Recensione: QUO VADO? Checco Zalone rispolvera la commedia all’italiana e centra il suo film più convincente

foto Maurizio Raspante

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Quo vado?, soggetto e sceneggiatura di Luca Medici e Gennaro Nunziante, regia di Gennaro Nunziante. Con Checco Zalone, Eleonora Giovanardi, Sonia Bergamasco, Maurizio Micheli, Ludovica Modugno, Ninni Bruschetta, Paolo Pierobon, Lino Banfi.

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Checco Zalone centra il suo film più riuscito sbeffeggiando certi vizi nazionali, in primis il culto del Posto Fisso e la dipendenza dall’assistenzialismo statale. Dunque film politico, nella sua apparente evasività. Film popolare e però mai populista. Zalone è una macchina infallibile di risate con momenti clamorosi e molto, molto divertenti. E finalmente una narrazione compatta, non più solo una stringa di battute, ed evidenti richiami a certi classici della nostra commedia. A non funzionare è la messinscena così qualunque e approssimativa, senza una visione vera di cinema. Voto tra il 6 e il 7

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Per carità, nessuna virtuosa indignazione da sciurette bon chic-bon genre per le 1300 copie di Quo vado? che dal 1° gennaio occuperanno militarmente una bella parte delle sale italiane. È il marketing, bellezza, e a che pro scandalizzarsi? E poi, perché mai? Mica è un delitto puntare tutto sull’unico cavallo vincente – almeno al botteghino nazionale – espresso dal nostro cinema in questa decade. Anzi se Checco Zalone, odiatissimo come capita da noi a coloro che hanno un successo spropositato, riuscirà a scalzare dal vertice del box-office quel vacuo benché strombazzatissimo prodotto che è Star Wars – Il risveglio della forza, sarà il caso di essere contenti. Per più motivi. Innanzi tutto perché trattasi di prodotto nostro e non d’importazione, e anche in era di consumi globali e transnazionali è il caso di tenersi stretti qualche piccolo trofeo casalingo, in secundis perché questo Zalone è meglio e più interessante dell’episodio 7 della saga stellare di cui sopra. Per carità, non urliamo al capolavoro, non cadiamo in deliquio, non buttiamoci adoranti in ginocchio colpiti da improvvisa folgorazione e conversione come sta capitando a parecchi recensori fino all’altro ieri adusi ad arricciare il naso e alzare il sopracciglio di fronte al signor Luca Medici in arte Checco Zalone, e restiamo se mai laicamente scettici e disincantati tenendoci a uguale distanza dagli opposti estremismi dell’indignazione e della celebrazione. Ecco, laicamente parlandone, questo Quo vado? è cosa buona, la migliore prodotta in cinema dal signor Zalone (o Medici). Che stavolta costruisce una vera, ampia, coerente narrazione, mica solo una stringa di battute e di momenti comici più o meno riusciti e cuciti tra loro come la va la va. Invece, un racconto strutturato che si apparenta in molti modi e attraverso molte connessioni alla commedia all’italiana della stagione d’oro, quella dei Risi, Monicelli, Germi, anche se il livello di fattura e di resa stilistica resta molto, molto al di sotto di quei modelli. C’è però l’ambizione, così latitante nel nostro cinema basso attuale come in quello che si pretende alto, di tracciare un quadro sanamente cattivo e smagato dell’Italia di oggi e dell’italianità, e di fustigarne i peggiori tratti antropologici. Il tutto fatto – e qui sta la peculiarità di Zanone, e il suo coraggio che lo differenzia e anche lo eleva rispetto a tanta altra comicità – senza la minima concessione populistica, senza la minima tentazione anticasta, usando la sferza verso la classe politica (più di ieri che di oggi per la verità), ma soprattutto verso l’italiano qualunque e medio, colluso con la peggio corruzione e i peggio vizi. Altro che beatificazione della base e del cittadino, altro che facile esaltazione del buon italiano contrapposto al degrado dei politici. In Quo vado? a farci la peggio figura e a ricevere gli schiaffi del Checco regional-popolare è la gente, anzi la gggente, il che è l’esatto opposto del populismo dilagante. Giù il cappello, e massimo rispetto per il comico che osa non allisciarci il pelo. Zalone sarà di destra? sarà di sinistra? sarà renziano? sarà anti renziano? sarà un nostalgico della prima repubblica o della seconda berlusconiana? Se ne leggono di ogni, con il Checco collocato in tutti i campi politici e partitici, ora di qua ora di là, e spesso in campi contrapposti, mentre lui fa solo il suo mestiere. E però, non nascondiamocelo, questo è un film assolutamente