontarci il senso dell’operazione. Intensificando ulteriormente un’altra fragilità di questo film, dove davanti alla camera o in voice off si parla molto, troppo, e si sentenzia snocciolando pure dotte citazioni a partire da Kierkaggard. Ma noi abbiamo voglia soprattutto di ascoltare musica, che da sola dovrebbe bastare a se stessa senza bisogno di altri rinforzi, di spieghe inutili non ne vogliamo. Quelle servon solo a gratificare e far sentire culturalmente legittimati chi le fa. Peccato, sarebbe potuta venir fuori una granc cosa se ci fosse stata meno spocchia e più fiducia nel potere della musica e meno in quello della chiacchiera e dell’esibizionismo arty.

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