Recensione: L’ABBIAMO FATTA GROSSA di Carlo Verdone. Il detective, l’attore e la valigetta sbagliata

12339499_904812749596539_239670902156599325_oL’abbiamo fatta grossa, un film di Carlo Verdone. Con Carlo Verdone, Antonio Albanese, Anna Kasyan, Francesca Fiume, Clotilde Sabatino, Guliano Montaldo.
12291974_900115333399614_2400977027214284612_oUno smandrappato detective e il suo cliente, un attore licenziato causa smemoratezza: una strana coppia che metterà le mani sulla valigetta sbagliata, scatenando la rabbia di una cosca malavitosa. Si parte benissimo, con un Verdone al suo meglio. Poi il film (troppo lungo!) inciampa in un eccesso di cliché e déjà-vu. Voto 6
11057332_889106961167118_2706305124946954267_oVedendo nei suoi primi trenta minuti questo L’abbiamo fatta grossa (non granché come titolo però) vien da pensare che Carlo Verdone è ormai un classico, autore di un cinema assolutamente personale e inconfondibile, e coerente. Che se c’è qualcuno che da noi possa essere apparentato a Woody Allen questo è lui, e viene da pensarlo anche perché suggestionati da questa storia di uno smandrappato detective privato e di un’indagine ancora più smandrappata che ha più di un’affinità con Misterioso omicidio a Manhattan. Che sarebbe il caso di celebrarlo come merita, come uno dei nostri cineasti dal rendimento più costante e sicuro (non solo al box office). Si resta incantati dal solito mondo di riferimento di Verdone e di come anche stavolta ce lo sa restituire, con un’ironia sempre partecipe e mai troppo crudele. Quel mondo che è la sua Roma piccolo-medioborghese un po’ ciabattona dai solidi riti domestici, con gli interni soffocati e tetri strapieni di cose di pessimo gusto e qualche volta ottimo, reliquie di un qualche passato funzionariale e ministeriale, perfino tracce  della Roma umbertina neocapitale. E poi, i suoi vecchi, sempre presenti in vari modi nei suoi film e che si portano dietro e addosso il passato, pateticamente fuori tempo, eppure meravigliosi per come sanno raccontare storie e custodire i riti di una vita che non c’è più, di un mondo scomparso. Vecchi visibilmente amati anche se amabilmente canzonati da Verdone. Sora Lella forever!, tra pastasciutte e allegre grevità. In L’abbiamo fatta grossa c’è una zia mattocca a cucinare la pasta – trattasi di pennette – e a svolgere un ruolo non così secondario nel plot. In più, al di là di tutto e di tutti, c’è lui, Verdone, ormai assorbito dal suo stesso personaggio (o è il contrario?), personaggio che ripropone da un film all’altro e di cui replica quasi in automatico i modi e le posture e le modulazioni della voce, quello di un uomo medio e romano dalla vita grama di soddisfazioni e timido sopravvissuto in una nicchia ecologica protettiva e protetta e però sempre a rischio di scomparsa, insomma il Verdone introverso e introflesso all’opposto di quell’altro suo character fondamentale, il coatto de borgata. Ecco, per mezz’ora di L’abbiamo fatta grossa molto si gode e molto ci si diverte a questa ricapitolazione del Verdone-cinema, o della Verdone-Weltanschauung, in una sorta di ideale the best of che merita l’ovazione seduta stante. Però a un certo punto il film, quando entra nel vivo della sua storia, comincia a sfilacciarsi. Innanzi tutto per via dei troppi cliché affastellati e del troppo déjà-vu. Il protagonista Arturo Merlino, scalcagnatissimo detective privato ovviamente alla fame e disposto a tutto per raccattare qualche euro, ricorda mille altri detective marginali  e sfigati di altre mille storie. Comprese le schermaglie con il gatto che rimandano all’inizio del glorioso Il lungo addio di Robert Altman (qui il gatto è quello scappato dalla casa di un vicino – Giuliano Montaldo in un meraviglioso cameo – che il nostro private-eye deve recuperare). Sdatatissima è pure la commedia degli equivoci che segue, basata (ancora!) su una valigetta sbagliata e scambiata. Dunque: un poverocristo d’attore – è Antonio Albanese – mollato dalla moglie e rimasto senza lavoro (depresso com’è non si ricorda più le battute) – si rivolge al detective Merlino per scoprire se la ex ha un amante, cosa che gli consentirebbe di non passarle più quell’assegno mensile fissato dal giudice. Qui cominciano i goffi qui pro quo (tutta colpa di una cimice piazzata sotto il tavolino sbagliato), per cui succede che la maldestra coppia detective+attore mette le mani sulla valigetta sbagliata con dentro un milione di euro, scatenando occulte forze del malaffare ansiose di riappropriarsi del malloppo. Tutto, francamente, già troppo visto, e tutto troppo lungo, quasi due ore. Con un finale che, non bastasse, cavalca vistosamente l’onda anticasta, antipolitica, antitutto, ed è una caduta nel più facile populismo che poteva esserci risparmiata. Funziona poco anche la coppia Verdone-Albanese. I due hanno tempi comici assai diversi e faticano a incastrarsi (e difatti sono meglio le poche scene in cui appaiono in solitaria). Certo, diseminati lungo il film ci sono momenti assai godibili: il mestiere di Verdone è fuori discussione, e però non basta a riscattare le fasi di stanca. Nota: anche in L’abbiamo fatta grossa le donne italiane, come in molti film nostri di questi anni, sono dure, astiose se non vendicative, magre e tirate a lucido in palestra, non più compagne di vita ma nemiche, insomma delle stronze, mentre sono le straniere il nuovo rifiugio del maschio spodestato, ancora curvacee e morbide, ancora femmine.

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