Recensione: THE WOLFPACK. Sei fratelli reclusi dal padre-patriarca. E salvati dal cinema

10623684_367383500089543_7416290545735026125_oThe Wolfpack, un documentario di Crystal Moselle. Al cinema da giovedì 22 ottobre 2015.
12002776_479912805503278_367525108166931569_nThe-Wolfpack-010Sei ragazzi figli di una coppia tardohippie, con padre-padrone paranoico che li ha chiusi in casa per quindici anni per tenerli lontani dal mondo cattivo là fuori. Unico contatto con l’esterno, le migliaia di film in vhs e dvd portati dal padre. I fratelli Angulo hanno una passione per le Jene di Tarantino e il Batman di Nolan, di cui ricreano intere scene. È così che si sono costruiti il loro ponte verso il mondo, o hanno costruito un mondo immaginario, ed è anche così che sono riusciti a salvarsi, a sopravvivere. Una storia pazzesca, un documentario di rara forza, almeno nella prima parte, la migliore. Imperdibile. Voto 7 e mezzo
11728901_463011990526693_6765402909996161242_o11987196_474844836010075_7274918872670819555_nCome sentenziavano le zie: non c’è niente di più romanzesco della realtà. Certo, di fronte a un caso come quello raccontatoci dall’americana Crystal Mosell in questo suo primo lungometraggio (assai celebrato, premiato al Sundance 2015 come migliore docu Usa), si resta basiti. Una famiglia tenuta in ostaggio, anzi prigioniera proprio, con violenze perlopiù psicologiche e terrorismi mentali assai efficaci, da un padre alcolista, mentecatto e paranoico che vuol preservare i figli dal mondo cattivo là fuori, e dunque blinda l’appartamento degradato in cui vivono, solo lui a tenersi le chiavi come in un Hansel e Gretel a New York e a governare il peraltro scarno flusso in entrata e uscita. Tipica famiglia disfunzionale, ciancerebbero le psicologhe pigre andando di stupidi cliché interpretativi che non spiegano niente ma ne danno l’illusione (ma quale famiglia non è almeno un po’ disfunzionale? e poi disfunzionale rispetto a quale funzionalità?), a me questa disgraziata famiglia Angulo che vediamo nel film ha più ricordato certi silenziosi ma potenti meccanismi di controllo e di sottomissione che si instaurano nelle sette, o nei regimi totalitari, dove un autoproclamatosi leader si dichiara unico strumento di salvezza e fonte di vita per gli adepti, esigendo e ottenendo da loro la massima obbedienza. Allora: ci troviamo in un flat del Lower East Side newyorkese, in una casa che noi diremmo popolare. Dentro ci sono, abbastanza accatastati, i 6 figli maschi del patriarca e padre-padrone (mai come stavolta conviene risvolverare questa vetusta definizione), oggi compresi tra i 16 e i 23 anni, e l’unica figlia, la minore del gruppo. Più la moglie e madre della cospicua nidiata, che si è fermata a quota sette solo perché, come argutamente fa notare uno dei giovanotti, entrata in menopausa. Son rimasti tutti lì blindati per una quindicina d’anni, niente passeggiate fuori, zero amici, zero contatti, niente scuola. A istruirli ci ha pensato mamma, con tanto di patentino e vidimazione ufficiale (la pagano, anche se non si capisce bene chi sganci i soldi, per far scuola in casa ai figli, cosa permessa in America, ed è con quei dollari che la famiglia ha sempre campato, visto che il patriarca non ha mai voluto sottostare al bieco sfruttamento degli schiavisti là fuori, col bel risultato di essere diventato lui lo schiavista di moglie e figli). Ora, il film qualcosa ci dice di questa strana storia e parecchio tace, non potendo immagino valicare più di tanto il confine della privacy e rompere il patto di riservatezza evidentemente stipulato con la famiglia Angulo, e però quel che ci mostra è già di suo parecchio perturbante. Ci si chiede non tanto come possa esistere un padre così stronzo, ma come abbiano potuto ciecamente obbedirgli per tanto tempo, soprattutto come la moglie abbia potuto accettare per i loro sette figli quel destino. Siccome il fancazzista papà s’è dato, secondo il confuso bricolage new age, a una credenza simile agli Hare Krishna, e siccome in un delirio di onnipotenza si è identificato con non so quale dio dell’olimpo indù pieno di donne e eredi, è sempre stato molto attivo tra le coltri con la moglie per mettere al mondo una nutrita tribù. Dando alla prole nomi in sanscrito, ed ecco Bhagavan, Govinda, Mukunda, Narayana, Krisna, Jagadesh (e la figlia Visnu). A rendere però questo film straordinario, almeno nella sua prima parte (nell’ultima perde parecchio quota), è che non racconta solo le disgrazie e i deragliamenti di una famiglia patologica, ma anche i sorprendenti meccanismi che hanno consentito ai 6 maschi – sono loro i protagonisti, la figlia, afflitta da una disabilità psichica, non la si vede quasi – di sopravvivere nel delirio, di farcela, di crescere e di farsi nonostante tutto una propria identità e una visione del mondo esterno, e anche di mettere a punto il modo di affrontarlo, quel mondo. E questo dispositivo di sopravvivenza si chiama cinema. I fratelli Angulo hanno conosciuto com’era la vita fuori dal loro appartamento vedendo cinquemila film portati dall’orrido genitore, unico legame permesso con il mondo, film in dvd o tremolanti vhs, visti