Recensione: MOUNTAIN. La doppia vita di una donna di nome Tzivi: un gran bel film israeliano

20290-Mountain_5Mountain (Ha’ar), unfilm di Yaelle Kayam. Con Shani Klein, Avshalom Pollak, Haitham Ibrahim Omari.
20278-Mountain_2Tzivi appartiene a una comunità di ebrei ortodossi e con il marito Ruven e i figli vive a Gerusalemme sul Monte degli Ulivi, in una casa spartana al bordo di un cimitero. Tutto preso dall’insegnamento in una yeshivà, Ruven la trascura. E Tzivi comincia a evadere costruendosi una seconda vita notturna. Fino a una conclusione sospesa, aperta, che è tra le più disturbanti e forti degli ultimi anni. Presentato a Venezia a Orizzonti lo scorso settembre, adesso in qualche cinema (a Milano lo ha programmato da poco lo Spazio Oberdan). Voto 7+
20338-Mountain_4-1Lo scorso settembre da Venezia non ero riuscito a scriverne, eccomi adesso a farlo in ritardo, e dopo che questo film israeliano – bello e adeguatamente disturbante – è stato proiettato per un paio di settimana qui a Milano allo Spazio Oberdan. In effetti a Orizzonti, la sezione veneziana dov’era in concorso (la sezione seconda in ordine di importanza dopo la competizione dei leoni), era subito sembrato uno dei titoli migliori, e uno dei favoriti ai premi finali. Invece niente, la giuria di Orizzonti presieduta da Jonathan Demme non gli ha assegnato neanche un riconoscimento minore (qui il palmarès), ed è un peccato, se non proprio un’ingiustizia. Del resto è stato dimenticato anche il notevole danese A War, proprio l’altro giorno incluso, e giustamente, tra i cinque finalisti all’Oscar per il migliore film in lingua straniera. Mountain si configura, in fondo, come l’ennesima variazione sull’archetipo Madame Bovary. Difatti, storia di una donna malamata e trascurata dal marito, annoiata e forse stremata dalle incombenze domestiche e dalla cura dei figlioli, che si sente prigioniera e dunque in cerca di una fuga, di un’evasione, di un riscatto, fors’anche di una vendetta. Solo che stavolta non siamo nella provincia francese tardo-Ottocento ma nella tribolata Gerusalemme di oggi, lato israeliano, per la precisione su quel monte degli Ulivi denso di reminiscenze bibliche, luogo santo dell’ebraismo (e, per motivi diversi, del cristianesimo). Perché è da lì che arriverà il Messia e comincerà la resurrezione dei morti. Ed è lì, ai bordi del cimitero ebraico (con una vista sulla città da togliere il fiato), che abita Tzivi, una donna sui trent’anni e qualcosa, con il marito Ruven e i figli bambini. La loro casa è una spartana, modesta costruzione accanto alle tombe, location poco amena però adatta a una vita di devozione qual è quella di Ruven, studioso del Talmud e insegnante in una yeshivà, mandato a vivere tra i morti dalla comunità di religiosi ortodossi di cui fa parte, affinché presidiasse quel luogo santo. La vita di Tzivi è regolata giorno dopo giorno dai precetti del più rigoroso ebraismo, la sua missione è quella di crescere i figli, stare accanto al marito e dedicarsi a lui, occuparsi della casa. Solo che Ruven sembra ormai disinteressato a lei e aver spento ogni desiderio, totalmente occupato com’è dalle lezioni e dallo studio delle scritture. Per Tzivi, isolata in quel lugubre avamposto sull’al di là, non restano che i doveri, essendo stato ogni possibile piacere piallato via, e la sua unica, modesta evasione è conversare con il custode arabo del cimitero. Ma il marito ne verrà a conoscenza e lei sarà costretta a troncare anche quel brandello di amicizia (e, forse, di desiderio). Nel niente che è la sua vita irrompe un giorno, anzi una notte l’imprevisto. Tzivi scopre che tra le tombe si incontrano spacciatori (israeliani) e prostitute (israeliane) che hanno scelto quel posto protetto e al di sopra di ogni sospetto per i loro commerci. Il vizio in un luogo consacrato, una profanazione. Ne è attratta, tant’è che si ritrova a spiare il fare sesso delle ragazze con i clienti, trasformandosi senza accorgersene in una voyeuse. E notte dopo notte diventerà una spettatrice assidua (è la seconda donna che si dedica al voyeurismo in questa stagione cinematografica dopo l’Angelina Jolie di By the Sea e, attenzione, entrambi i film son di registe donne), instaurando con quel clan di peccatori uno strano legame, accudendoli e portando loro ogni notte del cibo. Ecco, comincia da qui la mutazione di Tzivi, che porterà a un’imprevedibile rivolta. Sì, ma quale? E contro chi? Qual è la vita che Tzivi vuole cancelare, quella di sposa e madre o l’altra sua faccia notturna? La regista Yaelle Kayam firma uno dei migliori finali degli ultimi anni, un finale aperto e sospeso che costringe noi spettatori a interrogarci, fornendoci una doppia pista da seguire senza però svelarci quale sia quella giusta. Non sto certo a dire di più, stavolta sì che sarebbero spoiler, visto che questo film è il suo finale. E però come riesce a turbarci Mountain, e come ci scuote, cosa sempre più rara al cinema (e non solo lì). Un film girato secondo l’austerità, l’asciuttezza, la pulizia formale dei maestri del rigore come Dreyer e Bresson, in assenza di strepiti e urla, nel silenzio, nella moderazione dei toni e delle maniere, anche se sotto la superficie sappiamo agitarsi i fantasmi del sesso e del sangue. Una ribellione, quella di Tzivi, che fa venire in mente quella delle due sorelle Papin che ispirarono a Jean Genete Le serve (e non dico altro). Quel che impedisce a Mountain di assurgere a opera davvero capitale ma solo allo status di buonissimo film, è una certa sua fredda programmaticità. Francamente, la contrapposizione tra la religione come luogo dell’eros impedito e represso e la liberazione selvaggia degli istinti qui rappresentata dalla popolazione notturna del cimitero è cosa assai convenzionale, una narrazione che ha dato vita negli ultimi decenni a infiniti racconti di cinema e non solo di cinema, fino a essere logorata dal troppo uso e a cristallizzarsi in cliché. Si ha pure l’impressione che Mountain sia stato costruito a partire dal finale e in funzione di quello, una macchina narrativa programmata fin dall’inizio per lo sbocco ultimo. Tant’è che certi dettagli suonano incongrui: perché mai Tzivi porta il suo pentolone di cibo alla gente del cimitero? Perché non si limita a osservarla? L’unica risposta è: perché senza quei dettagli il finale non sarebbe possibile. Già, ma questo finisce con il conferire a tutto il film un che di artificioso e forzato.

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