Recensione: IL LABIRINTO DEL SILENZIO. Indagine sulla Germania che voleva dimenticare

0810418494_755516921169435_3932849539526941041_nIl labirinto del silenzio (Im Labyrinth des Schweigens), un film di Giulio Ricciarelli. Con Alexander Fehlig, Johannes Krisch, Frederike Becht, Gert Voss.
10530931_705361179518343_8329836021421926899_nFrancoforte, 1958. Un giovane procuratore vuole scovare e mandare sotto processo gli aguzzini di Auschwitz. Ma nel corso della sua indagine si sbatterà contro un muro di omertà, silenzi, collusioni, complicità. Ritratto di una Germania in piena sbornia di boom economico che vuole dimenticare. Ma il marcio verrà fuori. Film onesto e di nobilissime intenzioni, con i limiti della dimostratività e dell’intento didascalico. Voto 6 e mezzo
10580174_705361286184999_1477258228114312747_nDi quei film buoni, onesti e bene intenzionati, e portatori sani di messaggi positivi, di cui è difficile parlar male e che reclamano la tua adesione senza lasciarti troppe alternative. Ricattatori? Che brutta parola, diciamo film che offrono pochi appigli e non lasciano intravedere crepe e fenditure a chi voglia esercitare senza troppi riguardi, magari anche selvaggiamente perché no?, il diritto di critica. Una liscia, inscalfibile e inscalabile parete a specchio, ecco.  Così almeno mi si presenta in testa, adesso che ne sto scrivendo (e sto cercando di scalare la parete), questo Il labirinto del silenzio che, scelto dalla Germania come proprio candidato all’Oscar per il miglior film in lingua straniera, è stato inserito nella shortlist (obiettivo mancato invece dal nostro Non essere cattivo), ma poi escluso dalla cinquina finale. Comunque, ottimo successo per il cinema tedesco, anche per via del sempre sensibile e importante tema trattato, quello di un paese che – siamo nei tardi anni Cinquanta della ricostruzione ormai conclusa e dello sviluppo economico arrembante – fatica molto a guardarsi indietro, a fare i conti con il passato nazista, con la Shoah, con le atrocità dei campi di sterminio. Da Il labirinto del silenzio emerge una Germania che vuole dimenticare e ha già dimenticato e spazzato via, ed è pochissimo disposta a riaprire la stanza dove ha messo sottochiave i suoi fantasmi. Francoforte, 1958. Un ebreo sopravvissuto ad Auschwitz riconosce in un apparentemente probo e qualunque insegnante di scuola elementare uno dei suoi aguzzini. Ne viene informato il giovane e idealista procuratore Johann Radmann, che subito si sbatte perché quell’uomo possa essere processato e paghi, e invece non sarà così facile, anzi. Procedendo faticosamente nell’indagine, Radmann si rende conto di aver messo le mani in un verminaio. Quanti sono i tedeschi che ad Auschwitz e altrove hanno attivamente collaborato alla macchina dello sterminio? E davvero basta quel loro mantra tanto ossessivamente ripetuto – “obbedivo solo agli ordini!”- per discolparli? Sono buoni tedeschi, tornati dopo l’orrore a fare il loro lavoro, a vivere nelle loro famiglie, gente amabile, son maestri e pasticcieri e contadini, e dietro la loro maschera bonaria fatichi a vedere i carnefici che sono stati. La ricerca di colpevoli e prove del bravo ragazzo Radmann segna il passo. In procura nessuno collabora, anzi colleghi e superiori cercano di insabbiare e boicottare. I documenti necessari a identificare gli aguzzini non si trovano o sono secretati e incosultabili, i possibili testimoni irrintracciabili o sfuggenti o impauriti. Un muro di gomma. Un pantano. Un labirinto, come da titolo. Con l’impressione, anzi la certezza, che molti caporioni nazisti si siano riciclati e continuino a occupare posti di comando e potere nella nuova Germania post-bellica che si dice, ed effettivamente è, democratica. Unico, e però decisivo alleato di Radmann, è il procuratore generale Fritz Bauer, un ebreo già socialdemocratico e dissidente ai tempi del Führer e ora ben deciso, pur con le necessarie cautele diplomatiche, a dare un a mano allo scalpitante e indignato suo sottoposto. Con l’unico collega disposto a lavorare con lui e con la fedele segretaria (il personaggio più azzeccato del film, che incarna senza retorica la parte buona della Germania e dei tedeschi, la parte che non sapeva ma adesso vuole sapere, non dimenticare e punire i colpevoli), Radmann costruisce un piccolo ma molto determinato nucleo investigativo. L’obiettivo grosso è Josef Mengele, responsabile dei più infami esperimenti medici e chirurgici sul corpo vivo dei prigionieri di Auschwitz, Mengele scappato in Sud America (lo abbiamo visto tre anni personaggio-perno del film argentino The German Doctor), ma ogni tanto di ritorno in patria sotto falso nome. Comincia la caccia, che è anche un affondare nella palude delle bugie e dei despistaggi, un impaniarsi nelle trappole tese dai molti complici e collusi. Film morale, che in forma di thriller storico si