Recensione. L’ULTIMA PAROLA: LA VERA STORIA DI DALTON TRUMBO. Ascesa, caduta e beatificazione di un blacklisted

BryanCranstonHelenMirrenTrumboL’ultima parola: la vera storia di Dalton Trumbo. Un film di Jay Roach. Sceneggiatura di John McNamara, basata sul libro L’ultimo parola di Bruce Cook (Rizzoli). Con Bryan Cranston, Diane Lane, Elle Fanning, Helen Mirren, John Goodman, Michael Stuhlbarg, Louis C.K., David James Elliott, Adewale Akinnuoye-Agbaje, Dean O’Gorman, Christian Berkel.
trumbo-xlargeDa vedere contestualmente a Ave, Cesare! dei Coen, perché tutti e due rievocano i tempi della caccia alle streghe comuniste a Hollywood. L’ultima parola ricostruisce vita, opere, ascesa, caduta e riabilitazione dello sceneggiatore Dalton Trumbo, che di Hollywood fu uno dei dieci blacklisted. Lo fa evitando i toni da agiografia e martirologio, e perfino con tocchi comedy. Per il resto tutto è abbastanza convenzionale. Bryan Cranston si è comunque guadagnato la nominaton all’Oscar come migliore attore protagonista. Voto 6 e mezzo
dalton-trumboIl meglio di questo film, tuttosommato convenzionale, di quelli artigianalmente ben fatti ma senza guizzi di stile, linguaggio, messinscena, sta nel suo tono non lagnoso. Nel suo essere inaspettatamente comedy oltre che drama. Nel presentarci e raccontarci storia, vita e opere – manifeste e clandestine – del più famoso dei dieci blacklisted di Hollywood, lo sceneggiatore – ma diciamo pure, e meglio, scrittore di cinema – Dalton Trumbo senza troppi piagnistei né lagne. Anzi restituendoci del suo protagonista non solo le sofferenze patite e il senso di umiliazione e sconfitta, ma pure lo smagliante charme intellettuale, il dandysmo beffardo, il coraggio irridente e sardonico di chi va con allegrezza e sfacciataggine a sfidare i mulini a vento, in questo caso i cacciatori di comunisti (presunti) infiltrati nella capitale del cinema. Se Trumbo fu un martire, grazie a Dio questo film, che pure ne ricostruisce fedelmente tutte le traversie – un anno di galera compreso -, non adotta lo stile compunto della agiografie e il tono plumbeo dei martirologi. Fin qui, i pregi. Per il resto, non aspettatevi sorprese. L’ultima parola (e però sarebbe stato meglio mantenere il titolo originale, il sintetico e sobrio Trumbo) si attiene alla storiografia ormai ufficializzata e comunemente accettata e condivisa sul suo protagonista e il tempo difficile in cui agì e visse. Un signore che già a fine anni Trenta era uno degli sceneggiatori più pagati e riveriti dagli studios, con elevato train de vie fatto di villa con piscina, agi e lussi vari. E però comunista e filosovietico convinto, anche se al partito comunista americano si iscriverà solo nel 1943. Trumbo non è mica il solo pro-Urss e anticapitalista a lavorare per Hollywood, son parecchi gli attori e soprattutto gli screenwiter, e se non son proprio comunisti, certo sono socialisteggianti e leftist, e assai union-sindacalisti, come il divo Edward G. Robinson. Nonostante i suoi privilegi, peraltro ampiamente meritati grazie al suo talento, Trumbo è attivo nelle rivendicazioni degli scrittori di film, in maggioranza sottopagati dalle majors e sfruttati come polli in batteria, un copione via l’altro, e spesso più di un copione in contemporanea, in una fordiana organizzazione del lavoro intellettuale. Lui è comunque il numero uno, il più bravo, la star di quella categoria così conculcata. Quale leader indiscusso della Screen Writer’s Guild avrà di sicuro appoggiato la mozione-richiesta firmata da James McCain sulla necessità di (cito dal bellissimo pezzo Compagno Trumbo scritto da Massimiliano Martiradonna e Mirco Moretti, ovvero Dikotomoko Cineblog, per Nocturno febbraio 2016) «collettivizzare il lavoro di scrittura attraverso un’authority nazionale… un kolkhoz creativo: “ogni scrittore professionista avrebbe dovuto rimettere i diritti d’autore all’authority, che a sua volta avrebbe venduto gli stessi alle società editrici/produttrici, redistribuendo i ricavi tra gli associati”». Manifesto che a leggerlo oggi suona archeologico, vetero-sovietista e pure un bel po’ imbarazzante – con tutto il rispetto per Trumbo e colleghi – ma che rende assai bene quali fossero le cose in cui credevano i radicali di Hollywood. Ma le cose si complicano, la guerra finisce, e comincia la guerra fredda. L’ex alleato sovietico diventa il nuovo nemico. Nel 1947 la commissione del congresso per le attività antiamericane, l’HUAC (House Un-American Activities Committee, creata nel 1938), focalizza la sua attenzione sui comunisti veri o presunti attivi nel mondo del cinema, e comincia la paranoia (no, non si può ancora parlare di maccartismo perché il senatore Eugene McCarthy sarà attivo nella caccia alla streghe solo a partire dal 1950). C’è