Berlinale 2016. Recensione: CHI-RAQ. Il migliore Spike Lee degli ultimi anni, peccato per la pesantezza ideologica

Chi-RaqCR_D06_00618.CR2Chi-Raq di Spike Lee. Con Nick Cannon, Teyonah Parris, Wesley Snipes, Angela Bassett, John Cusack, Samuel L. Jackson. Competizione (ma fuori concorso).
Chi-RaqInfuria la guerra per bande, nel South Side afroamericano di Chicago, detto Chi-Raq. Finché una bambina resta uccisa, e allora le donne proclamano lo sciopero del sesso per costringere i loro maschi scemi e brutali a deporre le armi. E al grido di No Peace, No Pussy! parte la rivolta. Meraviglioso nei numeri musicali, nelle rime baciate e rappate, nello spettacolo dei corpi scolpiti e perfetti. Insostenibile quando ci fa la predica e addossa ideologicamente le colpe al sistema, allo stato e quant’altro. Spike Lee, con dentro il suo meglio e il suo peggio. Perà stavolta il meglio vince. Voto 7 e mezzo

Chi-RaqIl debutto nella produzione cinematografica di Amazon, ed è una prima volta di peso. Chi-Raq è il migliore Spike Lee degli ultimi anni, travolgente, muscolare, energetico, vitalistico fino all’isteria, uno Spike Lee in grando comunque di creare cinema, puro cinema, e visioni come pochi oggi in circolazione. Il migliore SL con dentro però anche il suo peggio, la pesantezza ideologica, la faziosità, la sentenziosità. Prendere o lasciare. Ma per questa summa di tutto il suo cinema stavolta vale la pena di prendere e stare al gioco, di accettare anche il molto di fastidioso per tenersi lo straordinario che c’è. Ancora una volta Lee racconta storie di ghetto afroamericano, glorificando l’identità forte di chi vive, e la prepotente, debordante e anche sguaiata fisicità. Lo fa ricorrendo a un’idea narrativa non proprio nuova ma sempre efficace (ci aveva pensato qualche anno fa anche Radu Mihaileanu per il bruttissimo Source des femmes), quella di trasportare all’oggi la Lisisrata di Aristofane, colei che per fermare la guerra degli uomini inventà lo sciopero del sesso. Succede che nel South Side di Chicago, ribattezzato Chi-Raq dai rapper e dai boss dell’area, infurii la guerra tra gang (anche se una ragazza alla madre che usa quella parola dice: guarda mamma che non si usa più gang, ma organisation!). Con bande che si chiamano Troiani e Spartani, con un capataz con benda sull’occhio ovviamente ribattezza Ciclope (è il redivivo Wesley Snipes). È tutto un ammiccare alla classicità greca, e fors’anche a uno dei film di riferimento della criminalità di tutto il mondo, 300. Così incontriamo pure un Edipo, una Elena, oltre alla Lisistrata protagonista. Nome greco. qualcosa tipo Diomede, anche per il cantastorie che in rime baciate e rappate ci srotola la rava e la fava, ed è uno strepitosissimo Samuel L. Jackson che bisognerebbe darli subito tutti i premi possibili, agghindato come un black dandy del Cotton Club. Succede che un giorno una bambina di nome Patti rimane ammazzata per tarda nel corso di una sparatoria, e allora la procace Lisistrata, donna del boss Chi-Raq, decide che qualcosa bisogna fare, ed ecco la proposta accettata subito da altre donne: non darla più a quei coglioni di maschi armati che son sempre lì a spararsi fino a che non deporranno le armi e smetteranno di ammazzarsi e ammazzare. Così al grudo di No Peace, No Pussy parte la rivolta. Spike Lee dà il massimo negli scontri verbali e musicati e cantati tra maschi e femmine, nell’eterna guerra dei sessi di dispetti e attacchi e contrattacchi, e i numeri danzati sono da urlo (e quando le ragazze svestitissime scostumaissime però con cintura di castità lucchettata eccitano i maschi senza dargliela vien voglia di applaudire). Spike Lee trasmuta l’estetica pacchiana del ghetto e della sottocutura rap, quell’estetica di magnaccia e prostitute, in un’esplosione di meraviglie pop, in una sarabanda di eccitazioni coloristiche e visual-sessuali. Quello che funziona molto meno è il lato predicatorio, nel senso anche letterale, perché tocca al prete John Cusack gridare al suo popolo peccatore di quali colpe si macchi con l’uso delle armi. Lungo tutto il film abbondano le tirate contro l’associazione americana dei produttori di armi (sembra la crociata di Obama per la messa al bando), contro il sistema colpevole di creare diseguaglianze, disooccupazione, ghettizzazione e dunque criminalità. Così Spike Lee impiomba il film e rischia di rovinarlo. Anche l’idea dello sciopero del sesso vien tirata troppo per le lunghe, ed è francamente poco verosimile che i maschi allupati non trovino signorine disposte ad accontentarle, che in fando al giorno d’oggi basta smanettare online. D’accordo, trattasi di apologo, anche di favola se vogliamo, e però è proprio Spike Lee a rovinare la sua favola con riferimenti troppo diretti alla realtà e ai cosiddeti problemi sociali. Il mélange tra due dimensioni tanto diverse e perfino opposte non gli riesce, ed è il limiute vero di Chi-Raq. Che poi Spike Lee si deve pur decidere. Non può totemizzare e feticizzare il machismo e bullismo dei suoi uomini, le loro macchine-corpo, accarezzati da una cinepresa quantomeno complice se non proprio sedotta, per poi condannarne con cipiglio moralistico la violenza. Perché son tutte parti dello stesso insieme sottoculturale, dello stesso modello di virilità. Inutile imputare la violenza a fattori esterni (l’industria delle armi, la polizia, lo stato ecc.), meglio guardare all’interno della cultura del ghetto in cui le armi sono chiarissimamente un’estensione e un simbolo della supremazia maschile. Finale tremendo, e però consoliamoci con i numeri danzati, gli scambi tra maschi e femmine a colpi di rime rappate, con il sublime kitsch dei costumi e delle scenografie. Se solo Spike Lee la smettsse con la retorica dell’impegno sociale.

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