Recensione: ITALIAN GANGSTERS. Un pasticciaccio con l’ambizione di raccontare 30 anni di (veri) romanzi criminali

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'La banda Casaroli' di Florestano vancini

‘La banda Casaroli’ di Florestano vancini

Italian Gangsters, un film di Renato De Maria. Con Francesco Sferrazza Papa, Sergio Romano, Aldo Ottobrino, Paolo Mazzarelli, Andrea Di Casa, Luca Micheletti. Presentato alla Mostra del cinema di Venezia 2015 nella sezione Orizzonti, poi uscito in qualche sala (a Milano allo Spazio Oberdan).
20408-Italian_Gangsters_2__-_F._Sferrazza_PapaEffetto Romanzo criminale. Presentato a Venezia e poi circolato in qualche sala, un ambizioso film che ricostruisce tra documentario e fictionalizzazione alcune storie esemplari dell’Italia che delinqueva tra dopoguerra e primi Settanta. E dunque: Lutring, Casaroli, Barbieri, Fantazzini, Cavallero, De Maria. Ma il lodevole intento di andare oltre il classico, convenzionale documentario finisce col produrre solo il caos, e una narrazione magmatica e confusa. Voto 3

'Milano calibro 9' di Fernando Di Leo

‘Milano calibro 9’ di Fernando Di Leo

Sotto quale voce lo si potrà mai classificare questo sfuggente, inafferrabile, anche molto confuso Italian Gangsters? Sotto quella del documentario? O della fictionalizzazione ramo Romanzo criminale e derivati? O della ibridazione tra i due? Ecco, questo è un bel caso, di quelli da studiare e dibattere in una qualche accademia di cinema o in qualche tardo-cineforum, dell’attuale voglia compulsiva e non sempre così giustificata a miscelare, meticciare i generi, i linguaggi e i formati narrativi o antinarrativi del cinema. Solo che non bastano le migliori intenzioni a sperimentare e abbattere differenze, barriere, confini, a fare di un film un film riuscito. Anzi, Italian Gangsters è la dimostrazione abbagliante di come certi esperimenti in corpore vili (nel corpo del cinema e in quello di noi spettatori) possano fallire. Ecco, sulla carta, stando a quanto esposto in sede di presskit informativo, sembrava proprio un’operazione promettente, con l’idea brillantissima di raccontare trent’anni di cronaca e storia criminale italiana – dall’immediato dopoguerra ai primi anni Settanta – attraverso la ricostreuzione-rievocazione di gesta dei nostri piccoli o grandi uomini di malavita. Tutti cani sciolti non appartenenti al grande crimine organizzato che rispondevano, rispondono, ai nomi – e ci vuole un’età per ricordarsi un qualcosa di loro e dei loro fatti e misfatti – di: Piero Cavallero con la sua banda (comprensiva di quel Sante Notarnicola che poi in carcere avrebbe simpatizzato per la rivoluzione proletaria armata), Ezio Barbieri, Paolo Casaroli detto il Dillinger bolognese (esagerati), Luciano De Maria, Horst Fantazzini, Luciano Lutring. Peccato che non funzioni niente, in questo pasticciaccio firmato Renato De Maria, omonimo ma non parente del Luciano gangster di cui appena sopra. Pasticciaccio, perché il pur lodevole progetto di non ottemperare alle regole del classico documentario con le sue ordinate didascalie in  bela vista, le sue voci fuori campo a spiegare e classificare e guidare lo spettatore, il suo montaggio pulito a scandire, separare e unire, produce un film-ameba informe, liquido, fangoso, magmatico e pure gassoso, dove tutto si annebbia e si impiastra senza che non riusciamo più a distinguere la sia pur minima traccia narrativa, il sia pur minimo disegno concettuale. De Maria (il regista, non il gangster) chiama un pugno di attori a interpretare i malavitosi celebri di cui sopra facendo loro raccontare – tutti rigorosamente inquadrati a mezzobusto a guardare in macchina  – in prima persona frammenti della propria storia, framenti ora tratti da interviste, ora da confessioni, ora da memoir scritti in proprio. Che è la parte di ricostruzione-fiction del film, con evidenti richiami stilistici e di messinscena a quello che è ormai il canone del romanzo criminale cinematografico o serialmente televisivo da Placido a Sollima, e dunque luci drammatiche, facce patibolari, aria da ganassa (lombardismo ormai in disuso), parlate e calate fortemente local-etno-vernacolari con predominanza, visti i personaggi raccontati, del milanese, di quel milanese però assai finto, mai esistito in natura ma solo nell’immaginazione dei cinematografari, che già aveva impiombato per dire il