ALASKA – recensione. Finalmente un bel mélo-noir nel cinema italiano

foto-alaska-11-lowAlaska, un film di Claudio Cupellini. Con Elio Germano, Astrid Bergès Frisbey, Valerio Binasco, Elena Radonicich, Antoine Oppenheim, Paolo Pierobon, Pino Colizzi, Marco D’Amore, Roschdy Zem.
foto-alaska-3-lowFa fatica a scaldarsi, questo ambizioso Alaska (è il nome di una discoteca di Milano, i ghiacci non c’entrano). Ma poi, quando da Parigi arriva in Italia, ce la fa a coinvolgere e convincere. Un amour fou tra un cameriere italiano e una modella francese-femme fatale, tutto un lasciarsi e riprendersi, in un rollercoaster di tensioni che guarda a Sirk e Truffaut. Mescolando melodramma e noir, in un ibrido assai poco praticato in Italia, e che qui, nonostante qualche smagliatura, riesce. Cupellini è un regista su cui il nostro cinema può contare. Elio Germano elettrico, Astrid Bergès Frisbey ricorda da vicino Maria Schneider. Voto 7+
foto-alaska-29-lowFinalmente un film che esce con coraggio e anche incoscienza dalla medietà tranquilla del nostro cinema, cercando una via nazionale al mercato internazionale, sperimentando e riusando un genere da noi tradizionalmente poco praticato come il melodramma ibridato al noir. Non tutti i conti tornano in Alaska, anzi parecchi restano in sospeso se non proprio con un segno negativo davanti, e però meglio un film imperfetto come questo, con lacerazioni e smagliature e rammendi a vista, che però almeno ci prova, delle solite neocommedie (ormai già sclerotizzate) italiane o dei soliti filmucci intimisti-introflessi-ombelicali che non osano niente e stanno rintanati nel loro compound di massima sicurezza. Per carità, anche qui ci son momenti e fasi da arrabbiatura forte, una prima parte che si sviluppa troppo meccanicamente e programmaticamente facendo apparire i personaggi come manichini obbedienti e eterodiretti anziché corpi, menti e anime ragionanti e pulsanti in proprio, dialoghi che qualche volta sfiorano l’imbarazzante e pure ci cascano dentro, una recitazione ondivaga dei due protagonisti, un finale tremendissimo da bacetto perugina che rischia di rovinare tutto e che si fa fatica a perdonare, e però la sommatoria di tutti i segni più e segni meno resta positiva. Se avessi applicato alla mia visione di Alaska quei monitoraggi di auditing televisivo che registrano minuto per minuto gradimenti e sgradimenti di una trasmissione, ne sarebbe venuto fuori un diagramma pazzo di picchi e abissi, un cardiogramma ad andamento sussultorio, un rollercoaster di discese ardite e risalite (per dirla alla anni Settanta), e però a conti fatti con tendenza complessiva all’insù. Che è cosa che mi capita abbastanza raramente al cinema, dove di solito il giudizio che mi si forma in testa nella prima mezz’ora resta poi costante, o almeno senza subire troppe oscillazioni, fino alla parola fine. Val la pena ricordare che Claudio Cupellini è bravo regista, e non da oggi, non da Alaska, e neanche dalla tanto celebrata serie Gomorra di cui ha diretto alcuni capitoli. Che fosse un autore allineato nel suo fare cinema ai modelli internazionali lo si era visto benissimo nel notevole e alquanto sottovalutato Una vita tranquilla, un camorra-movie con parecchi scostamenti dal genere, e un Servillo perfetto quale ventennale emigrato italiano in Germania con un passato da nascondere, e che con quel passato sarà costretto a fare i conti. Mi avevano colpito non solo la fluidità narrativa, la sceneggiatura così solidamente costruita, ma anche l’abilità nel suggerire ed evocare obliquamente la minaccia, nel mescolare e confrontare – anche linguisticamente, anche stilisticamente, anche antropologicamente  – due mondi, due culture, due appartanenze, quella italiana (versante campano) e quella tedesca, nell’ambizione evidente di realizzare un