Recensione: LITTLE SISTER di Kore-eda Hirokazu. Aggiungi un posto a tavola, c’è una nuova sorella

show_photo-8Little Sister (Umimachi Diary) di Kore-eda Hirokazu. Con Haruka Ayase, Masami Nagasawa, Kaho, Suzu Hirose, Ryôhei Suzuki.show_photo-2Dal regista di Father and Son, un’altra cronaca quotidiana e minima dal Giappone di oggi. Storia di tre sorelle che accolgono in casa una quarta, avuta dal padre con un’altra donna. Pudore, delicatezza e un qualcosa dei family drama di Ozu. E però troppo lungo, troppo privo di asperità, troppo addolcito. Una parziale riuscita (e una parziale delusione). Voto 6+
show_photo-6Allo scorso Cannes questo film del piccolo maestro giapponese Kore-eda Hirokazu era tra i più attesi e, sulla carta, uno dei favoriti alla Palma d’oro (tant’è che alle prime due proiezioni stampa nella troppo angusta Salle Bazin non ce l’avevo fatta a entrare dalla folla che premeva e me l’ero recuperato solo il giorno dopo nella più grande Salle Lumière). E invece, una certa qual malcelata delusione in chi si aspettava che Kore-eda replicasse l’esito del suo Like Father, Like Son (chissà perché distribuito da noi con l’anodino e neanche pertinente titolo Father and Son) che giusto un paio di anni prima si era preso proprio a Cannes un premio. Intendiamoci, non che Little Sister – ora nei cinema italiani – sia brutto o insignificante, solo che è un po’ troppo esangue e non ce la fa a a replicare le infinite sfumature, e anche le appassionanti svolte narrative, del precedente film del suo regista. E poi, Dio mio, troppo lungo (due ore e passa: per l’esattezza 128 minuti, e almeno 30 sono di troppo), con oltretutto un inizio tediosissimo. Poi piano piano questa cronaca familiare di tre giovani sorelle che accolgono in casa una sorella più giovane avuta dal padre appena defunto con un’altra donna, prende quota, e si finisce con il voler bene a questo clan tutto femminile che si reinventa e si riconfigura passando sopra a dolori e ferite. Di Kore-eda piacciono la pulizia nell’uso della mdp, la trasparenza, il nitore, il pudore e il rispetto con cui entra nella vita dei suoi personaggi. Succede niente e succede di tutto: come in certo cinema di Richard Linklater (After the Midnight, Boyhood), succede la vita. Solo che il voluto dimesso cronachismo quotidiano francamente stinge un po’ troppo spesso, e più del sopportabile e del consentito, nell’inessenziale e nel non-interessante. Manca, in tanta pulizia di tratto, almeno qualche graffio, qualche lacerazione evidente. Ogni scossa è bandita. L’accettazione di una sorella non conosciuta, che si presume sia cosa non facile, è qui un processo deprivato di ogni apparente asperità, smussato fino a rischiare l’eccesso di zuccheri. Kore-eda pecca per quello che molto tempo fa si sarebbe detto buonismo (oggi chissà). Evidente nel suo cinema, come in quello del conterraneo e quasi coetaneo Kiyoshi Kurosawa, il riferimento ai family drama dell’immenso Ozu, anche se è meglio non inoltrarsi in paragoni che risulterebbero stritolanti. Tratto da una graphic-novel di gran successo giapponese. A Cannes Little Sister era molto piaciuto al pubblico, stiamo a vedere se anche da noi ce la farà a ritagliarsi la sua nicchia.

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