Festival di Berlino 2016: EL ABRAZO DE LA SERPIENTE (recensione). Trip nell’Amazzonia profonda con uno sciamano. Uno dei migliori film dell’anno

11233595_800249413406840_2534495206357624468_o11241444_800249330073515_8593130813912344090_oEl abrazo de la serpiente, un film di Ciro Guerra. Con Jan Bijvoet, Brionne Davis, Nilbio Torres, Antonio Bolívar Salvador/Tafillama, Yauenkü Miguee. Colombia. Sezione NATIVe – Indigenous Cinema.
11049467_800252106739904_8929764212056820906_o11206613_800249236740191_6833553000900216448_oLanciato alla Quinzaine a Cannes e approdato adesso a Berlino, dove finalmente sono riuscito a intercettarlo dopo un lungo inseguimento. Nel frattempo El abrazo de la serpiente ha fatto una strepitosa carriera finendo anche nella cinquina finalista all’Oscar per il migliore film straniero. In un maestoso bianco e nero, il viaggio di due uomini inquieti venuti dall’occidente verso il cuore di tenebra dell’Amazzonia in cerca di una pianta miracolosa. A fare da guida, uno sciamano. Sarà un viaggio nel mondo altro e nel mondo interiore. Un film che sa essere avventura e insieme esemplare saggio etnografico sulle culture native, avvicinate senza iattanza. Una rivelazione. Tra poco sarà presentato in anteprima italiana al Bergamo Film Meeting per poi uscire nei cinema. Non perdetevelo. Voto 8+
11228139_800249693406812_8353930557294186548_o11165123_800249313406850_6697100752040336124_oFinalmente sono riuscito a intercettarlo a Berlino, in una sezione assai collaterale rispetto alla Competition chiamata NATIVe dedicata al cinema indigeno. Un film che inseguivo fin da Cannes 2015 dove, presentato alla Quinzaine des Réalisateurs, ha poi vinto un premio, partendo da lì per un giro mondiale attraverso molti festival e molti riconoscimenti. Fino a entrare clamorosamente nella cinquina finalista all’Oscar come miglior film in lingua straniera, ed è la consacrazione per uno dei pezzi di cinema più pregiati dell’anno. Adesso che l’ho visto, posso dire che El abrazo de la serpiente si merita tutto quello che ha avuto e avrà: uno di quei cineracconti di uomini occidentali spersi in una natura selvaggia, dominante, rapinosa e pericolosa – in questo caso trattasi  dell’Amazzonia colombiana – di cui gli archetipi sono Aguirre e Fitzcarraldo di Werner Herzog e Apocalypse Now di Francis Coppola. Importante ricordare che El abrazo ha un distributore italiano, Movies Inspired, e che verrà presentato in anteprima all’imminente Bergamo Film Meeting (5-13 marzo), dunque state all’erta e non appena vi capita sottomano correte, che ne vale la pena. Uomini bianchi – ma sì, usiamola questa locuzione da epoca coloniale – incontrano i nativi lungo il ramo più alto e remoto del Rio delle Amazzoni, e nella sua foresta profondissima e oscura, restandone indelebilmente segnati. Un film che si distanzia da tanto cinema avventuroso e di genere anche recente – penso a The Green Inferno di Eli Roth – per la sensibilità e accuratezza antropologico-etnografica, per come si avvicina alla cultura, alla vita, alle reti sociali delle varie comunità che abitano le rive del fiume. E, ebbene sì, anche per il rispetto con cui all’altro guarda, ribaltando i pregiudizi occidentali e vetro-colonialisti, e però grazie a Dio evitando ogni predica politicamente corretta e ogni mea culpa dell’uomo bianco, scegliendo invece la strada del confronto e della compenetrazione con un mondo differente che, una volta conosciuto, si fa più vicino e decifrabile. Questa è un’avventura umana, esistenziale, un viaggio nell’altrove che è anche il dentro e il fuori di noi, intendo di noi occidentali, nel nostro inconscio oscuro e non così esplorato  che scopriamo avere una sua affinità – così almeno ci svela El abrazo de la serpiente – con quello nativo-amazzonico. Uno dei due esploratori europei si rende conto di comunicare attraverso i sogni con le creature animali che abitano i miti locali, e con la mente dello sciamano che lo sta accompagnando. Cose che in passato avrebbero fatto la delizia dei tanti frikkettoni amanti degli allucinogeni reperibili in natura nel Centro e Sud America, ma che qui perdono per fortuna ogni cialtronaggine da sottocultura sballatona per assumere la dignità di una scoperta, di un’esperienza. Il miracolo è che tutto questo vien detto e mostrato dal regista