e rivisti e amati fino alla follia. Con una particolare devozione per Le jene di Tarantino e tutti i Dark Knight di Christopher Nolan, ma anche gli horror, Nightmare in testa, Lynch e JFK di Oliver Stone, chissà perché diventato uno dei loro culti (forse perché, nel suo complottismo paranoide, una qualche consonanza psichica ce l’ha con quanto a loro è capitato di vivere). Talmente pazzi di cinema, i fratellini, da interpretarne intere scene, specie le più violente, action, orrorifiche, con costumi e mascheroni genialmente ricreati con mezzi e materiali di fortuna, e con armi di cartone. Massima libidine per gli Angulo è rifare Le jene, e mettersi in nero e occhiali ancora più neri e inseguirsi nei corridoi e ridire all’infinito i meravigliosi e trucidi dialoghi tarantineschi. Se non sono Le jene, si va sull’amatissimo Cavaliere oscuro nolaniano, o su Freddy Krueger. Con un’abilità e un estro davvero notevoli nel creare i mascheroni più paurosi e tenebrosi, che sembra di vedere in certi momenti le sarabande e le processioni messicane e caraibiche del culto dei defunti. Come in un Halloween dilatato e stirato su tutti i giorni dell’anno, di tutti gli anni di reclusione, e anche adesso che la reclusione si è in parte dissolta, la passione per il cinema e le mascherate e i travestimenti è rimasta, divorante più che mai. Per chi ama il cinema come me risulta commovente tale dedizione, ed è bello pensare che siano stati quei molti film a salvare la psiche e la vita dei sei ragazzi. Che a sentirli son tutt’altro che sprovveduti, anzi acuti, intelligenti, assai centrati e consapevoli, assai capaci e con punti di vista precisi. Ma forse, più che al potere salvifico di Tarantino o Nolan bisognerebbe credere a quanto uno dei fratelli dice di quella madre che a noi sembra solo complice colpevole, o comunque succube, e che invece dai pargoli è considerata una sorta di santa e martire: “Se noi siamo sopravvissuti lo dobbiamo a lei”, e avrà le sue buone ragioni per dirlo. In questo documentario che pare così crudamente e anche crudelmente realistico e verista, risuonano invece echi e vibrazioni di antichi miti, di figure e costellazioni basiche e ancestrali della nostra e delle altre culture, il Padre onnipotente e castrante, la Madre dolorosa e salvatrice, le lotte tribali tra il maschio alfa e chi vorebbe esautorarlo e prenderne il posto. È troppo dire che questo dramma urbano ha un che delle tragedie classiche? La regista è potuta penetrare nell’appartamento e filmare perché ormai quella perfetta e rigida clausura si è allentata. Tutto è cominciato a sgretolarsi quando il più intraprendente e ribelle dei fratelli a quindici anni ha deciso di fare un giro fuori mascherato come uno dei personaggi del loro cinema riprodotto in casa. Lì lo fermano, lo arrestano, e qualcuno comincia ad allarmarsi, a volerne sapere di più di quella famiglia. Adesso i ragazzi studiano ancora in casa, almeno quelli che sono in età scolastica, ma tutti escono regolarmente, assistiti da psicologi e assistenti sociali (“ma noi non gli raccontiamo tutte le nostre cose come loro vorrebbero”), e qualcuno comincia a lavorare e farsi una vita sua. La reclusione è oggi ricordata e raccontata dagli Angulo Brothers, che ne rivivono e forse recitano ex post (questo non è dato sapere) alcuni momenti salienti. Nell’ultima mezz’ora assistiamo a una sorta di normalizzazione, di fuoruscita della patologia, forse a una guarigione, con il rischio che il film si faccia un po’ troppo esemplare e edificante, inscrivendo la vicenda in una narrativa consolidata di un’innocenza prima conculcata poi trionfante sulla mostruosità e il Male. Solo che, si sa, è sempre più interessante il nero del rosa. Certo vien parecchio da riflettere sulla contorta relazione tra il padre e la madre. Lei venuta dalle praterie del Midwest, lui peruviano. Si conoscono al Machu Picchu dove lei fa il suo pellegrinaggio tardohippie e dove lui fa da guida per i turisti. Coup de foudre, il matrimonio, il trasferimento che si pensa temporaneo a New York, visto che la speranza è di partire per la Scandinavia Felix considerata dal patriarca il paradiso in terra (sarà per il welfare esteso che tutti mantiene, fanigottoni compresi?), solo che non ce la faranno mai a fare il salto e resteranno insabbiati in quell’appartamento-prigione del Lower East Side. Chi ha attraversato gli anni Settanta e magari pure i Sessanta riconosce, provando un certo disagio, tutti i cascami di quella che veniva chiamata controcultura e i suoi devastanti effetti. Questi due signori sono il frutto bacato di pessimi maestri, di una stagione cattiva dei comportamenti  e degli sballi collettivi e di un generico e vuoto ribellismo e pensiero antisistema sconfinante nella paranoia pura, nell’alterazione psichica. Sì, i baby boomers sono stati anche questa robaccia, hanno prodotto anche questo e ne sono stati modellati. Che quando i venti-trentenni di oggi crudelmente parlano di rottamazione delle vecchie generazioni e dei loro vetusti e anchilosati sistemi di pensiero e di valori vien voglia di dargli ragione, almeno un po’.

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