Festival di Berlino 2016. Recensione: HOMO SAPIENS. La grande bellezza delle rovine moderne

Homo Sapiens, un film di Nikolaus Geyrhalter. Austria. Sezione Forum.
201614300_2Cinema, teatro, shopping center, centri del divertimento, fabbriche, ferrovie, ospedali, palazzi dello sport, intere città. Tutto dismesso, abbandonato, degradato, arrugginito. Corroso e divorato dalle forze della natura che riprendono il sopravvento là dove l’uomo è andato via. Sono rovine contemporanee, del secondo Novecento. Dove l’orrido e il degradato diventano magnifici, una nuova oscura bellezza. Un viaggio formidabile del gran documentarista austriaco Nikolas Geyrhalter. A oggi, una delle cose migliori di quest Berlinale. Voto 8 e mezzo
201614300_1Di gran lunga il miglior film della prima giornata. Siamo vicini al risultato memorabile, altroché. L’austriaco Geyrhalter, di cui non ero mai riuscito per una ragione o l’altra  a vedermi fino a oggi un film benché sia considerato oramai un maestro del cinema del reale, ha lasciato tutti sbalorditi (applausone alla fine) con questo suo viaggio nel mondo degli edifici, delle cose, delle città abbandonate e oggi in spettacolare degrado. Rovine della nostra civiltà già parecchio tecnologica e anche consumistica, pezzi di un mondo che è stato apena ieri e l’altroieri e già non è più, un mondo quasi tutto del secondo Novecento, e spesso degli ultimi anni del secolo. Purtroppo l’austero Geyrhalter, ottemperando al vizio e al vezzo imperanti tra i documentaristi d’alta gamma e chic di dare meno info possibili e di lasciar parlare le immagini (vedi quanto detto sopra di Havarie), non ci dice, neanche alla fine, neanche nei titoli di coda, quali siano le location in cui è andato pescare i suoi tesori disastrati e distrutti. Si immagina ci sia molto della ex Unione Svietica, anche delle repubbliche centroasiatiche, di Chernobyl, e gli edifici con insegne in ideogrammi dove saranno? Forse a Fukushima? E chissà, in quegli ospedali abbandonati con tanto di attrezzature non ci sarà magari anche qualcosa della nostra Italia, di quelle colossali infrastrutture sanitarie mai utilizzate e subito degradate? Dura un’ora e mezza, e vi garantisco che non ci si annoia mai, mai. Geyrhalter sa variare all’infinito il suo unico tema, sa sorprenderci ogni volta con nuovi splendidi orrori, sa estrarre bellezza assoluta e abbagliante dalla miseria dell’abbandono. Riprendendo perlopiù a camera fissa frontale, con vocazione alla simmetria, in questo parente del suo conterraneo Ulrich Seidl, con cui divide il fascino dell’orrido (e nella compagnia degli impassibili esteti austriaci del pessimo e del malato possiamo arruolare anche Michael Haneke). Così il documentarista sommo estrae da quello scempio la purezza assoluta, una bellezza che ha la fissità oltre ogni tempo dei ruderi antichi. Non c’è presenza umana, tutto è rigorosamente post-human, gli unici quasi inavvertibili movimenti son dovuti alla pioggia che cade incessante, agli uccelli ormai padroni di volte crollate e ambienti divelti, agli arbusti piegati dal vento. Non c’è voce fuori campo, non ci sono didascalie, tutto si sussegue nel silenzio. Si procede per blocchi tematici, ma con una certa libertà e senza rigori ossessivi. Shopping center, teatri, cinema, bar, ristoranti, palestre, scuole, velodromi, ospedali, centri scientifici, stazioni spaziali, fabbriche di utensili, armamenti, ferrovie, strade. Fino all’apoteosi dell’ultima parte, intere città spettrali, morte, incagliate tra acque o sabbie o nevi. Forse in riva al lago Aral, forse sorte intorno a una qualche base navale o militare sovietica e poi lasciate dopo il crollo dell’Urss. Cose che non si dimenticano: un cimitero di macchine in una grotta-foiba con fiume sotterraneo, una fabbrica abbandonata di quelli che sembrano mangiatoie per uccelli, un rollercoaster ridotto alla sua struttura ferrigna e in parte divorato dall’acqua, una montagna di teschi e ossa d’animali, forse un mattatoio, forse una stalla. Si resta a momenti sopraffatti da tanto squallore e da tanta bellezzae, e ci si chiede perché luoghi che da vivi avremmo trovato orripilanti e avremmo evitato con cura, come quei centri di divertimento asiatici, come quei mall allucinati, ora ci appaiano meravigliosi. Il brutto quando muore si sublima nel suo opposto e trova il suo riscatto autoannientandosi. Con parecchi riferimenti e interferenze con l’arte contemporanea: quegli squarci, quella forme ammassate, quelle strane creature childish-pop alla Jeff Koons, quei fasci netti di luce che sembrano un’installazione di Dan Flavin. Non c’è storyrelling, eppure questo è uno dei film più narrativi che si siano visti da un bel po’ di tempo in qua. Homo Sapiens non racconta storie, te le fa immaginare, scatena la tua mente, ti spinge a formulare ipotesi e scenari: chi abitava e lavorava in quei luoghi? E perché sono stati abbandonati di colpo? Disastro naturale? O sommovimenti geopolitici che hanno ridisegnato la vita collettiva? O crisi economiche che hanno indotto le fabbriche a chiudere o delocalizzare lasciandosi dietro quegli enormi scheletri? Spero davvero che qualcuno lo porti in Italia. E non si capisce perché la Berlinale un film di tale livello non l’abbia messo in concorso relegandolo a Forum.

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