colombiano Ciro Guerra, al suo terzo lungometraggio, senza la minima affettazione e senza proclami ideologici, e senza nemmeno nascondere frizioni, differenze e fratture tra i due mondi, riuscendo nell’impossibile impresa di renderci tutti compagni di viaggio del viaggio intrapreso dai suoi personaggi. I quali sono ispirati – senza però identificarvisi completamente  – a due esploratoti dell’Amazzonia colombiana, uno degli inizi del Novecento, l’olandese Theodor Koch-Grünberg, l’altro di quarant’anni dopo, l’americano Richard Evans Schultes, entrambi studiosi tra etnologia e scienza (il secondo era un botanico), entrambi autori di diari sui cui Ciro Guerra si è basato per la sua narrazione. Fotografato in uno strepitoso bianco e nero (e devo dire che, grazie al grande schermo dello ZooPalast di Berlino e alle comodissime poltrone, s’è trattata di una visione memorabile, di quelle in cui sei come risucchiato dentro e ogni barriera tra te e le immagini sembra sparire), El abrazo si articola su due piani temporali diversi, seguendo e intrecciando e sovrapponendo l’una e l’altra esplorazione. A unirle è un comune personaggiuo, quello del nativo Karamakate, che vediamo giovane nella prima traccia narrativa, anziano nella seconda. Karamakate è uno sciamano, ultimo sopravvissuto di una tribù sterminata dai signori della gomma, e dall’espansionismo ora colombiano ora peruviano. Ma quando incontra l’esploratore Theo (siamo nel 1909), viene a sapere da lui che, nel fondo della foresta, ci sono altri sopravvissutio. Theo si offre di accompagnarlo, ma in cambio vuole che Karamakate usi i suoi poteri sciamanici per guarirlo dal male misterioso che l’ha indebolito e lo sta uccidendo, e che lo porti dove cresce la yakruna, la magica pianta che potrebbe curarlo. Quarant’anno dopo il vecchio Karamakate viene avvicinato dal bostoniano Evan, anche lui sofferente per un’insonnia devastante, anche lui alla ricerca della yakruna. Lo sciamano diventa per entrambi la guida ai misteri della foresta, ma anche dentro la cultura dei nativi, dentro i loro miti delle origini (il grande serpente da cui tutto e tutti discendono, il giaguaro), dentro i loro valori e i loro tabù. Se i due vogliono la yakruna, Karamakate vuole che loro percorrano un processo inziatico che li porti oltre e nel profondo di sé, anche se il prezzo potrà essere la morte. Per più di due ore assistiamo a strani e pericolosi incontri, a distese di scheletri impiccati, ad agguati, a folli vaganti nella foresta. Si dovrà fuggire dai nativi, ma anche dai predoni colombiani che vogliono conquistare il territorio e da quel che resta dei feroci signori delle piantagioni di caucciù. Con una clamorosa sequenza, quella della setta retta da un bianco che si autoproclama il Cristo reincarnato (e che come segno del comando porta una corona di spine) circondato da devoti-schiavi indigeni, legati tra di loro e al capo attraverso una fede in cui si mescolano tracce di cristianesimo, cannibalismi, culti e animismi locali, e non si può non pensare al regno instaurato da Kurz in Apocalypse Now (curiosamente anche in un altro film presentato alla Berlinale, il fluviale A Lullaby to the Sorrowful Mystery di Lav Diaz, incontriamo nella foresta filippina una setta certo meno sanguinaria ma con parecchie affinità con quella raccontata da Ciro Guerra). Il bianco e nero di El abrazo si squarcia e diventa colore quando finalmente, grazia alla yakruna, assisteremo a un viaggio lisergico di uno dei due occidentali, anche se non sappiamo precisamente quali esiti avrà sulla sua mente. È in questa sequenza ai limiti dellì’impossibile che si vede la statura di Guerra, capace di non cadere nella paccottiglia new age e tardo-frikkettona, attraverso la brillante idea di reendere le allucinazioni indotte in un’animazione assai stilizzata e assai poco barocca e debordante. Qualcuno, mi pare un critico americano, ha scritto che in questa sequenza il documentario etnografico incontra le psichedelie di Odissea nello spazio. Che è uno dei molti modi in cui si può raccontare questo film, dove si riversano memorie di molto cinema del passato, ma che sa anche mettere a punto un nuovo paradigma per come racconta e avvicina le culture altre. Gran film, e quando esce correte a vederlo.

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