Berlinale 2016. I 5 film che ho visto domenica 14 febbraio (due molto belli)

24 Wochen (24 settimane)

24 Wochen (24 settimane)

Posto avancado do progreso

Posto avançado do progreso

1) Cartas da guerra (Lettere dalla guerra) di Ivo M. Ferreira. Portogallo. Competizione.
Una delle delusioni massime del concorso. Non basta parlare del Portogallo coloniale, non basta il bianco e nero così alto-autoriale per replicare l’effetto e il successo di Tabu di Miguel Gomes, partito proprio dalla Berlinale nel 2012. Sulla carta, sembrava un nobile e importante film, tratto dalle lettere mandate da un medico-soldato portoghese alla moglie dall’Angola in guerra (era il 1971, si trattava di un disperato tentativo del regime di Lisbona di stroncare i movimenti indipendentisti e anticolonialisti). Invece ci tocca sentire per tutta la durata del film, senza un attimo di tregua, una petulante voce femminile – quella della moglie – che legge implacabile una via l’altra le lettere del marito laggiù. Strapiene di vieto sentimentalismo travestito di pretese letterarie, e dunque perlopiù irreggibili e inascoltabili. Si vorrebbe vedere quella che fu l’ultima guerra coloniale, e quando si riesce a vederla libera dalla insostenibile chiacchiera fuori campo il nostro interesse vagamente si accende, anche se la narrazione è frantumata in corpuscoli che non si connettono mai in un affresco. Voto 4 e mezzo
2) 24 Wochen (24 Weekes – 24 settimane) di Anne Zohra Berrached. Germania. Competizione.
Il film di cui tutta la Germania sta parlando e di cui, credo, mei prossimi mesi parlerà mezzo mondo. Eppure il film è, cinematograficamente parlando, orrendo, di un piattume e una sciatteria stilistica che neanche più le peggio fiction Rai. Ma stavolta è la cosa, è il cosa, è il contenuto a essere esplosivo, al di là della mediocrità della messinscena. Perché questo 24 settimane osa farci vedere una signora abortire a 7 mesi. Sapete come si fa? io non lo sapevo, e la scoperta è stata sconvolgente. Si inocula nel cuore del feto, diciamo pure bambino, del cloruro in modo da ucciderlo, poi si induce nella madre l’espulsione, insomma un vero e proprio parto. Dopodiché le psicologhe hanno deciso che è cosa buona mettere il feto defunto sulla pancia di mamma acciocché lei lo possa vedere ed elaborare il lutto; non bastasse, è d’uso anche fare fotografie a futura memoria. Agghiacciante. E se qualcuno questo lo chiama uccidere, bisogna per forza pensare che quel qualcuno sia uno sporco e bieco reazionario? Scusate, dobbiamo proprio considerare questa cosa – non saprei come altro definirla – una conquista di civiltà, una conquista nel processo di autodeterminazione femminile? Il film abilmente non prende posizione (e nemmeno io, se è per questo), si limita a porre la questione. Con una storia esemplare e didascalica. Una donna assai simpatica, che di mestiere fa la standup comedian, rimane incinta del secondo figlio. Quando scopre che sarà affetto da sindrome di Down la decisione presa con il compagno è: lo teniamo, decisione di cui vengono fatti partecipi parenti e amici. E, attraverso interviste, anche il pubblico della protagonista. Solo che le cose si complicano quando si scoprono nel feto delle malformazioni ventricolari per cui subito dopo la nascita si rendono necessarie almeno un paio di rischiosissime operazioni a cuore aperto. A questo punto, e siamo oltre il sesto mese, la madre decide che abortirà. Siccome siamo in un film tedesco, niente viene taciuto e tutto o quasi mostrato. Del resto, la Germania ha una certa tradizione in materia. Negli anni Sessanta fu un successo mondiale (e in Italia fece incassi stratosferici) il film tedesco Helga che, con l’alibi dell’educazione sessuale delle masse retrive, mostrava su grande schermo un parto in ogni dettaglio. Ecco, 24 Wochen è l’Helga di oggi. Voto 4
3) Quand on a 17 ans (Quando si hanno 17 anni) di André Téchiné. Francia. Competzione.
Téchiné torna a parlare di omosessualità, e realizza il suo film migliore da parecchio tempo in qua. Raccontando di due diciassettenni compagni di scuola, Damien e Thomas, e di come impareranno ad amarsi dopo essersi odiati a lungo, azzuffandosi in violentissimi corpo a corpo. Uno è il figlio di una dottoressa assai intelligente (una strepitosa Sandrine Kimberlain in corsa per il premio alla migliore atrice) e di un militare in missione di guerra-e-pace, il secondo, di origine magrebine, è il figlio di una coppia di contadini di montagna. Sarà una partita difficile, quella tra i due ragazzi, di attrazioni e repulsioni e anche sopraffazioni. Ma proprio per questo con un sapore forte di realtà che la distingue dalle decine, centinaia di gay movies variamente e politicamente corretti che abbiamo visto negli ultimi anni. Qualche scivolata nel finale, ma il film è mirabile. Voto 8+. La mia recensione.
