Alla Berlinale! Introduzione al film-festival più freddo che c’è (e fors’anche il migliore)

Il Cubix in Alexanderplatz, una delle sale della Berlinale.

Il Cubix in Alexanderplatz, una delle sale della Berlinale.

'Ave, Cesare!' dei fratelli Coen apre il festival (fuori concorso)

‘Ave, Cesare!’ dei fratelli Coen apre il festival (fuori concorso)

Parte giovedì 11 febbraio la Berlinale numero 66. Edizione gigante, al solito, con centinaia di film sparsi nelle varie sezioni. 22 quelli in corsa per l’Orso d’oro, compreso Fuocoammare di Gianfranco Rosi sulla Lampedusa dei migranti. Ed è l’unico nostro in tutta la Berlinale, poco davvero. Presenze italiane invece nella giuria del concorso (Alba Rohrwacher) e dell’opera prima (Enrico Lo Verso). Film-mammuth: quello del filippino Lav Diaz, lungo 8 ore e 5 minuti. Che festival sarà, a partire dai titoli della competizione.

'Fuocoammare' di Gianfranco Rosi è l'unico film italiano di questa Berlinale

‘Fuocoammare’ di Gianfranco Rosi è l’unico film italiano di questa Berlinale

Il film più lungo in concorso: 'A Lullaby to the Sorrowful Mystery' del filippino Lav Diaz, 8 ore e 5 minuti

Il film più lungo in concorso: ‘A Lullaby to the Sorrowful Mystery’ del filippino Lav Diaz, 8 ore e 5 minuti

