Recensione: MÓZES, IL PESCE E LA COLOMBA. Dall’Ungheria un racconto di formazione tra commedia e surrealismo. Come ti vinco un festival (il BergamoFM) divertendo

Mozes frame 016Mozés, il pesce e la colomba, un film di Virág Zomborácz. Con Márton Kristóf, Lászlo Gálffi, Eszter Csákányi, Andrea Petrik, Krisztina Kinczli. Distribuito da Lab80. Dall’11 febbraio nei seguenti cinema (poi le sale potrebbero aumentare): Roma, Cinema Piccolo Apollo; Perugia, Cinema Postmodernissimo; Bergamo, Auditorium; Trieste, Cinema dei Fabbri; Milano, Cinema Beltrade; Marano Vicentino (VI), Cinema Campana; Rovereto, Nuovo Cineforum.
Mozes frame 006Mozes frame 001Ungheria, oggi. Mozés è un teneramente imbranato ragazzo schiacciato dalla figura del padre, energico pastore di una piccola comunità protestante. Se lo ritroverà addosso come fantasma ingombrante anche quando lui, il genitore, trapasserà. Racconto di formazione dolceamaro, lunare, con derive di surrealismo mitteleuropeo, vincitore del Bergamo Film Meeting 2015. Regia di una talentuosa trentenne di nome Virág Zomborácz. Una piccola rivelazione. Voto 7+
Mozes frame 015Il secondo film ungherese di questa stagione cinematografica dopo lo strapremiato Il figlio di Saul, ed è un fatto, se non proprio un evento, da sottolineare. Questo Mozés, il pesce e la colomba di Virág Zomborácz – dietro al nome ostico (il magiaro è lingua di massima difficoltà, si sa) c’è una regista assai giovane, corto capello biondo e aria decisa – ha vinto l’edizione 2015 del Bergamo Film Meeting e ora lo si può vedere in sala grazie a Lab80 che si è incaricato di distribuirlo, e c’è da sperare che la sua diversità rispetto ai soliti e medi prodotti attiri gli spettatori, come merita. Non aspettavevi un film musone e cipiglioso, capita anche che un festival di cinema premi una storia massimamente godibile come questa commedia un po’ mattocca, un po’ stralunata e con derive surreali assai mitteleuropee, con un protagonista imbranato cui non si può non voler bene, e dalla maschera impassibile e deadpan tra Buster Keaton e i personaggi di Roy Andersson. E tuttavia Mozés, il pesce e la colomba è anche un molto classico racconto di formazione, con il ragazzo Mozés che non ce la fa edipicamente e freudianamente a liberarsi dalla ingombrante figura del padre, un maschio realizzato e forte quanto lui è incerto e titubante e maldestro, con debolezze quasi femminee. Così delicato che non riesce a ingoiare carne, così insicuro da essere precipitato in una sconnessione psichica che lo ha costretto a un ricovero in clinica. Siamo in un’Ungheria di campagna abbastanza desolata. Avete in mente quelle pianure immense dei film di Bela Tarr, quegli orizzonti aggettanti sul niente, quella caligine diffusa su uomini e cose, con basse e tristissime case qua e là e animali nel fango ancora più tristi? E siamo in una comunità protestante, anche se non così punitiva e austera come quelle profondo-nordiche, di cui il padre di Mozés è il pastore. In famiglia olree a loro due, i due maschi, ci sono la mamma, una sorella minore (adottata) pure lei imbranata e bullizzata dai compagni di classe, e la zia, sorella di papà, signora indomita ancora in cerca di un compagno. Siamo tra il comico e il malinconico, in un film che procede per annotazioni veloci e fulminanti, quadri e ritratti schizzati con perfidia e insieme complicità. Si ride spesso alle disavventure e ai turbamenti del giovane Mozés che, come gli schlemiel dei racconti ebraici degli shetl, non ne azzecca una, sembra rovinare tutto quel che tocca, non ce la fa mai a essere all’altezza delle aspettative altrui, soprattutto del padre. Che un giorno schiatterà, eppure il figliolo continuerà a farci i conti, a vederlo, a sentirsi perseguitato da lui, da quel padre diventato fantasma che non lo molla e sembra osservarlo e giudicarlo. Si procede tra buffonerie e desolazioni, in un gioco di equilibri tra opposti che è la cosa più riuscita del film. In una storia certo mille volte raccontata, quella del giovane maschio che deve simbolicamente uccidere il padre per occuparne il posto, e però archetipica e dunque sempre pulsante e attuale. Mozés è un figurina all’inizio qusi bidimensionale, senza apparente spessore, come uscito da un graphic novel o da uno sketch tracciato su un pezzo di carta trovato casalmente, e il film è anche il suo progressivo passare alla tridimensionalità, il suo ispessirsi da ragazzo incerto a giovane uomo. Pur godibile e pieno di annotazioni acute, e pur così interessante nella sua coabitazione di vivi e trapassati, di vivi e di fantasmi come in un Apichatpong Weerasethakul della puszta, Mozés, il pesce e la colomba resta però stilisticamente incerto tra una messinscena stiulizzata e asciugata e certe concessioni a un gusto più facile. Comunque, esordio promettente, e film da vedere.

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