4) Posto avançado do progreso di Hugo Vieira da Silva. Portogallo. Sezione Forum.
Il secondo film portoghese della giornata, e anche questo intriso di fantasmi coloniali. Che ormai sono un filone consolidato nel cinema portoghese da festival, da Tabu a Cavalho Dineiro. Questo Posto avançado do progreso è decisamente meglio, anche se meno dichiaratamente alto-autoriale, di Cartas da guerra (vedi al punto 1). Bizzarro, con derive nel grottesco, nel surreale, nel macabro, nel barocco più lusitano. Tratto, non saprei dire con quali e quante libertà, da una dele narrazioni africane di quel genio di Joseph Conrad, uno che sugli incontri e soprattutto scontri di mondi e di culture aveva capito molto e prima di ogni altro. Qui siamo nell’Ottocento, in un Congo ancora sotto dominazione portoghese, ma ormai schiacciati dagli arrembanti belgi che di lì a poco se ne impossesseranno, e messi in pericolo anche dagli arabi che pressano dalla costa est-africana. In questo quadro di decadenza ecco un avamposto sul fiume, in piena foresta equatoriale, un avamposto che è punto di raccolta e spedizione del lucroso avorio. Il direttore e il suo assistente sono portoghesi, sempre di bianco vestiti e con casco coloniale d’ordinanza, intorno solo africani, un’ambigua corte di servi capitanata da un astuto maggiordomo-sovrintendente, l’intermediario tra i bianchi venuti da Lisbona e quel mondo oscuro e minaccioso. Si gocherà una partita di potere, con il servo che man mano allargherà la sua sfera di influenza fino a espropriare i due imbelli e viziosi portoghesi. Si sa, al cinema la foresta non porta mai bene all’uomo bianco, da Aguirre a Apocalypse Now al recente Gold Coast, e questo film conferma in pieno la regola. Film assolutamente fuori rango e anche fuori di testa, che non glamourizza e elegantizza il colonialismo in belle immagini, ma ne dà invece una visione sozza, arruffata, polverosa, corrosa, degradata. Con toni di commedia grottesca, e i due protagonisti sembrano la classica coppia di clown, il bianco e l’augusto, l’elegante e lo sgrauso. Con commistioni pure con lo slapstick e il vaudeville. Di quelle operazioni che a teatro si fanno da una vita, penso a certi Re Lear, a certo Beckett rifatti nei modi della clownerie, e invece al cinema son più rare. Voto 7+
5) Tempestad di Tatiana Huezo. Messico. Sezione Forum.
L’ho recuperato sull’onda di un travolgente word-of-mouth che lo ha elevato a piccolo caso di questa Berlinale. Dissento: non è un gran film. Uno di quei documentari d’oggigiorno che, non volendo più praticare le antiche e gloriose strade del genere, ne cercano delle nuove toppando clamorosamente. Ora, il nucleo sono le testimonianze di due sventurate donne del Messico. La prima, impiegata all’aeroporto di Cancun, viene arrestata e condannata per traffico di esseri umani, pur essendo del tutto innocente. Finirà nelle carceri dello stato per poi essere diciamo così ceduta a una prigione privata dei cartelli dei narcos. Per i quali avere prigionieri è un business: si chiedono fior di soldi alle famiglie minacciando di ammazzare il detenuto in caso di mancato pagamento. La seconda, una circense, s’è vista rapire dieci anni fa la figlia e non ne ha più saputo niente. Tutte e due raccontano nei dettagli quel che han subito, tutte e due accusano le forze dello stato, la polizia di ogni ordine e tipo, di essere colluse con i cartelli e loro complici. Ora, che fa la regista? Illustra la prima storia con immagini varie del Messico, ma sempre con un che di allarmante e minaccoso dentro, la seconda con immagini del circo in cui la testimone lavora. Scusate, ma perché noi dobbiamo vedere poliziotti, camionisti, mercati del pesce, cieli scossi dalla tempesta, praterie piegate dal vento e quant’altro? Se la regista Huezo voleva fare un docu sul suo paese e girare il suo eisensteiniano Lampi sul Messico perché non si è limitata a quello? Perché ha montato sui due racconti immagini assolutamente incongrue ed estranee? Basta, arridatece i documentari di una volta. Voto 4 e mezzo

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