Festival di Berlino. Recensione: RANENYY ANGEL (L’angelo ferito). Dal Kazakistan uno dei migliori film di tutta la Berlinale

201614553_1Ranenyy Angel (The Wounded Angel), un film di Emir Baigazin. Con Nurlybek Saktaganov, Madiyar Aripbay, Madiyar Nazarov, Omar Adilov, Anzara Barlykova. Kazakistan/Germania/Francia. Sezione Panorama.
201614553_2Il trentenne kazako Emir Baigazin aveva già fatto centro alla Berlinale 2013 con Harmony Lessons. Stavolta è tornato (purtroppo non in concorso) con un altro film sul male, e il malessere degli adolescenti. Quattro storie raccontate con implacabile rigore e crudele eleganza. Storie di ragazzi sperduti e perduti, osservati con lo sguardo glaciale di un Haneke o un Lanthimos delle steppe centroasiatiche. Con qualche eco di Dostojevsky. Un angelo ferito non concede niente all’estetica degli stracci e al facile sociologismo terzomondista, scegliendo una via più rischiosa. Un grande film. Voto 8 e mezzo
201614553_3L’han visto in pochi, e ancora meno ne hanno scritto. Eppure questo è – almeno tra i quasi quaranta film che ho visto – uno dei più importanti della Berlinale 2016, uno dei suoi vertici. E neanche di un autore così sconosciuto, anzi. Il giovane kazako Emir Baigazin era stato la rivelazione a Berlino 2013 con il suo Harmony Lessons, giustamente messo in concorso e giustamente premiato per la migliore fotografia. Stavolta è tornato – e però confinato nella seconda sezione Panorama – con un’altra cupa cinenarrazione su adolescenti infelici, adolescenti vittime e carnefici, là nelle più sperdute e desolate terre del Kazakistan, secondo film di una trilogia, ancora da concludere e cominciata con Harmony Lessons, su come sia complicato diventare grandi, e diventare uomini. Il suo esordio, che con una storia di bullismo l’aveva clamorosamente imposto all’attenzione della stampa internazionale, mi aveva convinto fino a un certo punto per quelli che mi erano sembrati precoci vezzi autorialistici. E però devo ammettere che di fronte a questa sua opera numero 2 sono rimasto folgorato, convincendomi di come nel lontano CentroAsia, non proprio la culla ideale per un cineasta, sia nato un autore di rispetto. Maturo, con uno stile personale, riconoscibile, già sedimentato, uno stile di fredda e crudele eleganza, dove Baigazin ancora una volta si cimenta con storie di giovani ragazzi per raccontarci, senza psicologismi d’accatto e con sguardo fermo e implacabile e a ciglio asciutto, il male, e la sofferenza di chi il male lo subisce e anche di chi lo agisce. Non c’è traccia in questo L’angelo ferito dei vari miserabilismi e terzomondismi, dei semplificatori e facili sociologismi e giustificazionismi di tanti film che ci arrivano dai cosiddetti paesi terzi o fatti da occidentali sui paesi terzi (sorry, ma oggi non c’è una definizione più soddisfacente e condivisa per dirli). Qua dentro non c’è nessuna estetica degli stracci, nessun ricatto verso lo spettatore opulento di paesi opulenti gravato dal senso di colpa. Baigazin fa un cinema di implacabile rigore e rarefazione, privo di ogni ruffianaggine e piacioneria, dove la povertà dei suoi villaggi sperduti e perduti è il quadro, lo sfondo di atroci storie giovanili senza diventare mai loro spiega, causa, giustificazione. Quello del trentenne kazako è cinema universale in cui si osserva, come in un Haneke o anche un Larrain o un Lanthimos, il male al lavoro, e i suoi effetti devastanti sulle vite e sulle coscienze, la corrosione, la distorsione provocata nelle relazioni parentali e sociali. Quattro storie di altrettanti ragazzini abitanti nello stesso villaggio, allievi della stessa scuola, tutti dalla vita, pur se in vario modo, fallata e disgregata. Zharas si arrangia come può per dare una mano in famiglia, visto che il padre, ex carcerato, non trova lavoro. Finché anche lui incapperà in un furto che lo marchierà. Balapan ha una voce bianca d’oro, lo sentiamo mentre canta (in italiano, copiando immagino da Bocelli, l’unica nostra star universalmente conosciuta) l’Ave Maria di Schubert, ha in vista un importante concorso che potrebbe cambiargli la vita. Ma perde la voce e si perderà anche lui nelle violenze delle bande di coetanei, diventerà un bullo, un piccolo carnefice vendicativo. Quella di Zhaba è tra le quattro la storia più torva e atroce. Anche lui di famiglia poverissima, ha sviluppato una abnorme sete di guadagno, un’avidità che lo porterà  a macchiarsi di una colpa orrenda. Aslan è uno studente assai promettente, con il progetto di andare in città a studiare medicina. Ma sprofonderà nella follia, in una forma psicotica delirante che lo distruggerà. Quattro capitoli, scanditi da un titolo e introdotti da disegni vagamente ispirati alla biblica cacciata dall’Eden, che lasciano senza fiato e non danno via di scampo. Di una crudeltà che ha sconcertato i pur molto disponibili spettatori berlinesi che probabilmente si aspettavano il solito bozzetto etnico e miserabilista tra indignazione e sentimento, e invece si son trovati spiazzati da questo referto sul male. Tanto che le fughe dalla sala son state parecchie, ben al di sopra della media fisiologica del festival. E però, che film, e che consistenza d’autore ha ormai raggiunto Emir Baigazin. Scarni movimenti di macchina, perlopiù inquadrature fisse a raggelare l’azione e bloccare in tableaux vivants protagonisti e comprimari. Con una carrellata finale che turba e insieme commuove. Il vertice è il terzo episodio, quello dell’avido e pluriomicida Zhaba, e nello stesso tempo del film è l’abisso per come scoperchia la ferocia nascosta dietro la parvenza dell’innocenza ragazzinesca. Non siamo certo dalle parti del morantiano Il mondo salvato dai ragazzini, semmai in quello dei non-più-innocenti di Il signore delle mosche. Angeli feriti, angeli caduti. E però non c’è mai in questo film l’arido e compiaciuto cinismo del così-va-il mondo e il male-è-dappertutto, se mai un pudico, sommesso partecipare ai destini disgraziati dei suoi personaggi. Che film, e spiace che alla Berlinale sia passato sotto silenzio (neanche un premio collaterale), che non si spiega nemmeno come mai l’abbiano confinato a Panorama e non incluso invece in concorso al posto di tante bruttezze che c’erano. Ancora più inspiegabile se si pensa che Emir Baigazin è nato proprio alla Berlinale. Cannes ne avrebbe fatto una bandiera, e invece qui l’hanno spostato in una vetrina interessante, però minore. Senza nemmeno godere del passaparola che di solito si crea intorno alle scoperte di un festival. Snobbato, silenziato. Non so se arriverà in Italia, non so nemmeno se riuscirà a fare il solito tour da un festival all’altro. Dico solo: se vi capita a portata di mano, correte a vederlo.

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