Recensione: LA CORRISPONDENZA di Giuseppe Tornatore. Asfissiante romance tra buchi neri e galassie mentali

_MG_2486La corrispondenza, un film scritto e diretto da Giuseppe Tornatore. Con Jeremy Irons, Olga Kurylenko, Simon Johns, James Warren, Shauna Macdonald, Oscar Sanders, Paolo Calabresi.
_MG_7775Tremenda storia d’amore (i dialoghi sono inascoltabili, semplicemente) tra un maturo professore di astrofisica e una sua allieva. Si parla e straparla di universi paralleli, buchi neri, e non-siamo-soli-nell’universo perché ognuno di noi ha dieci alter ego dislocati da una qualche parte. Per un po’ si spera si tratti di un mystery, di un thrillerone e che prima o poi arrivi un colpaccio di scena. Purtroppo non succede. Tornatore regredisce parecchio rispetto a La migliore offerta. Anche se la sua capacità di trasformare in cinema pure la minutaglia e la paccottiglia è indubbia. Voto 4 Amy Ed 5 defSarebbe bello giocare al gioco del contrarian (chi va in controtendenza, il bastian contrario, ma in inglese suona più fine) e parlare bene di questo nuovo Tornatore. Un superTornatore di cui lui è il dominus incontrastato, avendo firmato oltre alla regia pure soggetto e sceneggiatura. Domanda: l’ipertrofia dell’ego sarà funzionale o disfunzionale a quella che grossolanamente chiamiamo attività artistica? E comunque sì, sarebbe bello fare il contrarian, ma proprio non si può, pur riconoscendo a Peppuccio Tornatore una diabolica capacità di fare cinema e di trasformare in cinema tutto quel che tocca, anche ogni paccottiglia e minutaglia (c’è chi nasce facitore di film e chi no e lui, piaccia o meno, ci è nato). Questo, più che brutto, è un film imbarazzante, il che è perfino peggio. Nell’assistere alla sequenza d’apertura, un dialogo amoroso se ricordo bene tra le lenzuola tra i due protagonisti (lui, Ed, è prof. universitario di astrofisica lassù in Scozia, lei, Amy, una sua allieva), quasi non ci si crede per la cheappettaggine (cippettaggine) di quanto ci tocca sentire, ed è tutto un sei-la-nuova-stella-della-mia-galassia e un tu-la-mia-kamikaze, e va bene che lei per mantenersi fa la stunt su qualche disgraziato set, ma al giorno d’oggi signora mia la parola kamikaze dovrebbe essere bandita da certi contesti smancerosi e sdilinquenti per motivi di decenza, e non occorre spiegare il perché, giusto? Così inguardabile e inascoltabile quella scena lì che pensi perfino che i due stiano recitando per una qualche soap opera o per un qualche commercial, invece no, è proprio l’intro alla storia che dovremo vederci per quasi due ore (troppe, troppe, troppe, un attentato al povero spettatore). L’idea di montare un intrigo amoroso con doppi fondi da mystery e thriller e pure esoterico-supernatural non era niente male, bisogna dire, e Tornatore che nella sua carriera ha allineato oltre ai colossal e gli affresconi tipo Baària anche melodrammi ristretti in spazi minimi con close-up su corpi e anime tormentate (La sconosciuta, soprattutto il meraviglioso Una pura formalità) sembrava sulla carta essere l’autore adatto. Invece, disastro totale, senza rimedio. Si fa presto a non poterne più dei due cinguettanti e scopanti nonostante la gran differenza di età (Jeremy Irons sembra il genitore attempato di Olga Kurylenko), tant’è che ci si chiede come lei possa essere così matta di lui (ma un bel giovane no?). Siccome i due si occupano di astrofisica è tutto un parlare di galassie e buchi neri e quant’altro, e di dimensioni parallele e fenditure nello spazio-tempo per cui ognuno di noi avrebbe in qualche mondo altro almeno dieci alter-ego. Come in un corso accelerato con Stephen Hawkin o su quel postmoderno bigino che è Wikipedia. La cosa ha la sua importanza drammaturgica in La corrispondenza, giacché quando uno dei due scompare l’altro, o l’altra (maledetta paranoia degli spoiler che mi costringe a far l’acrobata per raccontare senza raccontare) continua a ricevere da lui o lei messaggi e video su ogni genere di device, pc (anzi Mac), tablet, smartphone. I giocattoli tecnologici si prendono una gran parte del film e bisogna ammettere che Tornatore li sa usare al meglio fino a trasformarli in personaggi laterali (e quante cose impariamo su come scrivere i messaggi da bimbiminkia english-speaking and writing: è la lezione vera del film). Insomma – e chissenefrega