interroga sulla necessità della memoria e della giustizia, sul dovere di non dimenticare e di interrogarsi senza autoindulgenze sul proprio passato. Sconcerta notare come negli anni Cinquanta gran parte dei tedeschi non sapessero di Auschwitz e neanche ne conoscessero il nome, e come la consapevolezza dei crimini perpetrati sugli ebrei (ma anche su rom, omosesuali, disabili, dissidenti politici di vario tipo) fosse scarsissimamente diffusa. Coazione a dimenticare, rifiuto a prendere atto dei fatti, e quando la verità viene svelata e resa pubblica si stenta a credere, si gira la testa, si pensa si tratti di montatura e propaganda di chissà quale nemico. Sul ‘noi non sapevamo, eravamo all’oscuro’, su questa autoassoluzione di un paese si è scatenata alla fine degli anni Novanta una battaglia storiografica e culturale innescata dal libro I volonterosi carnefici di Hitler di Daniel J. Goldhagen, dove si sosteneva – riassumo rozzamente – come molti tedeschi sapessero e avessero collaborato, se non attivamente almeno passivamente, all’ignominia. Il labirinto del silenzio riapre la questione, anche se non fornisce risposte univoche, e il personaggio molto positivo della segretaria di Radmann lascia intendere che – almeno secondo gli autori del film – davvero ci furono molti buoni tedeschi del tutto ignari di quanto stava succedendo a Est nei campi. Son faccende importanti, quelle toccate dal film diretto da Giulio Ricciarelli (che di italiano ha il nome e le origin, e però è cresciuto professionalmente in Germania ed è regista tedesco a tutti gli effetti: inutile arruolarlo nei ranghi dei nostri cineasti come qualcuno goffamente ha tentato di fare), film certo utile a innescare in patria il sempre necessario confronto con il passato e una sana autocoscienza collettiva. Il pericolo in simili casi è che l’intento dimostrativo e didascalico prevalga sulla messinscena, che il contenuto sia tutto e la forma e lo stile niente. Va riconosciuto a Ricciarelli di non essersi limitato al piatto illustrativismo da fiction televisiva da rete generalista nazional-pubblica e popolare, ma di aver impresso al racconto un ottimo ritmo, di essersi tenuto lontano dalla convenzionalità anche con un ecellente lavoro sugli attori e sulla ricostruzione d’ambiente. Anche la sottotrama con la fidanzata futura stilista del buon Radmann non è (solo) una tattica narrativa di alleggerimento, ma dà il suo contributo al quadro d’epoca (lei alle prese con il padre militare della Wehrmacht). Cinema, non pessima televisione di una volta. E però in questa specie di piccolo western storico e urbano con il bravo procuratore a fare da sceriffo e rappresentante della legalità, i buoni e i cattivi restano rìgidamente separati e immediatamente riconoscibili come se fossero marchiati a fuoco, e non ci sono troppe sfumature, e ancora meno ambiguità. Il pubblico giustamente si commuove e si indigna, e però, mi chiedo: i molti film che come questo trattano dell’Olocausto e che, soprattutto in vista del Giorno della memoria (sarà il prossimo 27 gennaio) escono nei nostri cinema, quanto servono davvero a scuotere menti e coscienze e a contrastare l’antisemitismo? Farsi la domanda è doveroso, visto che, nonostante l’informazione massiccia sulla Shoah attraverso film e altri modi e mezzi, l’antisemitismo, in forma nuova e subdolamente travestito da antisionismo, sta tornando a essere un flagello in Europa. Qualcosa non torna. Tra i molti film sulla Shoah quest’anno c’è anche Il figlio di Saul di Laszlo Nemes, gran premio della giuria a Cannes, radicalmente diverso da quello che ormai si può considerare il genere dell’Holocaust-movie. Qualcosa di mai visto e di profondamente sconvolgente, e di inedito nella maniera di raccontare e rappresentare lo sterminio degli ebrei d’Europa. Esce oggi giovedi 21 al cinema, correte, è una visione indispensabile. Ne ho già scritto da Cannes, ne riparlerò. Ecco, tra Il figlio di Saul e questo pur decoroso e onestissimo Il labirinto del silenzio c’è un abisso.
Nota. Curiosamente quest’anno è stato presentato (l’ho visto lo scorso agosto al festival di Locarno nella sezione Piazza Grande, dove ha poi vinto il premio del pubblico) un altro film che racconta del procuratore generale Fritz Bauer e della sua volontà di assicurare alla giustizia e mettere sotto processo i criminali nazisti. Se in Il labirinto del silenzio il suo obiettivo insieme al giovane Radmann è di mandare in aula gli aguzzini di Auschwitz, in Der Staat gegen Fritz Bauer (Lo Stato contro Fritz Bauer) il procuratore di Francoforte punta ad Adolf Eichmann. Due film, nonostante le affinità di tema e un comune personaggio, assai diversi, essendo Lo Stato contro Fritz Bauer anche un ritratto privato e un’intricata storia di ricatto attuato con la minaccia di uno scandalo sessuale.

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