cinema europeo e mai provinciale. Un cinema che fosse nostro e nello stesso tempo aperto, non prigioniero dei nostri cliché e tic etnici. La voglia di errare per l’Europa, di far scontrare civiltà, di raccontare storie italiane con incursioni oltrefrontiera in una sorta di Schengen del cinema, la ritroviamo in pieno in Alaska, così ibridato, così sospeso e diviso tra Francia e Italia, tra Parigi e Milano. Sì, certo, per via di una coproduzione tra il di qua e il di là delle Alpi che impone location, cast, crew rigorosamente bi-nazionali, per via di una protagonista (Astrid Bergès Frisbey) in quota loro e di un protagonista (Elio Germano) in quota nostra, solo che Cupellini questi vincoli – che si direbbero da lui più cercati che imposti – li trasforma in occasione drammaturgica, in elementi di opposizione e diversità tra il lui italiano di nome Fausto e la lei francese di nome Nadine in grado di meglio scatenare la scarica voltaica così necessaria a un vero melodramma quale il suo film è e ambisce essere. Boy meets girl, solo che la ragazza è fatta della stoffa della femme fatale, se non della dark lady, mentre lui è un bravo ragazzo solo un po’ troppo testosteronico e irriflessivo e naturalmente portato a mettersi nei guai. Chiaro che l’incontro segnerà, e per sempre, le loro vite, perché secondo le leggi inesorabili del mélo ciò che il destino ha congiunto nessuna volontà umana, tantomeno di coloro che dal destino son stati direttamente travolti, riuscirà a separare, e così sarà fino all’ultimo. Non c’è possibilità per Fausto di sottrarsi a Nadine, e viceversa. Ne succederanno di ogni tra loro, sarà tutto un lasciarsi e ritrovarsi, ma tutto sarà regolato e sregolato da una necessità che li sovrasta. Ecco, vi pare che il cinema italiano, specie quello recente, sia aduso a trafficare con questo genere di narrazione? Il cinema italiano che, per via del carattere nazionale, pencola sempre verso il compromesso e la mediazione, il pasticcio e l’arrangiamento, e poco verso l’estremismo, il radicalismo, l’assoluto. Per trovare modelli e riferimenti di questo film di Claudio Cupellini bisogna guardare altrove, in primis a Douglas Sirk e poi al suo discepolo Fassbinder, e un bel po’ al Truffaut di vite maschili abbastanza qualunque e ordinarie travolte e stravolte da donne eccessive e straordinarie, la Catherine Deneuve del meraviglioso La mia droga si chiama Julie, la Fanny Ardant di La signora della porta accanto. Con, anche, citazioni di tutti quei film americani che, in forma ora di commedia ora di dramma, hanno messo in scena un maschile condizionato e soverchiato dal suprematismo-protagonismo femminile, da Susanna! di Howard Hakws a La signora di Shanghai di Orson Welles
Siamo a Parigi, anni Duemila. L’emigrato cameriere italiano Fausto incontra sulla terrazza del grand hotel in cui lavora Nadine, appena scappata via da un casting di moda (e la sequenza delle ragazze ammucchiate seminude in attesa dell’esame, con le imperfezioni di corpo e epidermide impietosamente mostrate dalla macchina da presa, è notevole per come riesce a deglamourizzare senza peraltro moraleggiare i rituali del fashion world). Saranno subito guai, perché lui, per far colpo, la porta nella suite più lussosa dell’hotel, peccato che vengano sorpresi dal cliente, sicché seguiranno colluttazione tra i due maschi, licenziamento e mesi di galera per Fausto. Nadine intanto si eclissa, senza che Fausto ovviamente riesca a dimenticarla. Uscito dalla mitologica Santé, l’ex cameriere ora disoccupato a tempo pieno si mette a cercarla. Unico indizio, l’agenzia milanese di modelling per cui lei lavora. E allora, via da Parigi, a Milano! a Milano! Che Cupellini perfidamente (come milanesi si fa fatica a perdonarglielo) ci mostra subito impietosamente dall’alto come una distesa