politico, altroché, anche se non arruolabile sotto una qualche bandiera (o banderuola). Film che in forma di risata e pure di cazzata prende di petto la questione di tutte le questioni di questa Italia, qui e ora, ovverossia il suo essere al bivio tra conservazione e cambiamento, tra la voglia di restare pigramente al riparo dai flutti dell’economia globalizzata e la necessità di affrontare il nuovo (e l’ignoto). Sviluppando il suo racconto attorno all’asse narrativo del sogno-bisogno italico del Posto Fisso, inteso come totem inamovibile della nostra antropologia e tabù socio-mentale assai difficile da sradicare, Zalone ci manda a dire neanche tanto velatamente come sia il caso di sbrigarci a buttare via le nostre autoindulgenze, l’adorazione del welfarismo e dello statalismo nella sua forma assistenzialista, le incrostazioni di privilegi che ci inchiodano alla lentezza, e invece accettare le sfide poste dal nostro essere nel nuovo mondo della competizione totale. Vi pare poco? Discorso altamente impopolare però astutamente confezionato in Quo vado? attraverso il massimo dei modi comunicativi pop-nazionali. Dunque, ecco il protagonista di nome Checco che già da bambino, al maestro che chiede in classe ‘cosa mai vorreste fare da grandi?’, tra i tanti che rispondono astronauta, veterinario ecc. lui va deciso con ‘Posto Fisso’. E da grande lo otterrà, quale grigio impiegato della sezione caccia e pesca della provincia, di una provincia di sicuro meridionale e mi pare pugliese. Con irresistibili quadri e quadretti di quella dolce vita diffusa da prima repubblica (cantata e demolita in una delle canzonacce-parodia di cui Zalone è specialista, rifacimento assai libero della celentanesca Un albero di trenta piani, e grazie a ML che me l’ha ricordata che io quella canzone proprio l’avevo cancellata), il rito del caffé con i colleghi, l’arrivo a mezzogiorno in ufficio che tanto qualcuno il cartellino te l’ha già timbrato, gli omaggi in natura di coloro cui hai rilasciato la licenza. Ma i tempi adesso son quelli che sono, bisogna ristrutturare, snellire la PA (pubblica amministrazione), contenere gli sprechi, ridurre in limiti fisiologici i fanigottoni. Con una funzionaria che su delega del ministro ha la missione di tagliare più teste che può, e quella di Checco finisce tra i bersagli designati. E però, al Posto Fisso non si rinuncia, mai, per nessuna ragione, bisogna lottare fino allo stremo per conservarlo, gli ricorda il suo ex politico di riferimento della prima repubblica (un fantastico Lino Banfi). Sicché Checco resiste e resiste, rifiuta ogni proposta di buonuscita da parte della tagliatrice (una Sonia Bergamasco perfetta quale segaligna jena della spending review), solo che così facendo e rifiutando deve subirne di ogni, e accettare qualunque posto e postaccio al quale lo destinano. Sarà costretto a trasferirsi oltre il circolo polare artico, su su oltre le Svalbard, in una missione ecologica a partecipazione italiana di monitoraggio e salvaguardia di nevi e ghiacci e nicchie varie, orsi compresi. Si dispera, il Checco, sta per mollare quando resta folgorato da Valeria, l’ecologa in capo alla missione, e se ne innamora. Ecco, il film è l’odissea del protagonista su e giù per l’Italia e i vari continenti, tra posti di lavoro assurdi purché pubblici e garantiti a vita. Si ride molto, moltissimo, la capacità di osservazione di Zalone e il suo sguardo perfido sui nostri vizi sono infallibili, la sua vena inesaurablie (solo intaccata, soprattutto in finale e sottofinale, da un eccesso di patetismo e sentimentalismo terzomondista che mai avremmo detto). Scene iresistibili una via l’altra, dal cofanetto di velluto cremisi in cui mamma ha risposto gli esemplari di pasta corta acciocché il figliolo possa scegliere quello che più gli aggrada per cena, al racconto della vita di Valeria, dei suoi uomini e dei suoi figli multikulti. Si rasenta la genialità, e ci si chiede chi altri, oggi, sappia fare altrettanto nel nostro cinema (risposta: nessuno). Forse l’apice sta nell’episodio della Casa della legalità messa su da Checco e Valeria in una plaga meridionale afflitta da una qualche criminalità organizzata per il recupero di bestie detenute dai boss, ed ecco leoni, tigri, pappagalli e quant’altro, e quel reticolo di omertà e paura, e quel sindaco più che indagabile che fa venire i brividi solo a guardarlo. Un quadro agghiacciante. Son pezzi del nostro paese che Zalone riproduce e ripercorre con un approccio derisorio e grottesco, e insieme desolato, rabbrividito, però senza rassegnazione, mai. Quo vado? è il lungo