Berlinale 2016. Recensione del ciclopico Lav Diaz di 8 ore (A Lullaby to the Sorrowful Mystery). E però non dategli l’Orso d’oro

201613645_1A Lullaby to the Sorrowful Mystery (Hele Sa Hiwagang Hapis), un film di Lav Diaz. Con Piolo Pascual, John Lloyd Cruz, Hazel Orencio, Alessandra De Rossi, Joel Saracho. Filippine. In tagalog, spagnolo e inglese. Competizione. Durata 485 minuti
201613645_3ll moloch è approdato oggi al Palast. 8 ore, più una di intervallo. D’altra parte si sa che il filippino Lav Daz ha il vizio della lunga durata. Ma bastano l’eccezionalità delle dimensioni, il bianco e nero, l’austerità autorialistica a fare un capolavoro? Ovvio che no. Questo film dal titolo interminabile racconta delle lotte di fine Ottocento nelle Filippine contro il colonialismo spagnolo, ed è una dichiarazione d’amore al proprio paese. Ma c’è dentro molto altro, c’è soprattutto la macchina-cinema di Diaz capace di creare visioni mirabili. E però quanti tormenti per lo spettatore. Trama vagolante, personaggi incomprensibili, estenuanti vagabondaggi nella foresta pluviale. I Diaz-addicted sono caduti genuflessi di fronte al miracolo, io dico che non è il migliore Diaz. Gli daranno l’Orso? Preferirei Mia Hansen-Løve o Téchiné. Voto 6 e mezzo
201613645_2Eccomi reduce abbastanza provato dal Lav Diaz-Day. Il giorno – giovedì 18 febbraio – in cui il capolavoro molto annunciato del maestro giunto dalle Filippine – un signore esile, molto compito ed elegante, dai lunghi capelli grigi di chi un giorno fu un po’ hippie, ancora assai giovanile e però se ricordo bene già plurinonno, arrivato qui con tutto il suo entourage – è venuto finalmente alla luce ed è stato mostrato al popolo dei giornalisti con badge e degli spettatori senza badge. Proiettato in prima assoluta e in competizione, che adesso mio Dio come fa la giuria a non dargli l’Orso d’oro dopo tanta muscolarità autoriale?, speriamo trovino un acconcio accomodamento diplomatico tipo premio minore però prestigioso. Domani venerdì la replica, ma ovviamente era di massima figaggine esserci oggi, senza aspettare il giorno dopo. Film-mostro, film-mammuth della lunghezza di 8 ore e cinque minuti che è stato spezzato in due per lasciare un intervallo di un’ora a noi povericristi (e però mica ce l’ha ordinato il dottore di andarci) di rifocillarci e andare a far pipì. Cominciato una ventina di minuti dopo l’orario annunciato, che erano le 9,30 e finito a ridosso delle 19,00. Naturalmente Palast affollatissimo all’inizio, poi son cominciate le processioni verso le uscite, com’era prevedibile, tant’è che al secondo tempo eravamo ridotti alla metà/un terzo, quelli disposti a tutto, i cinefestivalieri di scorza dura, rimasti fino all’ultima scena (che non arrivava mai: si son visti almeno cinque finali che ti illudevano, per poi rifarti soffrire con l’ennesima ripartenza). Come sempre capita in simili occasioni – mica è la prima maratona a un festival, o a una rassegna – alla fine i sopravvissuti erano sì spossati, ma con l’aria compiaciuta di chi aveva accettato la grande sfida e sprezzante del pericolo l’aveva vinta, o di chi era passato indenne attraverso i carboni ardenti dell’ordalia. Una ideale medaglia appuntata al petto, una giornata particolare – io c’ero! – da raccontare ai nipoti eventualmente cinefili (eventualità remota). Il tipico caso in cui l’esercizio della critica è duro. Film così sono strutturalmente, intimamente prepotenti, perentori, autoritari. Con la loro lunghezza smodata, l’uso del bianco e nero che fa subito rigore e austera autorialità, il ripudio di ogni lenocinio da cinema commerciale, l’uso di tempi narrativi assai pià dilatati rispetto alla media, spandono intorno a sé l’aura del capolavoro e finiscono con l’intimidire e ricattare lo spettatore e chiunque ne voglia scrivere o parlare. Cercherò di essere il più equanime e laico possibile, astenendomi sia dal pregiudizio favorevole del devoto al culto lav-diziano, sia da quello sfavorevole di chi si rifiuta semplicemente di far entrare nei propri radar un film così dissimile. Devo dire che quando, qualche anno fa, mi sono visto il mio primo e secondo Lav Diaz (uno a Fuori Orario, l’altro a