Film da vedere stasera in tv: I GATTI PERSIANI (dom. 24 genn. 2016)

I gatti persiani, un film del curdo-iraniano Bahman Ghobadi, La Effe, ore 23,00.
1911223419179147Adesso che il deal tra l’America obamiana e l’Iran è arrivato alla sua fase operativa, all’implementazione coma usa dirsi, e che le sanzioni contro Teheran sono state ufficialmente cancellate, resta da vedere cosa succederà: se l’accordo finirà col rendere ancora più sicuro di sé e aggressivo l’Iran nel quadro geopolitico del Vicino Oriente o se, al contrario, ne acellererà il processo verso la moderazione, all’interno e fuori dai confini. Che è poi la scommessa (arrischiata, agiungo io) degli Stati Uniti. La prendo alla lontana, ma quando si parla di un film iraniano, cone nel caso di questo I gatti persiani spesso programmato da La Effe, qualche ricapitolazione e riassunto e contestualizzazione tra storia e cronaca conviene farli. In I gatti persiani, dell’anno 2009, si apre una finestra su una Teheran altra e alternativa davero (stavolta non è solo una logora formula linguistica), assai lontana da quella dei chador inposti e degli ayatollah e imam in turbante, una Teheran che potremmo dire del dissenso, anche se non propriamente politico. Una città da scoprire di ragazzi che fanno musica occidentalizzata e dunque proibita e impedita, e la suonano dove possono e dove capita, clandestinamente, in club oscuri e carbonari o in feste in case private protette. Voglia di godere delle sonorità più scatenate, sconvenienti e arrischiate che è poi, semplicemente, voglia di essere liberi. Un’area di dissidenza e alterità rispetto al regime relegata nel sottosuolo e, letteralmente, nelle cantine, che poi si congiungerà di lì a poco nella grande rivolta del 2009-2010 contro la rielezione irregolare di Mahmud Ahmadinejad a presidente. Not in my name: chi se lo ricorda più?, anche perché l’Occidente ha fatto di tutto per dimenticare e sopire, e pochissimo anzi niente per sostenere la grande ribellione, poi inesoirabilmente inghiottita dalla normalizzazione e dalla repressione. Eppure quelle di Teheran furono le manifestazioni di massa che poi avrebbero fatto da modello di riferimento alla primavera araba (puntualizzazione: l’Iran è paese musulmano, ma non arabo). E chissà se quei ragazzi e anche quella classe media che scesero in piazza adessp verranno favoriti dall’accordo con l’America: sì, se il deal rafforzerà l’ala moderata e aperturista del regime, no se a trarne vantaggio saranno gli intransigenti. 19179150Ecco, guardando I gatti persiani conviene pensare all’Iran di allora e a quello di oggi, e a che cosa c’è stato in mezzo. Il film: un ragazzo e una ragazza di nome Ashkan e Negar fanno musica di quella che non può essere apertamente eseguite. Si sbattono per Teheran per trovare un posto per suonare e per mettere le mani sui documenti necessari a scappare via dal paese e raggiungere l’agognato Occidente. Conosceranno Nader, produttore musicale che li inrodurrà all’underground, e lì comincia l’avventura. Film girato dal regista Bahman Ghobadi senza permessi, rischiando in contoinuazione non solo la sospensione delle riprese ma anche la galera, con mezzi di fortuna e con un approccio tra narrazione e cinéma-vérité. Premiato a cannes a Un certain regard. Co-scritto con Roxana Saberi, giornalista americana di radici iraniane che sarà poi incarcerata per oltre cento giorni e liberata solo poco prima della proiezione del film a Cannes. Bahman Ghobadi, di appartenenza curda, nel 2009 ha lasciato l’Iran  e ora vive da esiliato a Istanbul.

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