periplo percorso da Checco perché nella sua mente si disgreghi il totem del Posto Fisso ed è insieme, trasparentissimamente, il viaggio che il nostro paese deve risolversi a sostenere se vuole farcela. Se vuole, letteralmente, sopravvivere e uscire dalla stagnazione, dalla decrescita, dal non-sviluppo. C’è un altro asse narrativo che ski aggiunge a quel periplo, a quell’odissea, ed è il tema così presente nella nostra commedia cinematografica, ieri e oggi, della divisione-lacerazione tra Nord e Sud, delle reciproche repulsioni e fascinazioni tra Nord e Sud Italia, e tra Nord Europa e Europa latino-mediterranea. L’avventura di Checco a Bergen, Norvegia, con Valeria e i suoi figli, ripropone e condensa tutto il repertorio cinematografico dell’italiano emigrato tra i vichinghi (e le vichinghe), scisso tra la nostalgia della selvaggeria d’origine e il bisogno di adeguarsi, anche a costo di nascondersi e mimetizzarsi, all’algido rigore del paese ospitante. Dove, a fare da detonatore e rivelatore chimico delle differenze è soprattutto il sesso, sono i costumi e la morale sessuale (nei film anni Sessanta era il libero amore scandinavo a segnalare lo scarto con il nostro mondo, adesso in Quo vado? sono i matrimoni gay). Con il topos dell’italianuzzo che di fronte ai disinibiti comportamenti femminili si finge tollerante e comprensivo mentre nel fondo è divorato dalla gelosia. In certi momenti questo di Zalone sembra parecchio ispirato al migliore e più esemplare di tutti i film di italiani sprofondati nel profondo Nord Europa, Il diavolo di Gianluigi Polidoro, con un Alberto Sordi ai suoi massimi storici, un film che Rodolfo Sonego (cfr. il bellissimo Il cervello di Alberto Sordi – Rodolfo Sonego e il suo cinema di Tatti Sanguineti, Adelphi) asseriva essere la cosa migliore da lui mai scritta. Siam sempre lì, oscillanti tra sensi di inferiorità e sensi di superiorità rispetto ai paesi scandinavi (e limitrofi), in una sindrome, una costellazione psicologica che proietta oggi i suoi riverberi anche sulle diffidenze e le incomprensioni e divergenze in seno all’Unione tra l’Europa che sta giù e quella che sta su. Son molti i rimandi alla golden age della nostra cinecommedia, gli anni Sessanta, non solo a Il diavolo. Con Checco Zalone che si propone quale maschera dell’italiano medio e qualunque, dunque come possibile Sordi 2.0 (o 3.0, o 4.0, fate un po’ voi), e in questo feroce apologo sulla nostra dipendenza dall’assistenzialismo, sulla statalizzazione della nostra vita, sul parassitismo congenito e diffuso, son molte le affinità con Il medico della mutua di Luigi Zampa (che ci sia parecchio di Zampa in questo film lo ha acutamente notato Marco Giusti). E però, anche, quante differenze rispetto a quel cinema, a quel tempo. Monicelli, Risi, Zampa, Germi, ma anche Salce e Polidoro, sapevano raccontare e mettere in scena con stile e una lingua cinematografica perfettamente maneggiata. In Quo vado? invece c’è la solita approssimazione e qualunquità, il solito anonimato di tanti prodotti bassi, a contrasto con una narrazione che non lo è per niente. Non c’è un’idea di regia, una visione, uno stile, un’impronta personale. Grammatica e sintassi cinematografiche sono elementari, senza mai un azzardo, la macchina da presa è messa ancora una volta al servizio della parola e della costruzione della risata e mai produttrice di senso in proprio. Le scene con quegli africani dell’inizio (e del sottofinale) genere bingo-bongo non si possono guardare, diciamocelo, anche a voler essere molto indulgenti. Mentre, tanto per fare un nome, Antonio Albanese ha cercato in Tutto tutto, niente niente una sua via al grottesco e alla mostrificazione della realtà, Zalone non sembra neanche avvertirne la necessità. Come capita spesso ai comici passati al cinema (vale anche per Benigni e perfino per certo Moretti), a lui importa essere al centro e soggiogare e rendere periferico rispetto a se stesso ogni altro elemento della narrazione e della mise en scène. Finalmente approdato a un racconto non più a frammenti ma unitario e compatto, Zalone non raggiunge lo stesso risultato nella resa stilistica. In fondo, il suo cinema è solo la prosecuzione con altri mezzi della comicità televisiva, come negli anni Cinquanta certo nostro cinema popolare lo era dell’avanspettacolo. Sta qui il suo limite, quanto valicabile o invalicabile lo vedremo. Che è poi il motivo per cui io posso anche ridere, e molto, nel vedermi Quo vadis?, ma caderne ammirato proprio no. La devozione e il culto-Zalone li lascio volentieri ad altri, vecchi o nuovi adepti che siano.

