Recensione: PERFECT DAY. Malriuscita tragicommedia bellico-balcanica

11894595_901035719970209_2426002091916181986_oPerfect Day, un film di Fernando León de Aranoa. Con Benicio Del Toro, Tim Robbins, Olga Kurylenko, Mélanie Thierry, Fedja Stukan, Sergi López, Ben Temple, Morten Suurballe.
apd_012-8675_jpg_1003x0_crop_q85Mescolare il tragico della guerra alla commedia cinica e grottesca, come in Mash di Altman, come in Comma 22 di Mike Nichols. Ma l’acrobatica operazione non riesce allo spagnolo Fernando León de Aranoa, che ci racconta 24 ore di una cellula di operatori umanitari nei Balcani del 1995, mentre la guerra sta finendo ma non è ancora finita. Si cerca una corda per tirar fuori un corpo da un pozzo: sarà un’odissea nell’assurdo. Film che lo scorso maggio aveva aperto a Cannes tra molte perplessità la Quinzaine des Réalisateurs. Voto 4 e mezzo
30782_43_A_Perfect_Day01_c_X_Verleih_AG-1024x687Non un granché. Decisamente sovrastimato dai critici di casa nostra che, chissà perché, l’hanno adottato quasi in massa, in controtendenza rispetto agli stranieri che invece  a Cannes, dove questo film di ambientazione balcanica dello spagnolo Fernando León de Aranoa (I lunedì al sole e il tremendo Reinas) aveva aperto con una certa pompa e tra parecchie attese la Quinzaine, l’avevano abbastanza maltrattato. Caso da studiare, ancorché non così raro, di strabismo tra recensori al di qua e recensori di là del confine, soprattutto anglofoni. È che dalle nostre parti si è sempre indulgenti e motivati da pregiudizio favorevole verso ogni narrazione, cinematografica e no, che tratti temi alti o presunti tali, e con retrogusto politico-impegnato, quali la Guerra, la Pace, i Disastri Umanitari, le Grandi Cause (e l’elenco continuatelo voi). Tutta roba in abbondanza presente e assemblata in Perfect Day, che in origine per la verità faceva A Perfect Day, e l’elisione dell’articolo indeterminativo non la si capisce, tanto valeva italianizzare il tutto e via (ma non vorremo mica lamentarci ancora dell’assurdità delle titolazioni italiche, anche di film engagé come questo che si rivolge a una fascia di pubblico che una qualche familiarità con l’inglese si suppone ce l’abbia: no, grazie, in merito abbiamo già dato, ed è una battaglia persa). Siamo difatti “somewhere in the Balkans” come detto in apertura, in una parte che somiglia però parecchio alla Bosnia più desolata dei villaggi interni, nell’anno di disgrazia 1995, mentre si stanno siglando gli accordi di Dayton destinati a stoppare il conflitto tra le molte parti in causa. L’americano Mambru, uno dall’aria di avventuriero umanitario tipo il Gary Cooper di Per chi suona la campana (è un non perfettamente calibrato Benicio Del Toto), operatore di una ONG di nome Aid Across Borders, scopre in un pozzo di campagna il cadavere in disfacimento di un uomo. Ci sono al massimo 24 ore per toglierlo, altrimenti la falda acquifera verrà inquinata con nefaste conseguenze. Sembra un problema minimo, diventerà paradossalmente gigantesco e assurdamente irrisolvibile. Quando con la sua guida locale Damir tenta di tirar fuori il corpo (trattasi di un omone), si spezza la corda e l’operazione fallisce. Basta trovarne un’altra, giusto? Sarà invece un’odissea in quei posti disgraziati segnati dalla guerra, dagli odi etnici, dai massacri recenti perpetrati da tutti sui tutti. Intanto a Mambru e al suo assistente si aggrega la francese Sophie, una che ancora ci crede nella propria missione umanitaria e salvifica, mica come il disincantato Mambru che ne ha viste di ogni o come il survoltato B, altro incontro strada facendo, uno sul quale la guerra sembra aver agito come una sostanza alterante, come un detonatore psichico. Nessuno aiuterà lo strano gruppo in cerca dell’indispensabile fune. A partire dai torvi abitanti dei villaggi lì intorno, che sembrano avere molti motivi per non collaborare e anzi sabotare il pozzo. Per non parlare delle milizie ancora attive e pronte a ammazzare, e non bastassero loro a sabotare ecco gli inciampi assurdi fino alla surrealtà posti dalla cavillosa burocrazia dei caschi blu messi lì a proteggere e garantire e invece persi nell’autoreferenzialità, chiusi in una bolla autistica sconnessa dal reale. Siamo, come si sarà capito, dalle parti del grottesco bellico che ha tra i suoi classici in cinema il MASH di Robert Altman e Comma 22 di Mike Nichols. Genere alquanto difficile da praticare, irto di insidie, un terreno minato come quello che il branco dei nostri protagonisti dovrà a un certo punto oltrepassare nella scena di massima tensione del film. Solo che a Fernando León de Aranoa, che non è Altman, l’impresa non riesce, tutto qui. Il film non ce la fa a tenere insieme momenti tragici (la spaventosa storia di famiglia del bambino che Mambru ha quasi adottato) e toni da commedia per quanto acida e amara. C’è un suono falso che sembra percorrere tutte le scene e guastarle irrimediabilmente, e la denuncia dell’insensantezza della guerra non si riscatta mai dall’ovvietà e dal più piatto buonsensismo. Non bastasse, dobbiamo pure assistere a una piccola guerra dei sessi, neanche fossimo in un Cukor con la coppia Spencer Tracy-Katharine Hepburn, incarnata nelle baruffe tra Mambru e la sua ex Katya (la sempre spigolosa Olga Kurylenko cui comunque la cura Malick ha fatto bene), mandata lì dall’ONG per verificare se sia il caso o meno di chiudere quella missione dai risultati non proprio brillantissimi. A zavorrare Perfect Day c’è anche la non così credibile location. Per quanti sforzi faccia il regista, si nota subito che qualcosa non quadra in quei contadini, in quei villaggi, e anche in quell’inglese anodino, incolore e transnazionale con il quale comunicano personaggi maggiori e minori. E difatti il film non è stato girato “in una qualche parte dei Balcani” ma in Spagna, tra Granada, Malaga e Cuenca. Uno di quei prodotti che si vogliono e un po’ si fingono internazionali e non lo sono, ed è un’altra ragione per cui questo Giorno perfetto così perfetto non è.

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