Recensione: ROOM. Una donna e un bambino in una stanza. Oscar a Brie Larson

Rm_D40_GK_0056.RW2Room, un film di Lenny Abrahamson. Tratto dal romanzo di Emma Donoghue, anche sceneggiatrice del film. Con Brie Larson, Jacob Tremblay, William H. Macy, Joan Allen, Sean Bridgers. Al cinema da giovedì 3 marzo.
Rm_D32_GK_0080.RW2Perché Joy e suo figlio Jack di cinque anni sono intrappolati in quella lurida stanza? Il mistero si chiarirà ben presto, e sarà solo una tappa di questo claustrofobico e tesissimo, e alquanto anomalo, survival-movie. Dove a una notevole prima parte subentra però una seconda che convince meno. Gran prova di Brie Larson, premiata pochi giorni fa con L’Oscar come migliore attrice protagonista. E di un portento di bambino che risponde al nome di Jacob Tremblay. Voto tra il 6 e il 7
435522Brie Larson chi? Chi è, che precedenti ha, da dove arriva l’attrice che si è portata via l’Oscar 2016 come migliore protagonista? Non proprio una sconosciuta, anche se di anni ne ha solo 26. Una ragazza di carattere e di talento che s’è fatta largo sia come cantante-musicista sia come attrice nel giro del cinema indie americano, e cominciando da ragazzina. La si è vista recentemente in un ruolo parecchio lontano da Room, quello della sorella perbene, ammodo e multimamma della sballata Ami Schumer di Trainwreck, un disastro di ragazza, e me la ricordo premiata a Locarno 2013 come migliore attrice del festival per Short Term 12, buon film ultraindipendente (vi si parlava di una comunità di recupero di ragazzi complicati) che poi negli Usa avrebe avuto un ottimo successo, e da noi mai uscito. Certo, chi si poteva immaginare allora che quella per quanto brava ragazza, di lì a un paio d’anni e qualcosa savrebbe vinto l’Oscar? Meritato, perché questo film si regge tutto su di lei e sulla formidabile performance del bambinetto Jacob Tremblay, che non sbaglia un’intonazione, una smorfia, un gesto, uno strepito, un pianto. Un portento. Si regge sui due, Room, per via che parte come racconto di massima claustrofobia intorno a una giovane donna e il figlio nel giorno del suo quinto compleanno intrappolati nel minimo universo concentrazionario di una stanza. Dove stanno in condizioni miserabili, solo un lucernario in alto, iraggiungibile, muri scrostati, poveri ed essenzialissimi arredi, niente finestre, una porta d’acciaio a bloccare ogni possibile fuga. Potrò un attimo spoilerare, giusto per far capire di che parla Room? (altrimenti potete staccare ed emigrare altrove, grazie comunque). Dunque: scopriamo ben presto, prima attraverso corposi indizi poi da spiega della stessa protagonista, che la ragazza è stata rapita sette anni prima da uno psicopatico (tipo quello che in Austria rinchiuse Natascha Kampusch in cantina), reclusa in quel cesso di posto, stuprata, messa incinta di quel bambino adesso di cinque anni e dai lunghi e femminei capelli di nome Jack. Di tanto in tanto dalla porta di ferro, di cui solo lui conosce il codice di apertura, vediamo entrare il carceriere, il carnefice, lo psicopatico, il solito mostro della porta accanto dall’aria qualunque dietro cui mai immagineresti un simile deragliamento della psiche. Eccolo mettersi a letto con la giovane donna, ecco fare l’amore con lei in un’apparente, rabbrividente normalità, come in un qualunque noioso ménage, e come in qualunque ménage di una qualunque coppia si parla di cose qualsiasi, di quel che bisogna comprare per il bambino, per la gestione diciamo così domestica, e però ci vogliono troppi soldi protesta lui, e però son cose necessarie insiste lei. La quale deve starci a quella commedia, deve mostrarsi accondiscendente per non rischiare di esere fatta fuori, lei e il bambino, che peraltro il carceriere e signore assoluto della vita e della morte non degna di uno sguardo considerandolo solo un fastidioso intruso, mai come suo figlio. Il meglio del film sta in questa parte, nella cronaca minuziosa e ossessiva di quel che può produrre una mente bacata, e delle strategie di sopravvivenza delle vittime. Si resta avvinti da come Joy riesca ad amare il figlio nato da una violenza, e di come cerchi di preservarne la salute mentale, di svilupparne le capacità cognitive  e di lettura del mondo e della realtà pur in quell’abnorme situazione. Con Jack che personalizza le cose che gli stanno intorno, praticando una sorta di animismo, attribuendo agli oggetti un’identità e una sensibilità. Chiamandoli Stanza, Lucernario, Sedia numero uno, Sedia numero due, Armadio. Faticando parecchio a distinguere il reale dal simulato e dal fantastico, senza rendersi pienamente conto di cosa siano davvero le immagini che la tv, unico legame con l’esterno, gli mostra. Questa parte di Room, il racconto di sopravvivenza e resistenza, è davvero notevole e da solo merita la visione. Il film però si sfilaccia man mano che procede, durando oltretutto quasi due ore, che francamente sono troppe (possibile che siano quasi spariti i film della lunghezza aurea di 9o minuti?). I punti deboli di Room stanno in certe svolte romanzesche che stridono con il tono realistico e crionachistico-dimesso del resto. La fuga dal capanno-prigione, per esempio, è alquanto inverosimile e danneggia parecchio la credibilità di Room, e la sua qualità. Tutta la seconda parte poi, quella post-prigionia, è sì interessante per come indaga le ricadute nella libertà della devastante esperienza di reclusione, ma si disperde e sfrangia in troppi rivoli narrativi. Mentre i primi cinquanta minuti sono forzatamente e fortunamente concentrati sulla madre, il figlio e quel loro minimo mondo intorno, il resto introduce troppi elementi collaterali non così necessari alla narrazione: anche se il regista Lenny Abrahamson, quello del bellissimo e in Italia sottovalutatissimo Frank, tiene sempre mirabilmente in pugno la situazione stando addosso alle facce e ai corpi dei protagonisti, assai bravo anche nel descrivere e penetrare ambienti e cose. Gran prova autoriale. Room è soprattutto suo, di Lenny Abrahamson, ancora prima che dei due onnipresenti e pur notevoli interpreti. Suo perché costruito su un’idea netta e chiara di cinema, attraverso l’uso di una macchina da presa mobile però mai isterica in grado di rendere protagonisti gli oggetti almeno quanto le persone. Con una capacità di creare tensione e narrazione con il minimo degli elementi disponibili, segno di un talento registico sicuro. Abrahamson ha il raro dono di rendere credibile tutto quello che mostra, il suo è un cinema di massima naturalezza che rifugge da ogni belluria e glamourizzazione per privilegiare l’adesione al reale, e anche l’imperfezione e perfino lo sporco del reale. Che se i giurati dell’Academy volessero sorprendercie, cosa alquanto imporobabile, potrebbero anche dargli l’Oscar per la migliore regia.

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