BY THE SEA: recensione. Angelina Jolie dirige Brad Pitt (e se stessa), ed è dramma di coppia

11222492_915649501803581_894040862754153920_oBy The Sea, un film di Angelina Jolie Pitt. Con Angelina Jolie Pitt, Brad Pitt, Mélanie Laurent, Melvil Poupaud, Niels Arestrup, Richard Bohringer.
11027984_916711761697355_9179578441003622674_o12028868_908589402509591_5564357982586683375_oPer la prima volta Angelina nei credits si firma col doppio cognome Jolie Pitt,  e qualcosa vorrà pur dire. Lei e Brad, come in un Richard Burton/Liz Taylor movie d’altri tempi, mettono in scena (mettendoci qualcosa di sé?) una coppia travolta dal malessere, tra tormenti, rinfacci, reciproche crudeltà. Siamo negli anni ’70, in una French Riviera purtroppo ricostruita a Malta, e si vede. Angelina regista punta in alto, altissimo, occhieggiando a Edward Albee e Antonioni. Ma il film resta inerte. Comunque onore alla signora per aver osato la scommessa impossibile di resuscitare un cinema illustre quanto desueto e inattuale. Voto 6+
11942159_889720304396501_6292711661295738180_oUno dei film più anomali e spiazzanti dell’anno. Facile demolirlo come s’è fatto in tante recensioni americane e anche italiane, facile infierire su Angelina Jolie Pitt (che qui adotta anche il nome del marito, ed è un indizio di cui tener conto per decrittare By The Sea) e accusarla di vanità, narcisismo, autoreferenzialità, wannabismo autorial-registico. Jolie Pitt che ha l’ardire (la facciatosta?) di mettere in scena un claustrofobico – perfino il mare che fa da sfondo e orizzonte alla narrazione sembra non dare scampo e intrappolare i protagonisti – gioco di massacro di coppia come non se ne vedevano più al cinema da anni, forse decenni, un qualcosa di assolutamente inattuale che quasi programmaticamente pare voler respingere il pubblico, ormai aduso a ben altri prodotti e sapori. Allora, nonostante tutto, nonostante il risultato che è quello che è (insoddisfacente), applausi alla signora, l’unica vera diva del cinema di oggi, una che tutto potrebbe a Hollywood e tutto potrebbe avere – ruoli, soldi, budget per i progetti più dispendiosi – e che invece si ostina nella difficile strada della regia intraprendendo con questo suo terzo film un’impresa a massimo rischio. Quella di resuscitare un cinema che non c’è più da un pezzo, inscenare un amore malato e un matrimonio marcio, un infernale pas de deux di rinfacci e reciproche crudeltà, e sempre esibendo voluttuosamente e sado-masochisticamente le proprie viscere fumanti allo spettatore, e intanto molto fumando tabacco e molto bevendo ogni possibile drink purché a esagerata gradazione alcolica: sì, esattamente come facevano Liz Taylor e Richard Burton in Chi ha paura di Virginia Wolf? (il vero modello di riferimento di By The Sea, non la Nouvelle Vague citata a sproposito da tanti e che con questo film invece c’entra solo marginalmente) o in Divorzia lui divorzia lei o in La scogliera dei desideri di Joseph Losey, così simile a questa regia numero tre di Angelina per claustrofobia e atmosfere marine. Certo, il bello allora stava anche (soprattutto?) nel come Taylor & Burton usassero il cinema per mettere in piazza il loro privato, o nel come lo lasciassero credere al pubblico, dando l’idea di abbattere ogni differenza tra personaggio e attore. Ma in By The Sea? Jolie & Pitt, gli unici che oggi possano credibilmente ricordare per impatto mediatico e consistenza mitologica Taylor & Burton, giocano una partita più ambigua e indecifrabile, lasciando cadere (soprattutto nel finale) qualche vago indizio che autorizzi a leggere la storia come autobiografica per poi subito allontanare ogni sospetto di identificazione tra vita e rappresentazione. Angelina rilegge e riscrive Chi ha paura di Virginia Woolf? (le affinità tra i due film sono tante, compresa la presenza di una giovane coppia a far da detonatore all’esplosione dei rancori e malumori in quella più matura) adottando i modi opposti della rarefazione, mettendo la sordina alle esagitazioni che erano di Liz e Dick, e soprattutto di Liz, per adottare silenzi, inespressività e posture sonnamboliche da alienazioni antonioniane. Nella sua recitazione atona e catatonica, nella sua fissità da maschera kabuki Angelina rimanda esplicitamente a tutte le Moniche Vitti da L’avventura a Deserto rosso passando per La notte e L’eclisse. Il guaio è che, a fronte di una regia assolutamente e inaspettatamente rigorosa e pochissimo piaciona, perfino con una qualche eco dei grandi maestri nordici del senso di colpa cinematografico, il racconto latita. Asciugando e essenzializzando si finisce col rischiare il nulla narrativo, il vuoto. È qui che Angelina Jolie Pitt regista e aspirante grande autrice fallisce, nel non riuscire a suggerirci con la sua Vanessa deambulante un vero tormento interiore, un vero inferno, che sia vissuto in solitaria e/o a due. Tutto rimane mera superficie esaurendosi nel glamour dei costumi, delle scenografie, della location, senza che si vada giù in profondità a scandagliare come, tanto per fare un nome sommo, un Ingmar Bergman. Anche Antonioni essenzializzava nelle pure immagini, nella pura visualità, ma quel suo cinema di solo sguardo riusciva miracolosamente lo stesso a dire, a raccontare, a esprimere. Operazione che all’ambiziosa e volitiva Jolie non riesce.
