Berlinale 2016. I 4 film che ho visto martedì 16 febbraio

Soy Nero

Soy Nero

1) Soy Nero, di Rafi Pitts. Messico. Competizione.
Un ragazzo cerca di scavalcare la barriera tra Messico e Stati Uniti, come abbiamo visto in decine di film latinoamericani degli ultimi anni. Ce la fa, trova un passaggio da un bizzarro signore, raggiunge il fratello Jesus domiciliato nientedimeno che a Beverly Hills. Per un weekend fa una vita da star in quella villa di meravigioso kitsch veterohollywoodiano, poi la realtà presenta il conto (e però, non gli era venuto il sospetto che il fratello spacciandosi per il padrone di quel villone gli avesse raccontato una bufala?). Naturalmente è un irrregolare, senza documenti, ma lui, Nero – questo il nome suo – ha un piano, arruolarsi nell’esercito Usa. Perché – lo sapevate? io no – se fai il mestiere delle armi per gli Usa in cambio puoi avere la green card, e più tardi magari anche la cittadinanza. Così andrà. Sicché riroviamo il nostro Nero in una zona di guerra, forse l’Iraq, a combattere. E naturalmente gliene succederannodi ogni. Il film presenta qualche scostamento rispetto al solito paradigma del cinema sui clandestini in terra americana. Innanzitutto la questione, interessante, della regolarizzazione in cambio di prestazioni militari. L’altra differenza sta nel come il regista Rafi Pitts organizza la narrazione. Che procede per tre grossi blocchi indipendenti, lo scavalcamento della barriera con successivo on the road, i giorni a Beverly Hills, l’Iraq. Ogni blocco raccontato con abbondanza di dettagli, ma senza fornirci raccordi tra l’uno e l’altro. Al contrario di molti film neo-neorealisti Soy Nero punta sull’ellisse, sull’omissione di interi pezzi di vita, qui si passa da Beverly Hills alla guerra senza che ci venga mostrato niente di quanto successo in mezzo. Il che lo rende alquanto interessante. Peccato che quel deserto irakeno non lo si possa proprio guardare, essendo visibilmente l’Arizona o il New Mexico. Ma costava così tanto fare un’escursione in Marocco o in Giordania dove si girano ormai tutti gli war-movies sulle guerre mediorientali e zone limitrofe? Voto 6 meno
2) Genius di Michael Grandage. Competizione.
Temevo il peggio, confesso. Un film su un agente letterario americano degli anni Venti con un paio di attori premiati con l’Oscar, Colin Firth e Nicole Kidman, più Jude Law e Laura Linney. Con dentro (tra gli altri) personaggi che rispondono ai nomi di Ernest Hemingway e Francis Scott Fitzgerald (un Guy Pearce molto bravo nel renderne lo snobismo e l’anoressia emotiva). Insomma, di quei period movies di alte pretese con vidimazione colta già predisposti per i Golden Globe e gli Oscar. Oddio, Genius è anche quella roba lì, ma è anche altro, ed è un po’ meglio. Vi si parla di Max Perkins, editor di gran valore e ottimo fiuto della Scribner’s Sons, mica per niente tra gli autori da lui curati ci sono i due pesi massimi di cui sopra. Poi un giorno gli vien recapitato un manoscritto di mille pagine di uno sconosciuto, Thomas Wolfe. Ci rimane intrappolato, conquistato dal telento di quello scrittore che non ha mai pubbicato niente di grosso prima di allora. Lo trasformerà in autore di fascia alta, in un grande del Novecento americano. I due non potrebbero essere più diversi, anarchico, sregolato e follemente posseduto dalla sua passione letteraria Wolfe, in perfetto controllo di sé e di modi altoborghese e di tranquilla e tradizionale vita familiare Perkins. Ma si intendono come nessuno. Perkins fa da balia a Wolfe, lo costringe a tagliare trecento di quelle mille torrenziali pagine, ingaggia furiosi corpo a corpo con lui. Ne uscirà un libro capitale come Angelo, guarda al passato (da noi pubblicato da Einaudi). Conosciamo anche chi e cosa sta intorno ai due, a partire dalla non troppo stabile fidanzata di Wolfe, rosa dalla gelosia e forse dall’invidia professionale per l’improvviso successo di lui (è Nicole Kidman). Perkins e Wolfe avranno anche sanguinosi scontri, il loro rapporto rischierà più volte di rompersi definitivamente, ma non succederà. Il meglio di Genius (ma chi è il genio vero, Wolfe o Perkins?) sta nel mostrarci finalmente al lavoro, e da protagonista, la figura sempre appartata dell’editor. E però fondamentale. Non si sono grandi scrittori senza grandi editor, anche se i secondi devono accettare di stare nell’ombra per lasciare spazio all’ego solitamente smisurato degli autori. Colin Firth è molto a posto, come sempre. Jude Law esagera un attimo nel rendere il fiammeggiante Wolfe, ma ci sta. Voto 6+
3) Chi-Raq di Spike Lee. Competizione.