chi resiste e non si abbassa a fare il delatore e tradire i compagni, chi confessa e accusa, chi resiste ma poi cede dopo che gli si è fatta terra bruciata intorno: succederà a Edward G. Robinson, già amicissimo di Trumbo, fiaccato da un anno senza lavoro, che non recupererà mai più la verginità perduta dopo aver collaborato, e nemmeno il suo status di star (la sua figura è forse la più interessante del film). Dalton Trumbo non si piega e non si spezza, e dopo varie audizioni di fronte alla commissione, finisce in galera. Segue la cacciata dal paradiso di Hollywood. Al decaduto Trumbo resterà  l’appoggio della moglie e dei figli – non succede sempre quando il capofamiglia cade in disgrazia – e degli amici più resistenti. Cominceranno per lui anni di lavoro indefesso e clandestino, scrivendo per campare sotto pseudonimi vari copioni su copioni di B-movie e pure Z-movie per la factory dei fratelli King, due che non si vergognavano a produrre film goduriosamente  e sfrontatamente di genere per le frange più popolari del pubblico. È la parte migliore del film, con Trumbo che mette su una catena di montaggio casalinga di sceneggiature, con lui nella vasca da bagno a scrivere e scrivere decine di pagine al giorno di film diversi. Usando figli e moglie come fattorini perché nessuno deve sapere né vedere, né collegare quei copioni al suo nome. Due suoi film scritti da ghost writer, Vacanze romane e La più grande corrida, vinceranno addirittura l’Oscar per la migliore sceneggiatura, che saranno altri naturalmente a ritirare. Tra la fine degli anni Cinquanta e i primi Sessant verrà ripescato, stavolta ufficialmente con tanto di nome tra i credits, da Kirk Douglas, che lo impone per lo script di Spartacus, da lui prodotto e interpretato, e diretto da Stanley Kubrick. Seguirà, nel recupero dell’emarginato Trumbo, Otto Preminger, che gli affida la scrittura di Exodus. Crolla l’interdizione, ricomincia la riabilitazione che culminerà nel 1975 con la consegna ufficiale da parte dell’Academy dell’Oscar per La più grande corrida. Solo chi cade può risogere, secondo uno dei più immarcescibili modelli narrativi hollywoodiani. Niente da dire, una vita eccezionale, una formidabile commedia umana in cui, attorno alla quercia Trumbo, ruota una moltitudine di figure, figurette, eroi, traditori, codardi, audaci, profittatori, uomini retti, uomini bacati, virtuosi e viziosi. Non proprio un film di sfumature e chiariscuri. La linea di demarcazione tra male e bene, e tra buoni e cattivi, è netta. Il villain massimo è una donna, la giornalista di gossip Hedda Hopper, che usava la sua enorme popolarità e influenza sui lettori minacciando e anche ricattando i comunisti veri o presunti di Hollywood, da lei ritenuti una sciagura e un pericolo per la sicurezza nazionale (la interpreta Helen Mirren). Non ci fa una bella figura nemmeno John Wayne, tronfio ultranazionalista e guerrafondaio, in prima linea contro i comunisti di Hollywood. A uscirne bene sono invece Kirk Douglas, Otto Preminger e i fratelli King. Certo, sarebbe finalmente ora non dico di una lettura revisionistica di quella stagione, ma almeno di una riscrittura un filo meno manichea. C’è sempre un lato oscuro anche negli eroi. Si fatica oggi a capire come Dalton Trumbo e molti suoi illustri colleghi potessero non tanto essere e proclamarsi comunisti, ma essere iscritti a un partito come quello comunista americano totalmente appiattito su posizioni filo staliniane e mai critico verso le molte nefandezze di Stalin, dalle grandi purghe nella seconda metà degli anni Trenta all’accordo con Hitler per la spartizione della Polonia. Ma è una domanda che riguarda decine di milioni di comunisti in tutto l’Occidente, mica solo quelli di Hollywood, di quella Holywood. Si fatica anche a capire come Trumbo facesse la fronda a un sistema produttivo che pure lo aveva fatto ricco e gli aveva sempre lasciato un’ampia libertà di esprimersi. Il revisionismo rispetto a quella stagione, e il più radicale dei revisionismi, sembrano averlo fatto – e chi mai se lo sarebbe aspettato? – i fratelli Coen di Ave, Cesare! I quali, incredibilmente, mettono in scena un gruppo di sceneggiatori di Hollywood filosovietici mostrandoceli esattamente come la propaganda anticomunista li dipingeva: gente magari pasticciona, ma doppia e malfida, spie al servizio dell’Unione Sovietica che usavano il cinema per contrabbandare i propri messaggi antisistema, sobillatori e sovversivi. Lo han fatto, i Coen, per parodizzare e ridicolizzare quella propaganda? Forse. Ma se quella era l’intenzione, l’effetto rischia di essere opposto: inducendo qualcuno a pensare che la commissione delle attività antiamericane non avesse poi tutti i torti.

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