Recensione: QUEL FANTASTICO PEGGIOR ANNO DELLA MIA VITA. Un altro ‘colpa delle stelle’, però più indie

get-36Quel fantastico peggior anno della mia vita (Me and Earl and the Dying Girl), di Alfonso Gomez-Rejon. Con Thomas Mann, Olivia Cooke, R.J. Cyler. 
get-37Il film indie vincitore di ben due premi allo scorso Sundance. Dopo le adoranti recensioni americane ci si aspettava qualcosa di notevolissimo. Invece, parziale delusione. Questa storia di due amici e della loro compagna di scuola malata di leucemia è strepitosa per invenzioni (di regia, di sceneggiatura, di lingua) nella prima parte, ma poi si squaglia quando deve fare i conti con la tosta realtà. Voto 6 (8 però alla prima parte)
get-38Due premi al Sundance, e recensione americane estatiche che lo danno come possibile competitor per la prossima awards’ season. Sicché mi aspettavo molto da questo Me and Earl and the Dying Girl (orrendamente rititolato da noi Quel fantastico peggior anno della mia vita, per via che se metti la parola morte o morente la gente si tocca e scappa dai cinema, che già non sono affollatissimi). Invece, parziale delusione. Per carità, la prima parte è irresistibile, travolgente, sceneggiatura e dialoghi così scintillanti e witty che noi in Italia  ce li sogniamo in un comedy-drama giovanilista, e non basteranno tre generazioni temo per arrivarci. Poi, attori-ragazzi che non sbagliano niente, una regia del solito talento giovane di quelli che il cinema Usa tira fuori a mazzi, e invenzioni continue, da lasciare senza fiato. Riprese funamboliche, ritmo forsennato, mischioni di linguaggi, il live action ibridato all’animazione in stop-motion. Cinema-rap, per dire del suo vitalismo, della sua carica inesausta, anche del suo linguaggio volutamente sporco e basso. Da restare tramortiti, se abituati alla consistenza da cartavelina di certa nostra roba. Poi però, coll’avanzare di azione e narrazione, ti viene il sospetto che tanto scialo di talento, tanta smagliante confezione, coprano qualche vuoto, qualche crepa, che non tutto funzioni così bene. Di trama e sottotrame si è già scritto fin dai tempi del Sundance (lo sceneggiatore è anche l’autore del romanzo da cui il film è tratto). Protagonista è un diciottenne biondiccio e assai qualunque dall’aria nerdissima di nome Greg che ci ha la passione non dei videogame, ma dei vecchi film europei d’autore (il padre l’ha svezzato a Aguirre & Fitzcarraldo, e quando Greg imita Herzog che parla inglese con accento tedesco si sviene dal ridere), tanto che con il sodale Earl ha già realizzato più di quaranta film-parodia di quegli adorati classici (e il malato di cinema che c’è in noi gode nel vedere i due simpatici disgraziati nel remakizzare a modo loro Blue Velvet, Arancia meccanica, I quattrocento colpi e via così). Succede che la loro compagna di scuola Rachel – di un’high school che è il solito inferno teenageriale di bulli e pupe, gang rivali che si disputano il territorio, loschissimi traffici, sopraffazioni e agguati in spogliatoi e cessi, professori inetti – si ammala di leucemia. Greg manco la conosce bene, ma la mamma (di lui) al grido di “fai qualcosa di buono nella vita” gli ordina di telefonarle, di andarla a trovare, di starle vicino, di occuparsi di lei. Detto fatto. “Perché sei qui? Io non voglio essere compatita”, “Ma io sono qui solo perché me l’ha imposto mia madre”. Diventano amici, il cineasta mattocco Greg e la giovane leucemica, senza che ci sia in lui il minimo pietismo, e mai che si parli con il viso afflitto e la lacrima pronta della malattia, macché, i due mostrano anzi una certa sprezzatura, i loro dialoghi vertono su cose sceme e buffe come “che nome diamo ai cuscini?”. Ecco, questa parte è grandiosa, inventiva e insieme pudica. Che riesce ad accostarsi al dolore attraverso una seria buffoneria. Il film si sgonfia e precipita e diventa quasi inguardabile quando le cose si fanno pesanti, quando il gioco si fa duro, quando la malattia di Rachel avanza. Allora i due cazzeggioni Greg e Earl sembrano perdere il loro smalto e la bussola e diventano solo scemi, incapaci di misurarsi con il dramma, o semplicemente con la realtà. Ma con loro è tutto il film che si fa reticente e evasivo, e anche un po’ stupido. Resta alla fine un senso di insoddisfazione e anche di fastidio di fronte a un lavoro pieno di talento ma che resta nella sua essenza una colossale pratica di rimozione del male, della malattia, della morte. Un esorcismo, ecco. Che poi sarebbe anche ora di smetterla con queste storie adolescenti con cancro incorporato, ormai un genere anche redditizio al box office (vedi Tutta colpa delle stelle). E il sospetto dell’exploitation viene, come fa a non venire?, e fa abbassare ulteriormente la valutazione di Me and Earl and the Dying Girl. L’attore che fa Greg si chiama Thomas Mann, non so se mi spiego.

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