Speriamo non faccia così freddo, ecco. Che ogni volta che ci vai ti chiedi come i fondatori abbiano deciso di organizzare un festival del cinema a Berlino proprio in febbraio, che non è mese dei più clementi e semmai dei più crudeli lassù nelle plaghe brandeburghesi flagellate dai venti del Baltico e delle steppe profondo-russe. La Berlinale numero 66, ormai tutti i maggiori film-festival d’Europa o sono over 70 o stanno per arrivarci, sta per partire. Opening ufficiale la sera di mercoledì 11 febbraio al KinoPalast con la prima internazionale del nuovo dei Coen, Ave, Cesare! (Hail, Caesar!, in Italia dal 10 marzo), e però già dal mattino si srotoleranno gli screening anticipati per la stampa. Chiusura con cerimonia consegna premi – Orso d’oro e i vari orsi d’argento – alle 19.00 di sabato 20 febbraio. In mezzo un programma di centinaia di film, fa paura contarli da tanti che sono, confermando Berlino come il più bulimico dei festival maggiori, un’overdose di prime mondiali e internazionali disseminate nei cinema di tutta la città e distribuite in una quantità di sezioni e sottosezioni e rassegne parallele che solo a elencarle gira la testa. Ma proviamoci: Competizione, Panorama, Forum, Berlinale shorts, Generation, Perspective Deutsches Kino, Berlinale Special, Retrospettiva, Homage, Culinary Cinema, Berlinale goes Klez, Native. I Coen aprono ma sono fuori concorso, ovvio, da maestri consacrati quali sono, e del loro film, uscito negli Usa lo scorso weekend, si sa già molto, un divertissement perfettamente à la Coen (con qualche sospetto di manierismo) collocato nella Hollywood del 1951, dove un gruppo di comunisti (ma Coen che fate? date ragione al senatore McCarthy?) rapisce la star di un peplum movie (ecco perché il titolo). Intorno una sarabanda assai colorata con un nugolo di personaggi maggiori, minori, collaterali, paralleli, e una scena con Channing Tatum ballerino ginnico alla Gene Kelly che è già de culto. La notizia, non così buona, è che l’Italia è quasi assente nelle varie diramazioni della Berlinale. Solo un film, certo nella sezione maggiore, quella di chi concorre all’Orso d’oro, e però sempre di un film e basta si tratta. Che è Fuocoammare di Gianfranco Rosi, leonizzato a Venezia un tre edizioni fa per Sacro GRA da una giuria fin troppo larga di manica. Stavolta Rosi, documentarista (cineasta del reale, come usa dirsi) che non disdegna lo storytelling, ci racconta di Lampedusa, isola dei migranti, porto di ingresso o di esclusione di chi arriva con i barconi dalle coste del Nord Africa. Tema caliente di questi tempi e che troverà in Germania, dove le polemiche sulla politica d’accoglienza della Merkel sono forti e dove ancora non è stato riassorbito lo shock della notte di capodanno di Colonia, un pubblico e una stampa molto attenti. Se poi la giuria volesse appuntarsi sul petto una medaglia di correttezza politica Fuocoammare potrebbe essere il titolo perfetto per l’Orso d’oro. Nessun altro film nostro, zero nella sezione seconda Panorama, zero nel molto edgy Forum, zero perfino in Culinary Cinema dove un po’ di pasta e pesto c’è sempre stato. Se mi fosse sfuggito qualcosa di italico in qualche remota sezione o tra i corti sarei ben felice di rettificare. Non trarrei da questa assenza chissà quali apocalittiche conclusioni, e non cadrei in complottismi tipo i tedeschi ci vogliono male, è invece probabile che non ci fossero molti film disponibili da selezionare, che poi si sa che i nostri autori non amano andare a Berlino (e si sbagliano grandissimamente) preferendo tenere i loro prodotti in caldo per Cannes o Venezia, col rischio di restare alla fine esclusi da tutto. Sono molto, molto lontani comunque i tempi in cui dominavamo festival e premi internazionali. Oggi bisogna vedersela con la concorrenza non solo di Francia, Usa e Inghilterra, ma anche di paesi fino all’altro ieri marginali nella mappa geopolitica cinematografica e diventati piccole e medie potenze. Mentre noi segniamo il passo nonostante tentativi interessanti qua e là, tutto il Latino America ha fatto un balzo in avanti, tant’è che alla Berlinale se ne vedranno di ogni, cileni, argentini, brasiliani, messicani, colombiani. Forte la presenza cinese, ma non è una novità. Consolidano le posizioni raggiunte negli anni Duemila paesi come il Belgio (due film in competizione!), la Danimarca, il Portogallo, la cui produzione è sempre molto amato dai cinefili. Assai presente Israele, ormai un player di primo piano sul mercato internazionale, anche con film che trattano direttamente o meno la questione palestinese. Stranamente assente la Grecia, che pure ha prodotto recentemente uno dei cinema più innovativi al mondo. Ma entreremo in dettaglio più in là. Intanto accontentiamoci del fatto che l’Italia, latitante nel programma, ci sia invece, eccome, nelle giurie. In quella maggiore