film di Michele Placido su Vallanzasca vanificandone ogni credibilità. A queste facce e voci si mescolano, senza neanche rispettare troppo la cronologia dei fatti narrati e talvolta un po’ così a caso, materiali documentari d’archivio, cinegiornali ma anche home movies a illustrare gli ambienti e i costumi dell’epoca anzi delle epoche, e, non bastasse, pure spezzoni di film, da La banda Casaroli di Florestano Vancini a Milano calibro 9 di Fermando Di Leo ai poliziotteschi anni Settanta con Luc Merenda, Claudio Cassinelli e altre star del genere. Ora, per venire a capo di tanti elementi disparati ci voleva alla base un’ideea forte, e non solo brillante, che potesse mettere ordine e indicare allo spettatore delle tappe, una trama, una griglia narrativa intellegibile. Invece macché, se idea c’era si fa fatica a intravederla nel frustrante grande caos che è Italian Gangsters. Capisco l’intenzione di non cadere nelle convenzioni del documentario classico o delle inchieste televisive della Rai in bianco e nero dove si eccedeva in intenti didascalici e glosse e spieghe non necessarie, capisco la voglia di allinearsi alle più spericolate sperimentazioni di film ibridati e contaminati, capisco che dopo il contributo di Frederick Wiseman nulla è più come prima nel campo della cinedocumentazione, ma qui, semplicemente, tutto è senza forma e non si capisce più niente. Si va su e giù, avanti e indietro per i trent’anni raccontati quasi a suggerire subliminalmente che tutti i casi presentati siano in qualche modo connessi e parte dello stesso insieme, come se i Barbieri, i Casaroli, i Lutring fossero stati tutti il prodotto della stessa Italia. Ma scusate, che c’entra Barbieri che agisce e rapina nella Milano del 1946 con ancora i detriti freschi dei bombardamenti con Lutring, già frutto dell’Italia del boom e così sintomatico delle sue voglie di lussi, donne e champagne? E cosa c’entra il nicciano di destra Casaroli con l’anarchico Fantazzini (che si rifaceva alle gesta della banda Bonnot), o con il comunista, per quanto di dissenso e di fronda all’interno del partito, Pietro Cavallero? Qui sarebe stato il caso di distinguere, precisare, tracciare confini e differenze, e comunicarcele, meentre la scelta di De Maria (il regista) è quella opposta di mescolare e unire. Con, anche, approssimazioni francamente irritanti. Come si fa a illustrare i racconti di scioperi alla Fiat fatti da Cavallero con le sequenze di occupazioni di fabbrica da La classe operaia va in paradiso di Petri? Che in mezzo ci stanno almeno dieci anni e anche di più, e son realtà diverse, non sovrapponibili e del tutto incompatibili, come sa chi ha minimamente vissuto quei tempi. E ancora, che mai ci azzeccano i poliziotteschi con Luc Merenda con le gesta di Barbieri e Casaroli quando tra quelli e questi ci sono tra i venti e i venticinque anni di distanza? Milano calibro 9 di Di Leo, peraltro film mirabile, racconta di un altro pianeta criminale rispetto alla rivolta di San Vittore del ’47 capitanata da Barbieri, e la sua non è più nemmeno la Milano early Sixties di Lutring. Che poi tra anni Cinquanta e Settanta si capovolse il mondo, e, come dice il mio amico Marco, in un anno tutto cambiava a velocità vertiginosa e oggi incomprensibile, cambiavano vestiti, modi, mode, gusti, sensibilità, musica e quelli che ora si dicono lifestyle, e quando si racconta di quel periodo è doveroso tenerne conto, e essere massimamente rigorosi, e proprio non si puà commentare fatti del 1962, per dire, con spezzoni di film del 1975 (del resto, è un vizio di molto cinema non solo italiano, penso al recente per molti versi sofisticato Operazione U.N.C.L.E. di Guy Ritchie tutto ambientato nei primi Sessanta dove si commettono grossolani errori come vestire Alicia Vikander di abiti stile Courrèges e Paco Rabanne che sarebbero apparsi solo nella seconda metà del decennio). Mi chiedo cosa mai possa capire di quei lontani romanzi criminali uno speettaore sui venti-trent’anni di Italian Gangsters e temo che la risposta sia: zero. Non ho nostalgie, nemmmeno cinematografiche e televisive, e però vedendo questo film ho pensato a come avrebbe riscostruito le vite e le imprese dei vari Barbieri, Lutring, De Maria, Casaroli, Cavallero una vecchia inchiesta Rai di Sergio Zavoli, e, ebbene sì, qualche rimpianto l’ho provato.

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