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5 risposte a Recensione: QUO VADO? Checco Zalone rispolvera la commedia all’italiana e centra il suo film più convincente

  1. Andrea Signorello scrive:

    “Quo vado?”. L’ho visto anch’io.
    Che Checco Zalone sia un genio della satira ormai non ci sono più dubbi.
    Il film, nonostante non sia un capolavoro del cinema, si lascia vedere piacevolmente e ti fa uscire dalla sala contento.
    Ma c’è un rischio a mio avviso
    Il fatto che non tutti percepiscano quello di Checco Zalone come un tentativo autoironico di civilizzare l’italiano medio e che credono invece davvero che la sua sia una celebrazione del vero italiano.
    Ho sentito commenti all’uscita della sala sui quali Checco stesso potrebbe prendere spunto per i prossimi film : “Noi italiani siamo fatti cosi, opportunisti e disonesti, ma alla fine siamo gente di cuore ed è per questo che il mondo ci ama”.
    La sala era inoltre piena di bambini che, vedendo la storia di un personaggio mediocre, volgare, ipocrita, ignorante, maschilista e oppurtunista come Checco, si sentono quasi autorizzati a comportarsi come lui….perchè se lo fa Checco al cinema e fa ridere, allora posso farlo anch’io.
    Rimane il fatto che il film comunque è bello e divertente.
    Potrebbe avere effetti collaterali, tenere fuori (perlomeno) dalla portata dei bambini

    • luigilocatelli scrive:

      se gli effetti collaterali sono questi, davvero meglio vietarlo ai bambini. E però io spero anche nei buoni effetti di Quo Vado? Zalone ha un coraggio leoinino nel mettere alla berlina l’italiano innamorato pazzo del Posto Fisso, il suo film resta la più radicale critica mai fatta dal nostro cinema (almeno da vent’anni in qua) all’immobilismo-parassitismo nazionale. Massimo rispetto per lui

  2. Condivido la recensione e anche che non sia un film per i bambini, tanto più che la Prima Repubblica non sanno nemmeno cos’è.

  3. Brigida Alvino scrive:

    visto con i miei bambini, sono tornata a casa con un senso di sconfitta personale. Il film non e’ assolutamente adatto alla visione dei piu’ piccoli. pieno di parolacce, doppi sensi e temi delicati. Chi e’ quel folle che ha fatto passare il film come alla portata di nonni e bambini?

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