Venezia mi pare nella sezione Orizzonti, ed eravamo in dieci in sala – tra cui Ghezzi, Silvestri e Ciotta – perché allora Diaz non se lo filava quasi nessuno), son rimasto pur io abbagliato e folgorato da tanta radicalità, da una visione di cinema così marcata e personale, non omologabile a nessun’altra. Oltretutto venuta dall’altra parte del mondo, mica dalla solita Francia cantera di ogni avanguardismo. Lunghissimi, vertiginosi piani sequenza (che su di me esercitano sempre il loro bel fascino, sarà stato l’Antonioni visto da giovane). O, in alternativa, inquadrature fisse su paesaggi brulli o all’opposto brulicanti flagellati da venti e piogge. Personaggi deambulanti per decine di minuti con aria assorta ai confini della catatonia, e un formidabile, indiscutibile occhio in grado di trasformare la realtà in bellezza. Solo che questo suo film di oggi, la sua consacrazione, il suo primo in concorso a uno dei tre festival maggiori europei (al quarto in ordine di importanza, Locarno, Diaz c’è già stato due anni fa vincendo il Pardo d’oro), è se ho contato bene il suo sesto, forse settimo che vedo, tutti di lunghezza smodata, e a questo punto, finito l’entusiasmo, finita la luna di miele, comincio ad accusare la stanchezza e la noia della routine, e quel che all’inizio mi sembravano le stimmate di un genio adesso sempre più mi paiono manierismi, vezzi, anche modi pigri di autoreplicarsi. Se lancio uno sguardo all’arco della sua produzione ho l’impressione che Lav Diaz sia sempre se stesso e uguale a stesso e non faccia mai un passo avanti (la stessa impressione che mi ha dato l’ultimo Tarantino); e che se metti in fila i suoi film ti sembrano privi di ogni progressione, senza scarti e sorprese. Tant’è che potresti scombinarne l’ordine cronologico e non te ne accorgeresti. Lav Diaz è Lav Diaz è Lav Diaz. Come altri autori, crea un mondo autoreferenziale, una bolla in cui accucciarsi. In un eterno ritorno dell’identico. Per questo oggi ho provato parecchia insofferenza. Il cinema di Diaz è massimamente prevedibile, basato com’è sulla combizione e ricombinazione quasi meccanica degli stessi elementi stilistici e narrativi. Con qualche scostamento minimo. Stavolta, per dire, c’è almeno il tentativo di articolare una narrazione, che il più delle volte in LD è, se non latitante, fortemente elusa. Anche se non raggiunge quello che a oggi resta il suo film più strutturato (e anche il suo migliore), El Norte, mica per niente ispirato a Delitto e castigo di Dostojevsky. Questo A Lullaby to the Sorrowful Mystery è un dichiarato atto di amore e di compassione verso la propria patria, le Filippine, con un corposo inizio sulle lotte di indipendenza di fine Ottocento contro la padrona Spagna (che stava lì da tre secoli), che sembra addirittura di rivedere certi nostri remoti film celebrativi del Risorgimeno. E fa un po’ strano tanto patriottismo e anche nazionalismo in un avanguardista come Diaz (da noi sono due valori rigorosamente banditi dalla cultura chic). Nella scena, che si rivelerà seminale, della fucilazione di un poeta-rivoluzionario indipendentista – e però vediamo solo il popolo che piange, mai il giustiziato, mai coloro che lo stanno giustiziando – la mente corre ai nostri tamburini sardi, alle vedette lombarde, ai garibaldini e ai garibaldinismi, ai caduti di Sapri. Già si pregusta un Lav Diaz finalmente storyteller, liberato dalle anoressie autorialistiche, senza più remore né pudori e freni in nome dell’amata patria. E la primissima parte lascia ben sperare, con quei carbonari locali braccati dagli sgherri, con il perfido governatore e i filippini collusi e collaborazionisti ammessi alla sua corte. Poi il lavdiazismo ha il sopravvento, diciamo dopo un’ora e mezza-due. Ha il sopravvento con il vagare nella foresta di tre giovani donne e di un tisico, che non si capisce bene dove stiano andando e perché siano lì, e perché il gruppo sia così malcombinato (ma il tisico, scusate, che c’entra?). Sì, una delle tre sta cercando il marito rapito da squadracce non ben identificate, che scopriamo essere il padre della patria filippino, il promotore della prima rivolta su vasta scala Andres Bonifacio. Padre della