Il debutto nella produzione cinematografica di Amazon, ed è una prima volta di peso. Chi-Raq è il migliore Spike Lee degli ultimi anni, travolgente, muscolare, energetico, vitalistico fino all’isteria, uno Spike Lee in grado comunque di creare cinema, puro cinema, e visioni come pochi oggi in circolazione. Il migliore SL con dentro però anche il suo peggio, la pesantezza ideologica, la faziosità, la sentenziosità. Prendere o lasciare. Ma per questa summa di tutto il suo cinema stavolta vale la pena di prendere e stare al gioco, di accettare anche il molto di fastidioso per tenersi lo straordinario che c’è. Ancora una volta Lee racconta storie di ghetto afroamericano, glorificando l’identità forte di chi vive, e la prepotente, debordante e anche sguaiata fisicità. Lo fa ricorrendo a un’idea narrativa non proprio nuova ma sempre efficace (ci aveva pensato qualche anno fa anche Radu Mihaileanu per il bruttissimo Source des femmes), quella di trasportare all’oggi la Lisisrata di Aristofane, colei che per fermare la guerra degli uomini inventà lo sciopero del sesso. Succede che nel South Side di Chicago, ribattezzato Chi-Raq dai rapper e dai boss dell’area, infurii la guerra tra gang (anche se una ragazza alla madre che usa quella parola dice: guarda mamma che non si usa più gang, ma organisation!). Con bande che si chiamano Troiani e Spartani, con un capataz con benda sull’occhio ovviamente ribattezzato Ciclope (è il redivivo Wesley Snipes). È tutto un ammiccare alla classicità greca, e fors’anche a uno dei film di riferimento della criminalità di tutto il mondo, 300. Così incontriamo pure un Edipo, una Elena, oltre alla Lisistrata protagonista. Nome greco. qualcosa tipo Diomede, anche per il cantastorie che in rime baciate e rappate ci srotola la rava e la fava, ed è uno strepitosissimo Samuel L. Jackson che bisognerebbe dargli subito tutti i premi possibili, agghindato come un black dandy del Cotton Club. Succede che un giorno una bambina di nome Patti rimane ammazzata per strada nel corso di una sparatoria, e allora la procace Lisistrata, donna del boss Chi-Raq, decide che qualcosa bisogna fare, ed ecco la proposta accettata subito da altre donne: non darla più a quei coglioni di maschi armati che son sempre lì a spararsi fino a che non deporranno le armi e smetteranno di ammazzarsi e ammazzare. Così al grido di No Peace, No Pussy parte la rivolta. Spike Lee dà il massimo negli scontri verbali e musicati e cantati tra maschi e femmine, nell’eterna guerra dei sessi di dispetti e attacchi e contrattacchi, e i numeri danzati sono da urlo (e quando le ragazze svestitissime scostumatissime però con cintura di castità lucchettata eccitano i maschi senza dargliela vien voglia di applaudire). Spike Lee trasmuta l’estetica pacchiana del ghetto e della sottocutura rap, quell’estetica di magnaccia e prostitute, in un’esplosione di meraviglie pop, in una sarabanda di eccitazioni coloristiche e visual-sessuali. Quello che funziona molto meno è il lato predicatorio, nel senso anche letterale, perché tocca al prete John Cusack gridare al suo popolo peccatore di quali colpe si macchi con l’uso delle armi. Lungo tutto il film abbondano le tirate contro l’associazione americana dei produttori di armi (sembra la crociata