degli spoiler – il prof a un certo punto muore, o così almeno ci viene fatto credere e vien fatto credere alla povera Amy, e però lui continua a esistere forse in una di quelle dimensioni parallele ‘lassù nell’universo’, e l’amore può continuare, tant’è che inonda l’amata di ogni tipo di messaggio. E dunque cara Amy sappi che io ti sono vicino, ti faccio da angelo custode, e adesso lascia Edimburgo (dove i due amavano ed abitavano) e vai là, nella nostra casa italiana a Borgoventoso, e via così. Non sto a dire altro, è che la cosa si trascina per due ore e già dopo mezz’ora francamente non se ne può più. Si spera che ci sia un colpaccio di scena, che niente sia come sembri, che dietro alla (vera? falsa?) scomparsa del prof ci sia in realtà un complotto, un inghippo, un intrico, un garbuglio. Insomma, si spera che succeda qualcosa, che il film sveli doppi e tripli fondi e altre verità. Invece, zero. Siamo dalle parti di Ghost e, come mi suggerisce la mia amica Solange, di I love you – Non è mai troppo tardi per dirlo, film di non immenso successo cui La corrispondenza tanto ma proprio tanto somiglia. Jeremy Irons da quel professionista che è se la cava anche quando deve dire impossibili parole amorose via Skype o iPhone, Olga Kurylenko è sempre in scena e deve reggere da sola tutto il film, e francamente è troppo per una bella ragazza che visibilmente si impegna ma non è mai stata un’attrice da Oscar, anche se la terapia Malick in To the Wonder le è sicuramente servita. E adesso, da contrarian, cerchiamo di scoprire se qualcosa di bello o almeno di salvabile nonostante tutto ci sia in questo fallimentare La corrispondenza. E allora: se ci mettiamo i tappi nelle orecchie e inibiamo dunque i tremendi dialoghi che sono il vero virus infestante del film, ci renderemo conto che Tornatore ancora una volta ha costruito uno dei suoi universi cinematografici parallelli – no, niente a che fare con le astruse teorie astrosfisiche di cui sopra. Un universo che è solo suo, costruito dalle sue visioni e dalla sua macchina da presa, che non esiste in natura ma solo sullo schermo. Spazio squisitamente filmico, come lo era per eccellenza quello di Una pura formalità (il suo capolavoro?), senza corrispondenze con il mondo reale del qui e ora. Esattamente come faceva Dario Argento ai suoi giorni belli – i giorni di L’uccello dalle piume di cristallo, Il gatto a nove code, Quattro mosche di velluto grigio – Tornatore prende brandelli di paesaggi diversi e mondi e li assembla liberamente, con il solo vincolo che siano omogenei e funzionali alla storia raccontata. E anche quando gira sul lago d’Orta nell’isola di San Giulio – meravigliosamente resa nella sua nordica cupezza da lago subalpino, bisogna dire – lui la chiama fantasticamente Borgoventoso come in una Liala qualsiasi e come nessuno oggi si permetterebbe più, e trasforma il ristorante vista lago in una taverna portoghese con piastrelle lusitane e ritratti di Amalia Rodriguez alle pareti e fado e ancora fado. Ecco, son momenti come questi che ti fanno venir voglia di voler bene a un film così sbagliato, ma sai che non è proprio possibile. (E però, questi siciliani che non si fermano davanti a niente e fanno film internescional in inglese con star english speaking e continuano, nonostante la dimensione infinitesimale del cinema italiano, a pensare e fare in grande nonostante tutto, rischiando di sbagliare magari però almeno provandoci. Vale per Tornatore, e vale anche per Guadagnino).

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6 risposte a Recensione: LA CORRISPONDENZA di Giuseppe Tornatore. Asfissiante romance tra buchi neri e galassie mentali

  1. Lidia scrive:

    È un gran peccato vedere che non ci avete capito una mazza. Vi siete persi il meglio.

  2. Anonimo scrive:

    Bravi a scrivere tutta sta recensione..per una trama insignificante… Film davvero insulso

  3. Alessandra Battistel scrive:

    Gent.mo Sig. Locatelli,
    oltre a dissentire completamente dal giudizio da lei pubblicato (ma chi ha scritto una recensione del genere non ha le “categorie dello spirito” per capire Tornatore) le faccio notare che il recensore non ha nemmeno visto attentamente il film, in cui non compare nessun MAC! I computer non sono della Apple.

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