Berlinale 2016. I miei 5 film di lunedì 15 febbraio

Les premiers, les derniers

Les premiers, les derniers

1) Mort à Sarajevo di Danis Tanovic. Bosnia. Competizione.
C’è sempre un colpo di pistola fatale a Sarajevo. Come quello del nazionalista serbo Gavrilo Princip che uccise il 28 giugno 1914 l’arciduca d’Austria Francesco Ferdinando e a spingere l’Europa verso il precipizio della guerra. Come quello che chiude, con conseguenze certo più circoscritte ma comunque devastanti per le coscienze, questo Morte a Sarajevo. Danis Tanovic, credo l’unico bosniaco ad aver vinto l’Oscar (per No Man’s Land), realizza un film assai ambizioso e strutturato con chiari intenti di metafora e esemplare apologo su Sarajevo, la Bosnia, i paesi ex jugoslavi, l’Europa tutta. In occasione dei cent’anni dell’attentato che avrebbe cambiato il mondo viene organizzata nella capitale bosniaca una cerimonia-evento con partecipazione di molti illustri ospiti, politici e non, da tutto il contiente. Per il proprietario dell’hotel più prestigioso in città è l’occasione del rilancio, la possibilità di rinfrescare i lontani fasti delle Olimpiadi di Sarajevo, e dei tempi della Jugoslavia gloriosa quando campioni e star e varie celebrità arrivavano con il loro entourage. Adesso l’albergo dietro alla facciata sempre splendente e tirata a lucido non se la passa bene. I debiti sono alti, le banche han tagliato i crediti, da mesi non si pagano gli stipendi tant’è che il personale sta preparando uno sciopero approfittando della ribalta mediatica offerta dall’imminente evento. L’hotel è, fin troppo simbolicamente, la Bosnia, è la ex Jugoslavia, è l’Europa, il luogo in cui convergono e si sommano fino ad arrivare al punto di esplosione le divisioni sociali e gli odi etnici che non si sono mai davvero sopiti, tutt’al più sono rimasti occultati dietro le quinte. Film corale, in cui Tanovic segue e insegue plurimi personaggi e le loro traiettorie, e non si può non pensare all’archetipico Nashville di Atman, con i più interminabili piani sequenza e frenetici walking-and-talking lungo corridoi e cunicoli sotterranei che ricordano il Birdman di Iñarritu. Ecco il proprietario strozzato dai debiti, ecco la giovane, brillante manager dell’hotel, costretta istituzionalmente a schierarsi con il datore di lavoro anche se dall’altra parte della barricata c’è la madre, responsabile della lavanderia, a guidare gli scioperanti. E ancora, il losco figuro che gestisce il club di donne e gioco d’azzardo giù nel basement e incaricato dal fetente padrone di dissuadere gli scioperanti con minacce e aggressioni fisiche. Sulla terrazza vista Sarajevo una giornalista assai decisa intervista storici e commentatori sulla travagliata storia del Novecento di Sarajevo, su come la memoria sia ancora divisa, e gli animi pure. Con Princip eroe per i serbi e terrorista per gli altri. Per non parlare della guerra degli anni Novanta, e dell’assedio dei serbo-bosniaci alla città, e del massacro di Srebrenica. Ma l’intervista più interessante è con un discendente dell’attentatore che porta il suo stesso nome, un Gavrilo Princip fiero della sua appartenenza etnica, ardente nel sostenere la causa di ieri, oggi, domani del serbismo. L’incontro con la giornalista si trasforma presto in una guerra dialettica dove non si risparmiano colpi, ed è la parte migliore del film, quella che meglio riesce a trasformare il grande discorso in vera, appassionante narrazione. Quanto vuol dirci Tanovic è anche troppo trasparente. Le lacerazioni lasciate dall’attentato all’arciduca non si sono mai ricomposte e i suoi veleni hanno continuato ad alimentare l’eterna guerra balcanica nella sua sottovariante bosniaca, forse la pià feroce, fino ai tremendi anni Novanta. È la violenza endemica dei Balcani, è il feticismo delle armi e l’esibizione machista della forza, quasi un tratto antropologico che accomuna tutti al i là delle diverse appartenenze. Morte a Sarajevo è un ritratto allarmante e amaro, senza troppe illusioni. La Bosnia post-bellica non ce l’ha fatta a ricomporsi e creare una identità condivisa, la corruzione e l’illegalità dilagano. E l’Europa? Ci fa una pessima figura. La incarna simbolicamentr un attore trombone venuto da Parigi a recitare una pièce sulla Bsonia di Bernard Henri-Lévy, e non è un bel sentire e un bel vedere. Manca ogni pur minimo accenno ai nuovi problemi che in Bosnia si aggiungono oggi ai vecchi e sempre irrisolti, come l’islamizzazione sempre più estesa e certe radicalizzazioni jihadiste. Troppo programmatico, troppo costruito e con tesi incorporata: ho sentito parecche critiche su questo film. Vero, Tanovic mette in piedi un concept movie assai cerebrale e freddo, volto a dimostrare e denunciare, quasi un mind-game. Ma è bravissimo nel fluidificare questo nocciolo duro in un racconto efficace, nonostante qualche cliché di troppo (il padrone che cerca di farsi la manager). Con un finale, quel colpo di pistola e quella vittima innocente anche se forse colpevole (ed è una meraviglios ambiguità che il film giustamente non scioglie), che lascia il segno. In una competizione che finora ha presentato troppi film mediocri Morte a Sarajevo è tra le cose migliori.