di Obama per la messa al bando), contro il sistema colpevole di creare diseguaglianze, disooccupazione, ghettizzazione e dunque criminalità. Così Spike Lee impiomba il film e rischia di rovinarlo. Anche l’idea dello sciopero del sesso vien tirata troppo per le lunghe, ed è francamente poco verosimile che i maschi allupati non trovino signorine disposte ad accontentarle, che in fondo al giorno d’oggi basta smanettare online. D’accordo, trattasi di apologo, anche di favola se vogliamo, e però è proprio Spike Lee a rovinare la sua favola con riferimenti troppo diretti alla realtà e ai cosiddeti problemi sociali. Il mélange tra due dimensioni tanto diverse e perfino opposte non gli riesce, ed è il limite vero di Chi-Raq. Che poi Spike Lee si deve pur decidere. Non può totemizzare e feticizzare il machismo e bullismo dei suoi uomini, le loro macchine-corpo, accarezzate da una cinepresa quantomeno complice se non proprio sedotta, per poi condannarne con cipiglio moralistico la violenza. Perché son tutte parti dello stesso insieme sottoculturale, dello stesso modello di virilità. Inutile imputare la violenza a fattori esterni (l’industria delle armi, la polizia, lo stato ecc.), meglio guardare all’interno della cultura del ghetto in cui le armi sono chiarissimamente un’estensione e un simbolo della supremazia maschile. Finale tremendo, e però consoliamoci con i numeri danzati, gli scambi tra maschi e femmine a colpi di rime rappate, con il sublime kitsch dei costumi e delle scenografie. Se solo Spike Lee la smettesse con la retorica dell’impegno sociale.Voto 7 e mezzo
4) The End, di Guillaume Nicloux, con Gérard Depardieu. Sezione Forum.
Interesante itinerario, quello del francese Guillaume Nicloux, partito come regista di cinema di genere, in particolare polar, e man mano approdato a un cinema più personale, rischioso, di tentativi insoliti e anche audaci. Come La religiosa o come lo stravagante Il rapimento di Mchel Houellebcq, entrambi visti nelle scorse Berlinali. Nel 2015 han dato a Cannes in concorso il suo Valley of Love con la coppia Depardieu-Huppert, interessante, coraggioso, ma non così riuscito. Con Depardieu comunque è nato un sodalizio, che ha prodotto poi questo The End. Un flm piccolo, come fatto tra amici e complici, quasi un saggio arrischiato di cinema povero, anche se il protagonista è un divo massimo del cinema europeo (e oggi massimo anche nella corpulenza orsonwellesiana). Un uomo solo si sveglia, si veste, parte con il suo cane per una battuta di caccia nel nel bosco. E comincia l’escalation della tensione. Il cane si eclissa, il cacciatore perde la strada, è costretto a pernottare in una grotta. Qualcuno, ma chi?, gli porta via il fucile. Farà due strani incontri, un ragazzo e una ragazza. Cos’è? Un delirio? Una ghost story? È l’incubo di un realtà? O un incubo dentro un altro incubo? Non lo sappiamo, non lo capiamo. Ma avvertiamo il senso di minaccia, la paura che monta, l’odore della fine. Operazione troppo programmatica e cerebrale, che non riesce a togliersi una certa freddezza da saggio, da esperimento. Eppure il film tiene, Nicloux sa creare assai bene la tensione, e Depardieu resta sempre Depardieu. Voto tra il 6 e il 7

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