anonima e caliginosa, priva di ogni minimo appeal, soprattutto se confrontata con la Parigi inquadrata dalla terrazza nella sequenza d’apertura con la sua Eiffel e altri landmark in bella vista, mentre qui solo grigiore, niente Madunina, niente skyline della nuova Porta Nuova, niente di niente. Quasi a voler annunciare subliminalmente l’implosione che di lì a poco avverrà nella storia dei due. Che, ovvio, si son ritrovati, lei ormai modella di gran successo, lui invece morto di fame che non ce la fa a rialzare la testa. Qualcosa comincia a cambiare quando incontrano Sandro (un formidabile Valerio Binasco: per favore dategli subito i nastri d’argenti e i david di donatello come best supporting actor), piccolo signore della notte milanese oscillante tra legalità e sottobosco criminale, sempre a caccia di soldi e con un progetto in testa, dar vita in una chiesa sconsacrata alla migliore disco in città, l’Alaska (ecco spiegato il titolo). Ci riuscirà, con Fausto che diventerà suo socio e che con quella mossa darà il via alla sua ascesa economica e sociale. A questo punto mi fermo, se no son spoiler, e già mi sembra di sentire i mugugni. Però lasciatemi almeno dire che tra Fausto e Nadine ci sarà un’altra rottura, che i loro destini economici e di successo e insuccesso si capovolgeranno perché, secondo una legge del mélo e secondo anche quanto ricordato dalla stessa Nadine, sembra esserci una sorta di destino compensatorio tra i due. Se uno sale l’altro deve inabissarsi, inesorabilmente, sicché mai sarò loro concesso di situarsi allo stesso livello. L’asimmetria come condanna, ma anche come motore del desiderio e regola dell’attrazione. In questa seconda parte Cupellini azzecca quasi tutto, e se il prologo parigino era sembrato troppo rigidamente, programmaticamente costruito, qui la storia Fausto-Nadine decolla (e adeguatamente sprofonda negli abissi quando deve sprofondare) e convince, la chimica tra Elio Germano e Astrid Bergès Frisbey così incerta fino a quel momento finalmente scatta e funziona, e il film prende corpo, sostanza, credibilità. In una Milano buia, notturna, percorsa da anime dannate e voraci e pericolosi, loschissimi figuri. Una città-baccanale viziosa, insieme borghese e malavitosamente, sordidamente lumpenproletaria, che è la faccia rimossa e non riconosciuta della Milano operosa e calvinista. Del finale, deludente (ebbene sì, ci voleva più coraggio), si è già detto. Dei due interpreti: Elio Germano, non molto amato dai critici per via della sua tendenza all’overacting genere Actors’ Sudio de noantri, e invece secondo me uno dei nostri migliori attori, dà al suo Fausto una costante tensione elettrica, un’inquietudine mai risolta, mai sopita, che lo rende naturalmente il centro magnetico del racconto. Senza di lui Alaska non sarebbe il buonissimo film che è. Astrid Bergès Frisbey è bellissima e grazie a Dio fatta di vera carne, e lontana da ogni finta glamourizzazione. Una scoperta. E se in certi momenti più che una femme fatale sembra una rompicoglioni non è mica colpa sua, semmai di una sceneggiatura che ogni tanto perde colpi. In più lei ci mette quella faccia ambigua somigliantissima alla mai dimenticata Maria Schneider di Ultimo tango a Parigi e Professione: reporter, e non è poco. Un dettaglio che mi ha infastidito parecchio: ma com’è possibile che il compagno di cella di Fausto gli chieda di spedirgli, una volta tornato in Italia, del buonissimo prosciutto? In tutta evidenza il Sambene interpretato da Roschdy Zem (sempre all’altezza) è di origine maghrebina, dunque con molta probabilità musulmano, e vi par possibile che vada a chiedere carne di porco? In un film ambizioso come Alaska simili sciatterie, per non dir peggio, non sono ammissibili.

 

 

 

 

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