2) Alone in Berlin, di Vincent Perez. Competizione. Voto 7 e mezzo
Quel che si temeva:  una produzione internzionale anodina e insapore che sacrifica in nome della vendibilità globale ogni specifico etnico, culturale, antropologico. Perché quella che racconta Alone in Berlin è una storia profondamente tedesca, e invece qui si parla inglese (oltretutto con goffo accento tedesco), i due atori protagonisti sono inglesi, il regista francese. Sicché il senso di artificio, di irrealtà, di film apparecchiato e pettinato è altissimo, insostenibile. Con cose che gridano vendetta al cospetto di Dio, AlexanderPlatz che nei dialoghi diventa Alexander Square e Stadmitte trasmutata in Downtown. Mi sono indignato io che sono italiano, chissà i berlinesi che erano alla proiezione. Peccato. Perché il gran libro i Hans Fallada (l’autore di E adesso pover’uomo?) da cui il film deriva – Ognuno muore solo, edito in Italia da Sellerio – racconta di una storia vera, un caso di piccola, privata ma tenace resistenza al nazismo nella Berlino dei primi tempi della guerra. Uno dei pochi casi che si conoscano di gente che disse no al regime e cercò di opporsi. Una coppia piccoloborghese, Otto e Elise Hampel, perde il giovanissimo figlio sul fronte francese, i due decideranno di protestare e sabotare il regime a loro modo, e come gli è possibile, lasciando in giro per la città cartoline firmate Freie Presse (stampa libera) con messaggi, slogan antihitleriani e incitamenti a non cadere nella trappola della propaganda. Sarà Otto ad agire, Elise gli farà soprattutto da braccio destro e copertura. Riusciranno per tre anni a distribuire quasi trecento cartoline. Ma verranno catturati, processati, giiustiziati (conb la francesissima ghigliottina!). Storia straordinaria di gente straordinariamente qualunque da cui si sarebbe potuto tirar fuori un grandissimo film. Invece qui siamo al solito bozzettone di maniera, con svastiche in overdose, tutto un berciare heil Hitler a proposito e a sproposito, con i nazisti regorlarmente ridotti a ridicoli per quanto feroci pupazzoni. No, bisogna cambiare i codici di rappresentazione di quel tetro periodo, di quella tragedia, spezzare i cliché, reinventare stili, modi e linguaggi. Sabotare il nazimovie e sottrarlo alla maniera per restituire verità e dignità alle storie e a chi le ha vissute. Brendan Gleeson e Emma Thomson sono bravi, e lui in particolare, ma niente possono contro la balordaggine dell’operazione. Voto 4
3) Chang Jiang Tu (Crosscurrent) di Yang Chao. Cina. Competizione.