presieduta da Meryl Streep, quella che assegnerà gli Orsi, c’è Alba Rohrwacher, piaccia o meno la più internazionale delle nostre attrici, l’anno scorso alla Berlinale in concorso con un film, Vergine giurata, che ai tedeschi piacque molto, più che agli italiani. Completano la giuria l’attore tedesco Lars Eidinger (visto proprio in Vergine giurata), il critico inglese Nick James, la fotografa francese Brigitte Lacombe, il quasi-divo Clive Owen (seconda presenza britannica) e la regista polacca Małgorzata Szumowska, chissà perché adorata dalla Berlinale. Da quando ci vado ho visto tre suoi film in concorso e quest’anno che non ne ha, eccola sistemata in giuria. Una miracolata, anche se un bel film bisogna dire che l’ha azzeccato (In the name of…, Berlinale 2013). Enrico Lo Verso, che in Germania evidentemente ha i suoi supporter, sta nella giuria Opera prima insieme a due nomi grossi, il regista messicano Michel Franco (vincitore quest’anno di un premio a Cannes con Chronic) e la svizzera Ursula Meier, di cui si vide proprio a Berlino qualche edizione fa il meraviglioso Sister. Ma diamo uno sguardo ravvicinato alla competizione. Molti i film: 22, qualcosa di più rispetto allo standard 18-20 di un festival. Con, peraltro, pochi nomi famosi-famosi. In primis Spike Lee con il suo Chi-Raq, sciopero alla Lisistrata delle donne nella Chicago della guerra per bande, film scatenato e stando a chi l’ha già visto assai bello. Il danese Thomas Vinterberg dopo il successo globale di Il sospetto e quello più contenuto di Via dalla pazza folla porta al Palast Kollektivet, personale ricostruzione dell’epopea delle comuni libertarie e dell’amore senza confini nella Copenaghen tra Sessanta e Settanta in cui pesca anche da ricordi suoi d’infanzia. Mah, io di quegli imbarazzanti esperimenti di ingegneria amorosa e sociale non vorrei più sentir parlare, e però Vinterberg è bravo, vediamo se se la cava anche con una materia tanto scivolosa. In testa alle mie aspettative metto Midnight Special di Jeff Nichols, neanche quarant’anni e già alle spalle un film memorabile come Take Shelter (aggiungiamogli anche Mud, pure bellissimo). Che presenta un film tra realismo e fantastico-visionario con il suo attore feticcio Michael Shannon. In pole position per l’Orso. Potrebbe fare il botto anche il bosniaco Danis Tanovic (No Man’s Land) con Mort à Sarajevo, reunion di pezzi grossi della politica internazionale nella capitale della Bosnia in occasione dei cent’anni dello sparo fatale di Gavrilo Princip. Ma dietro le quinte si agitano gli eterni fantasmi della rivolta e delle divisioni etniche. Sulla carta, molto interessante. A occupare la casella ‘venerato maestro’ ecco il francese André Téchiné con una delle sue storie di legami delicati e insieme resistenti, Quand on a 17 ans, due ragazzini diversamente infelici e la loro reciproca attrazione. Ce la farà la parigina molto branché Mia Hansen-Løve (Eden) a passare da giovane regista assai promettente a promessa finalmente mantenuta? Dopo le sue storie di giovani e giovinastri però sempre assai bon-chic bon-genre, stavolta in L’avenir si occupa di una signora di alta intellettualità colta nei suoi cinquanta dopo essere stata abbandonata dal marito. Signora che è quel totem di Isabelle Huppert (chi osa mai parlarne male?). In attesa di consacrazione definitiva anche il canadese (del Québec) Denis Côté, già vincitore a Berlino qualche anno fa di un premio con un film parecchio interessante (Vic+Flo ont vu un ours) e ritornante adesso con Boris sans Béatrice, dove una coppia di massimo successo deve confrontarsi con la malattia, la depressione, e il mistero: io qualcosa ci punterei sopra. Per la serie guarda chi si rivede (nelle zone alte del cinema), ecco il neozelandese Lee Tamahori, il quale dopo cose e anche cosacce a Hollywood torna a raccontare come in Once Were Warriors una saga Maori in Mahana/The Patriarch, e non c’è da aspettarsi granché. Poteva mancare anche a questo festival il documentario? Certo che no, oggi il docufilm si porta molto, e così oltre a Fuocoammare di Gianfranco Rosi ci sarà in competizione Zero Days di Alex Gibney, autore (tra le altre cose) del recente film su Scientology e vincitore di un Oscar. Stavolta va a scoperchiare un garbuglio informatico, un virus coprodotto da Usa e Israele per sabotare il programma nucleare iraniano e poi andato fuori controllo e diventato un flagello globale. Della serie: complotto! complotto! A staccarsi dal gruppone in concorso e tagliare per primo il traguardo dell’Orso potrebbe essere a sorpresa Saint Amour del pazzo duo belga Gustave Kervern e Benoît Delépine, quelli per capirci di Mammuth e Louise-Michel, che mettono in pista il peso massimo Gérard Depardieu per una delle loro storie di grottesco fiammingo (stavolta tutto ruota intorno a una fiera agricola a Parigi). Cameo dell’amico