Stasera in tv NO – I GIORNI DELL’ARCOBALENO di Pablo Larrain. Bello e importante (giov. 22 ott. 2015)

No – I giorni dell’arcobaleno, Rai 3, ore 21,05.
Ripubblico la recensione scritta nel 2012 dopo averlo visto al Festival di Locarno in Piazza Grande.

No, regia di Pablo Larrain. Con Gael Garcia Bernal, Alfredo Castro, Antonia Zegers, Luis Gnecco. Cile 2012.

Ricostruzione del referendum cileno del 1988 su Pinochet attraverso la storia del creativo che inventò una innovativa campagna per il No. E No fu. Pablo Larrain dopo Post Mortem conferma di essere oggi uno dei migliori.

Uno dei film che all’ultimo Cannes è più piaciuto ai giornalisti, soprattutto americani. Solo che No – terzo film dopo Tony Manero e Post Mortem della trilogia dedicata dao Pablo Larrain al Cile al tempo di Pinochet  – non era nelle selezioni ufficiali, non nel Concorso principale e neppure a Un certain regard, ma alla rassegna indipendente della Quinzaine des Réalisateurs, peraltro ottima vetrina. Ora, non si capisce come i selezionatori del Palais se lo siano lasciato sfuggire, vista la qualità del film e il rango del suo regista (che alla Mostra di Venezia di un paio di anni fa, quella con Tarantino sciagurato presidente di giuria, avrebbe meritato almeno un premio con Post Mortem). Locarno l’ha giustamente ripescato e riproposto sullo schermo kolossal della Piazza Grande, promuovendolo come merita. Film politico, ma mica troppo militante, nonostante il tema. Film politico che va ben oltre i soliti schematismi del genere e che anzi lo innova e lo rivolta. Basta paragonarlo con certi film italiani di quest’anno come Romanzo di una strage di Giordana e Diaz di Vicari per capire come Larrain si sia inoltrato in altri territori, stilistici e linguistici. No racconta, ma questo è solo il primo livello della narrazione, del referendum che il generalissimo Pinochet, padre-padrone del Cile dopo il golpe anti-Allende, dovette indire nel 1988 sul prolungamento o meno di altri otto anni della sua presidenza. Dovette, perché il regime militare era ormai impresentabile per gli stessi americani, occorreva un’operazione di ripulitura e a Pinochet e alla sua giunta fu fatta ingoiare quella chiamata alle urne. Solo che Larrain, peraltro rifacendosi a un precedente play di Antonio Skarmeta, lo scrittore del Postino per intenderci, quell’epocale battaglia referendaria la ricostruisce attraverso l’insolito punto di vista di un pubblicitario incaricato di mettere a punto la campagna per il no. No che ovviamente parte svantaggiato, tutti i sondaggi sono per Pinochet, tutti i media nelle sue mani. René Saadreva (un Garcia Bernal al suo meglio, energetico e dirompente anche più del solito) lavora come creativo in un’agenzia di pubblicità il cui proprietario, gran navigatore, ha ottimi rapporti anche con il regime. Il nostro René ha sì un passato militante e anti-Pinochet, ma visti i tempi si è messo al riparo con il lavoro di pubblicitario, ha una bella macchina, una bella casa, un figlio e una ex moglie che lo ha mollato rimproverandoli tacitamente di aver tradito gli antichi ideali. Ma quando si tratta di mettere a punto la campagna per il No i vecchi compagni lo richiamano alla battaglia. Lui guarda lo spot che la coalizione antiPinochet ha intanto messo a punto e trasecola: desaparacidos, il numero dei morti e degli esiliati, e via così, a evocare tutti gli orrori dei militari al potere. Non se ne parla, taglia corto il bel René, noi dobbiamo dare un messaggio di positività, di gioia, di un Cile che guarda al futuro e vuole cambiare pagina. Così sarà. Mette su uno spottone che ha la forza travolgente, pop e un po’ cafona di We are the World, si inventa come simbolo della coalizione l’arcobaleno al posto del rosso che si sa spaventa. Naturalmente i veterani militanti si scandalizzano, ma René riuscirà a imporre la sua linea. Il referendum verrà vinto dal No. Ora, è come vedersi una puntata di Mad Men, solo che l’oggetto della campagna è politico, e di importanza storica. Ma le tecniche, i linguaggi, non possono che essere quelli della pubblicità, sostiene René il creativo. No è bellissimo non solo perché non ti dà tregua un attimo e ti tiene avvinto fino all’annuncio finale, ma perché osa farsi e fare domande indiscrete eppure importanti: la politica è una merce come un’altra, da vendere come una qualsiasi altra merce? Fino a che punto è giusto non enfatizzare gli orrori di un regime per non allarmare l’elettorato? Ed è giusto puntare su messaggi positivi quando la realtà intorno spesso li contraddice? Film straordinario, che con le sue volute ambiguità si pone agli antipodi del classico cinema militante che tende invece a separare e distinguere con la massima nettezza il bene e il male. Qui qualche proletario non si lamenta troppo di Pinochet, una signora che fa la serva, mica la miliardaria dei quartieri alti, dice: “Io voto Sì. Adesso c’è lavoro per me e i miei figli, ho una casa, perché dovrei votare contro il presidente?”. No non rimuove le atrocità di Pinochet e dei suoi, le torture, le uccisioni di massa, la sospensione dei diritti civili, i desaparecidos. Ci fa anzi respirare cosa sia la mancanza di libertà, cosa sia un asfissiante regime di polizia mostrandoci spie ovunque, loschi figuri che pedinano e controllano i sostenitori del no e presidiano le loro case. Le intimidazioni si sprecano. René viene minacciato, gli si fa capire che potrebbe andarci di mezzo anche suo figlio. Insomma, nulla viene dimenticato o sottaciuto da Larrain. Che però ha anche l’onestà intellettuale di mostrarci gente comune che sta dalla parte di Pinochet e non rimpiange gli anni di Allende. Perfino uno degli esponenti della coalizione del no ammette, in privato, che il Cile sotto Pinochet ha avuto, pur con la sopravvivenza di amplissime sacche di povertà, un boom economico. No fotografa straordinariamente bene il passaggio non solo dal Cile di Pinochet a quello della libertà ritrovata, ma anche il sorgere di un Cile che cerca di non essere più schiavo del proprio passato e che ha anche voglia di stordirsi, di dimenticare, di godersi un po’ di benessere. Un paese contraddittorio, molto umano, al di là delle ideologie. Larrain realizza un film arrembante, pieno di parole mitragliate ad altissima velocità e mai noioso, e di immagini iper realiste, e come tanti regista più giovani di lui usa la macchina a mano, a realizzare un film apparentemente iper libero e anarchico, in realtà oculatamente costruito e strutturato. Larrain si sta affermando tra i migliori di oggi, anche per l’eclettismo. Post Mortem adottava una visualità rigorosa, rigida, glaciale e livida, lo sguardo era impassibile anche se non privo di partecipazione, l’approccio volutamente distanziato e depotenziato. Questo No è stilisticamente assai diverso, addirittura opposto, ed estroverso, aperto. Segno che Larrain si sa adeguare agli oggetti mutevoli del suo cinema.
Updating: I giorni dell’arcobaleno cui fa riferimento il titolo italiano è proprio la canzone di Nicola Di Bari, gran successo anche in Cile nell’anno del referendum.

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