Dalla Cina è arivato in concorso uno dei film più divisivi e inafferrabili del festival. Con impresso il marchio del capolavoro annnciato (come a Venezia a un altro cinese, Behemoth), ma che ha finito col suscitare più dissensi che entusiasmi. In sala c’erano anche le giurate Meryl Streep e Alba Rohrwacher, e chi stava loro vicino assicura che la faccia della plurioscarizzata Meryl non esprimesse massima sodisfazione. Vedremo se Crosscurrent finirà nel palmarès. Certo che un film così fa di tutto per allontanare pubblco, stampa, fiurati, addetiai lavori, gonfio com’è di ambizioni autoriali, cirtazioni buddiste, brani di antichi poemi cinesi. Il tutto in un andamento lento, maestoso, ipnotico. Con una linea narrativa frastagliata e incomprensibile, personaggi che scompaiono, nel senso che muoiono, per poi riapparire, come in una ghost story orientale alla Apichatpong. E una certa pososità di chi è convinto di stare trafficando con l’Arte, ed è la cosa che più dà fastidio. Si capisce poco, quasi niente, ma si resta ammaliati dalla fotografia più bella di questa Berlinale, che restituisce come mai s’è visto, probablmente grazie all’uso della vecchia pellicola, i paesaggi del grande fiume Yang Tze e delle sue rive. Un govane uomo che ha ereditato dal padre da poco defunto una chiatta di trasporti risale il fiume toccando a uno a uno tutti i porti, in compagnia di un giovane mozzo ribelle e di un vecchio. Ed è impossibile non pensare all’Atalante di Jean Vigo, anche se qui il cima è più tetro e meno vitale. Conoscerà una ragazza meravigliosa (di quelle bellezze perfette da fashion magazine, ed è una delle cose stonate del film), faranno l’amore, ma lei scapperà, forse morirà. La ritroverà però in ogni porto, o forse è un’altra ragazza, forse è uno spettro, forse una proizione dl desiderio del giovane uomo. Si visitano templi e villaggi fantasma, si resta intrappolati in anse pericolose, si attraversa la grande diga delle tre gole. Che cos’è? Un viaggio psichico? Un percorso di iniziazione? Un itinerario religioso in cerca di sé? O una corsa verso la morte? Gran parte di quel vediamo e sentiamo resta oscuro, inesplicabile, e però a un film così potente, e di una visualità così grabde da possederci, non si può non volere bene, nonostante tutto. Voto tra il 6 e il 7
4) Les premiers, les derniers, di Bouli Lanners. Belgio. Sezione Panorama.
Il regista-attore belga (e qui regista e attore) Bouli Lanners ha ormai un suo riconoscibile marchio, una sua visione di cinema, e questo Les premiers, les derniers lo conferma. Storie di diseredati, di ultimi, di umiliati e offesi, di buttati fuori dal mondo che conta, che si incrociano in lande desolate e come dimenticate da Dio (però stavolta non sarà così) con quelle di gente malvagia, sopraffattori, violenti, animaleschiesseri umani. A modo suo è una parabola evangelica, questo film diretto da Lanners (come pieno di riferimenti evangelici è un altro film della Berlinale, Le fils de Joseph), tant’è che il personaggio-cardine, il deus ex machina, si chiama Gesù, ha la barba, quando va in chiesa sembra che stia a casa sua, e ha un buco nella mano tipo stimmate (in una sola mano, quella colpita da un proiettile, l’altra è ancora in attesa del sacro segno). Una coppia vabonda, coperta di stracci e fetidi vestiti, il ragazzo forse tossico, la sua comagna è una dosabile psichica. Due inocenti, dimenticati dagli uomini ma non da Dio. Mentre si trascinano in una pianura caliginosa piena di relitti dell’era industriale, diventeranno il bersaglio di una banda di malfattori. Ma a sistemare le cose arriveranno Gesù e una coppia di detective di pochi mezzi e grande buona volontà, e bontà. Per due terzi il film funziona molto bene, poi si sgonfia in un patetismo che ci poteva essere risparmiato. E però, bella riuscita per Lanners. Apparizioni specialissime: la dolaniana Suzanne Clément, i gloriosi Max Von Sydow e Michael Lonsdale. Voto 7
5) Elixir di Daniil Zinchenko. Federazione Russa. Sezione Forum.
Delirio. Delirio puro. Un film di un regista russo trentaduenne che sfugge a ogni facile classificazione e che ti spiazza, ti fa perdere la pazienza e però un attimo dopo ti connquista con visioni potenti. Uno sgarruppatissimo sci-fi di cui non si capisce niente, forse ambientato su questa terra forse no, forse in un altro pianeta. Ci sono dei cattivissimi di una setta militar-totalitaria, ci sono uomini e donne che vagano in un bosco malati, affamati, stremati, disillusi. Se ho ben capito, qualcuno sta cercando di rodurre un elisir che dovrebbe ridare la forza a quel povero popolo (metafora degli scampati-sopravvissuti all’Urss?). Cosmonauti, stelle-madri he parlano dal cielo, mad doctors. Qualcuno ha tirato in ballo Tarkovsky, per via di Stalker e Solaris. Secondo me non c’entra niente. C’entra semmai certo cinema del degrado grottesco-fantastico come il Faust di Sokurov e il capolavorissimo Hard to be a God di German Sr. Fuga in massa dal cinema, l’IMAX Cinestar del Sony Center. Ed è incredibile che queto film fatto con niente sia stato proiettato su schermo IMAX. Miracoli che possono succedere solo alla Berlinale. Voto 6

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