scrittore Michel Houellebecq, già protagonista del loro precedente e bellissimo Near Death Experience, passato due edizioni fa a Venezia nell’indifferenza generale (la critica di Venezia è la più provinciale, retriva e gonfia di pregiudizi di tutti i festival). Sempre nella categoria belgi pazzi ecco anche Dominique Moll con Des nouvelles de la planète Mars, surrealismi quotidiani con un povero padre di famiglia che vede sbroccare uno dopo l’altro i suoi (chiamiamoli) cari. Certo il film di cui tutti coloro che stanno andando a Berlino parlano, e che tutti temono, è il fluviale A Lullaby to the Sorrowful Mystery in cui il maestro filippino della lunga durata (mai visto un suo film al di sotto delle quattro ore, e la media è ben oltre) Lav Diaz mostra ancora una volta i muscoli. Risultato, un film di 485 minuti, ovvero 8 ore e cinque minuti, che sarà proiettato in due parti con intervallo di un’ora acciocché il povero spettatore possa almeno ritemprarsi con un caffé, un panino e farsi la pipì ai presumibilmente affollatissimi bagni del Palast. Nel suo solito bianco e nero e nei suoi soliti piani sequenza Diaz ricostruisce la storia di un padre della patria, Andrés Bonifacio y de Castro, e della sua lotta contro la dominazione spagnola. Devo dire che, dopo aver visto parecchio suo cinema, comincio a provare una certa insofferenza verso Diaz, e mi chiedo se fosse proprio il caso di mettere in concorso il suo film. Che, presentandosi con tale monumentalità, rigore e cipiglioso impegno, finirà inevitabilmente con l’intimidire pubblico, critica e giuria (e temo si ripeta quanto accadde due anni fa a Locarno quando Lav Diaz si portò a casa il Pardo d’oro: allora il suo film durava soltanto, si fa per dire, sei ore). Se pensate che il record della lunghezza di questa Berlinale sia suo vi sbagliate. C’è chi va oltre le otto ore. Nella sezione Forum, la più edgy, la più sperimentalista e avanguardista, sarà proiettatro il docu Chamisso’s Shadow lungo la bellezza di 720 minuti, che tradotto fa 12 ore, e non dico altro. Però almeno l’han messo a Forum, mica in concorso come il maestro un filo sadico venuto da Manila. Concorso nel quale, oltre ai titoli che già ho elencato, contempla molta altra roba di difficile decifrazione, essendo gli autori non così noti e con scarsi precedenti. Ecco, magari la sopresa vera verrà da lì. Per esempio dal messicano Soy Nero di Rafi Pitts, o dal polacco United States of Love di Tomasz Wasilewski, o da Hedi del tunisino Mohamed Ben Attia (sono molti quest’anno i film provenienti da paesi arabi disseminati nelle sezioni della Beerlinale, a marcare un’attenzione maggiore verso un’area culturalmente e socialmente esplosiva). E ci si chiede come mai sarà l’iraniano A Dragon Arrives! di Mani Haghighi, indagine sull’attentatore islamista che uccise nel 1965 il primo ministro dello Scià. E 24 Weeks di Anne Zohra Berrached confermerà il buono stato di salute del cinema tedesco? Più classico e più prevedibile si annuncia l’angloamericano Genius, biopic di Max Perkins, editor Usa competente e coraggioso che scoprì negli anni Venti Thomas Wolfe, con un cast di quelli che portano sul tappeto rosso un bel po’ di star: Colin Firth, Jude Law, Nicole Kidman, Guy Pearce. Non mi aspetteri sorprese eclatanti nemmeno da Alone in Berlin, coproduzione internazionale tratta dal gran libro Ognuno muore solo di Hans Fallada, l’autore di E adesso pover’uomo?, due coniugi nella Berlino della guerra che, dopo aver appreso della morte di loro figlio al fronte, decidono di ribellarsi come possono mandando cartoline e messaggi protestatari anti-guerra e anti-Hitler. Chissà perché il regista è l’attore francese Vincent Perez e chissà perché a interpretarlo ci sono Brendan Gleeson e Emma Thompson, bravissimi sì ma inglesi. Non sarebbe stato meglio per una storia così profondamente tedesca chiamare attori e regista tedeschi? Il dubbio è che ne sia venuta fuori una di quelle coproduzioni internazionali inodori e insapori che infiocchettano una storia interessante nei modi più convenzionali. Chiudono il gruppone dei 22 in competizione (se non ho tralasciato nessuno) il cinese Crosscurrent di Yang Chao, dove un viaggio sullo Yang-tze si trasforma in una traversata nello spazio-tempo, nella memoria e nei suoi fantasmi, e il portoghese Cartas da guerra (Letters from War) di Ivo M. Ferreira, trasposizione delle lettere scritte alla moglie nel 1971 da un soldato mandato a sedare la rivolta in Angola. E con la Competizione è tutto. Poi ci sono le altre sezioni: Panorama, Forum, i fuori concorso ecc. ecc. Dove puoi beccare preziosi film semi-ignoti che poi esploderanno e faranno il giro dei festival e del mondo. Ma è un’altra storia, e un’altra puntata se ce la faccio a scriverla, della marcia di avvicinamento alla Berlinale.

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