Berlinale 2016. I miei 4 film di venerdì 12 febbraio

'Creepy' di Kiyoshi Kurosawa

‘Creepy’ di Kiyoshi Kurosawa

1) Hedi (Inhebbek Hedi di Mohamed Ben Attia. Competizione.
Tunisia, oggi. Il breve ma decisivo incontro del torpido Hedi, promesso sposo suo malgrado a una brava ragazza che lui non ama, con l’animatrice turistica Rim. La sua vita cambierà. Una piccola rivelazione. Coproducono i Dardenne. Sarà un successo arthouse internazionale. Voto tra il 6 e il 7. La recensione.
2) Midnight Special di Jeff Nichols. Competizione.
Il regista di Take Shelter racconta di un bambino speciale cui molti danno la caccia. Ma la saldatura tra family drama e cinema di genere non riesce quasi mai. Peccato. L’idea era davvero buona. Voto tra il 5 e il 6. La recensione.
3) Boris sans Béatrice di Denis Côté. Competizione.
Lui manager, lei ministressa del governo canadese (di destra) ora caduta in depressione. E però il piacionissimo marito la tradisce con più di una donna. Finché non arriverà un misterioso giustiziere deciso a farlo smettere. Apologo ambizioso ma per niente riuscito sul potere come malattia. Voto 5. La recensione.
4) Creepy di Kiyoshi Kurosawa. Berlinale Special Gala.
Omonimo, ma non parente. KK è ormai uno dei nuovi maestri del cinema giapponese, il suo Verso l’altra riva visto all’ultimo Cannes-Un certain regard, è stato incluso dai Cahiers du Cinéma tra 10 film migliori del 2015. Anche se io avevo amato molto di più i suoi precedenti Seventh Code (piccolo capolavoro) e Real. Con Creepy, chissà perché messo fuori concorso, conferma in pieno la sua statura d’autore mostrando di essere un virtuoso della cinepresa, capace di movimenti di macchina elaboratissimi e complessi ma mai autoreferenziali, mai celibi, sempre funzionali alla narrazione. In questo film di genere su un serial killer della porta accanto Kurosawa mostra di aver metabolizzato come pochi la lezione hitchockiana, nell’uso sapiente della mdp (quella panoramica dall’alto dell’agglomerato di case dove ogni delitto è possibile), nella capacità di montare la tensione secondo una progressione di esattezza algebrica. E però, come siamo lontani da Hollywood. Già da una delle prime scene, una sparatoria sulla scalinata di un palazzo di giustizia, ci rendiamo conto di come a Kurosawa interessino più i tormenti delle anime che l’action o la pienezza orgasmica dello spettacolo-spettacolo. Un bravo poliziotto dopo uno shock lascia e si mette a insegnare all’università, trasferendosi vicino al nuovo posto di lavoro con la giovane moglie. Ma finiranno nell’obiettivo di un vicino alquanto sinistro. Son parecchie le inverosimiglianze, e però il cinema di Kuroswa ha un respiro così naturale, e i suoi attori sono così meravigliosamente credibili, che dimentichiamo subito quello che non va per concentrarci sul carico di paure, colpe, rimorsi, avidità, pulsioni omicide. Uno dei migliori film a oggi di tutta la Berlinale. Cinema umano, mai compiaciuto, mai laido nemmeno nei momenti più orrorifici. Voto 8

Questa voce è stata pubblicata in cinema, Container, Dai festival, festival, film, recensioni e contrassegnata con , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.