Anni Settanta, da una qualche parte della French Riviera (e però tutto è stato girato e ricostruito a Malta, e la differenza rispetto all’originale si vede, perché il panorama è assai più brullo, desertico, pietroso, profondo mediterraneo, africano rispetto alla Costa Azzurra, ed è una sfasatura che indebolisce il film già in partenza). Una coppia di americani – lui, Roland, è uno scrittore ovviamente in crisi creativa, lei, Vanessa, è una ex ballerina in crisi e basta – si installa in un hotel isolato vista mare. Che qualcosa, anzi molto, anzi tutto non funzioni tra loro lo si capisce dalla esagerata freddezza rancorosa di lei, dalle reciproche frecciate, dal negarsi di lei all’amore di lui. Che passa le sue giornate giù nel bistrò del vicino villaggetto a bere e scambiare commenti sulla vita, l’amore, le donne con il patriarcale padrone del locale, un meraviglioso Niels Arestrup. Qualcosa di drammatico è successo tra Roland e Vanessa, che li ha prostrati entrambi e rischia di allontarli, ma cosa? Il mistero verrà sciolto alla fine delle due ore, spiegando molto della frattura tra i due, ma arrivando troppo tardi per dare un senso al film e riempirne i molti vuoti. Scoperto un buco nella parete, prima Vanessa poi Roland poi tutti e due insieme si mettono a spiare la giovane coppia francese della camera accanto, coppia in viaggio di nozze e scatenatissima nel fare l’amore, di giorno, di sera, di notte. Sembra che Vanessa voglia coinvolgere il marito in un qualche gioco perverso con i vicini. A tre? A quattro? Sicché da Chi ha paura di Viginia Woolf? si passa dritti all’altro film di riferimento, La piscina di Jacques Deray, sì, quello appena remakizzato da Guadagnino in A Bigger Splash, con gli equilibri della coppia regina messi a rischio dall’intrusione dei due visitatori, soprattutto della ragazza. Con pure qualche analogia presumibilmente non intenzionale con certo Umberto Lenzi lounge, come quello a bordopiscina di Paranoia. Ma è la parte che meno convince, dove l’Angelina Jolie regista e interprete rischia forte il ridicolo. Perché bisogna essere almeno dei maestri del cinema – diciamo Brian De Palma – per uscire indenni da simili scene voyeuristiche col buco, oltretutto ripetute oltre ogni possibile sopportazione dello spettatore mostrando ora le tette e il culo di lei, ora il culo di lui. Con Melvil Poupaud, uno degli attori più chic e intello di Francia stavolta ridotto a puro corpo di stallone. Solo alla fine capiamo che la strategia perversa di Vanessa un suo senso ce l’ha, ma è davvero troppo tardi. Di By The Sea resta il coraggio dell’operazione, la voglia di guardare a un cinema alto e desueto e di ritentarlo. Resta il senso dell’oppressione claustrofobica, qualche scena che ci lascia intuire quel che il film sarebbe potuto essere e non è (il pianto di Vanessa, quando la maschera kabuki di Angelina sembra finalmente incrinarsi a lasciar intravedere l’autentico), resta l’eccellente performance, tutta di implosioni e rabbie trattenute e pietà per il disfacimento della compagna (di scena), di Brad Pitt, memore della lezione malickiana di The Tree of Life. Lo scarto tra intenzioni e realizzazione è ampio, ma è in quella terra di mezzo, in quel non-risolto che intravediamo una sincerità, un’onestà, una mancanza di paraculaggine su cui non si possono avere dubbi. Angelina e Brad ci credono, si mettono a rischio, si giocano molto con By The Sea, e bisogna dargliene atto.

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