patria e martire (e non ditemi che faccio spoiler, please). Con momenti formidabili, come no. Come quella setta che celebra nella grotta un rito che sincretizza cattolicesimo e culti locali immagino precedenti venerando in una ragazza la madonna reincarnata. Ma poi la vera protagonista, come quasi sempre in Diaz, è la foresta. Preferibilmente flagellata dalle piogge e percossa da venti, acciocché chi vi si avventura possa soffrire e offrire alla cinepresa magnifiche immagini di umani travolti dallo strapotere della natura, dalla furia degli elementi. Nelle foreste ci sono sempre capanne e rifugi di meravigliosa architettura e ingegneria spontanea, povere in apparenza ma in realtà assai confortevoli e raffinate, già pronte per essere segnalate come modello di interior decoration da Côté Sud e altri magazine glossy. Tutto un tripudio di tetti di paglia e foglie di palma, di ballatoi e verande pericolanti ma stupendamente shabby, rifugi sicuri per i poveri viandanti che percorrono le foreste pluviali lavdiziane. Qui abbiamo i quattro di cui dicevo, il cui girovagare tra frasche rocce acquitrini torrenti rapide e quant’altro occupa almeno tre ore delle otto complessive (ma forse di anche più). Solo che stavolta Diaz (che non usa lo schermo grande come nel precedente film vincitore a Locarno, ma il formato 4:3) si trattiene in radicalità ed estremismi, puntando chissà quanto quanto intenzionalmente a un prodotto un po’ meno ostico, un filo più mainstream. Via gli interminabili piani sequenza o le estenuanti inquadrature a camera fissa di venti mimuti o mezz’ora (ne ricordo una, non chiedetemi però da quale film, con la macchina dritta su una collina da cui man mano discendevano lentamente in processione centinaia e centinaia e centinaia di contadini, tutto in tempo reale, ovvio), il ritmo, almeno nella prima parte, è considerevolmente più alto della media lavdiziana. C’è anche un progetto narrativo dichiarato, quello di raccontare la rivoluzione antispagnola del 1896-1897 (che vien perfino il dubbio che si tratti di una produzione in qualche modo istituzionale, o nata per la televisione nazionale). Ma i buoni propositi, se c’erano, non durano, perché poi il film si sfrangia, si trasforma in un assemblaggio caotico di corpuscoli anche fortemente suggestivi e riusciti, ma irrelati, sconnessi. Lavdizianamente, quando si entra nella foresta, come nello shakespeariano Sogno di una notte di mezza estate, ogni cosa diventa possibile. Il bosco come luogo dell’inconscio, dell’onirico, dell’inatteso. Inutile ricondurre quanto vediamo in questa parte alla cornice diciamo così storico-politica, meglio abbandonarsi alla pura visione e godere, quando è il caso, della sensazioni visive che il regista produce, e del tutto celibi, fini a stesse, non narrativamente motivate. Felci giganti e palme nane che ondeggiano al vento, antri e gole invase da vapori e fumi, acqua acqua e ancora acqua (Lav Diaz appartiene alla schiera dei registi con il feticcio dell’acqua, insieme a Terrence Malick e Tarkovsky). Polle, pozze, paludi, fiumi, cascate, laghi, mari, flussi, flutti, fiotti. Questa è la fantasmagoria di Lav Diaz, questo è il suo cinema, e per questo vale la pena vederlo, anche stancandosi. Mettendo però in conto il prezzo, piuttosto salato, da pagare. La mancanza di una forma racconto forte, la casualità, anzi la capricciosità dell’ispirazione, il narcisismo registico che antepone la creazione della bella immagine a tutto, la verbosità dei personaggi. In Genius, film che si è visto ieri in concorso, l’editor letterario Max Perkins interpretato da Colin Firth riesce a far tagliare al talentuoso Thomas Wolfe la bellezza di trecento pagine su mille del suo primo manoscritto, e una percentuale ancora maggiore nel secondo. Chissà, se Lav Diaz avesse incontrato un qualcuno che lo avesse aiutato a tagliare tagliare e tagliare, forse avremmo avuto un altro Lav Diaz. E io dico più grande di questo. Intanto, spero che la giuria non si faccia intimidire dal monumento e non gli dia l’Orso d’oro (preferirei Téchiné o Mia Hansen-Love). Poi un premio glielo diano, ma non d’oro.

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